Martin Brogen 2una fotografia è una fotografia, nient’altro che una fotografia: non è un testo ma nemmeno un commento, non è un oggetto né un concetto, non ha valore intrinseco, non parla, non suona, non cola o si svuota o sporge o evapora o viene mangiato, non fuoriesce da se stessa, non ha dimensioni date ne temporalità […]. Le cose che appaiono nella sua immaginaria cornice, anche se si riferiscono a ciò che è stato e non sarà più, appaiono per la prima volta nella storia del mondo.

Edoardo Albinati, dalla I edizione di FOTOGRAFIA, 2002

Elisabetta Marangon

Roma, 9 ottobre, 2015. Lo sguardo di una suora cade austero su un punto fuori campo, mentre un fascio di luce laterale enfatizza la sua espressione contratta e ne disegna i contorni facciali, separandoli dal fondo anonimo immerso nell’ombra. L’immagine della religiosa, in campo medio, urta contro due fotografie che sembrano rallentarne l’incedere abbracciandola nella sua interezza. A partire dall’alto, dove il corpo nudo di una giovane donna, dal volto parzialmente omesso, è colto in una posa ammiccante attraverso un vetro, per poi proseguire dal basso, dove un bambino, ritratto in smoking, scruta con un’espressione algida l’obiettivo. Sono i primi dei trentuno frammenti che compongono Italya, dello svedese Martin Bogren, opera che inaugura il percorso visivo di FOTOGRAFIA, il Festival internazionale curato da Marco Delogu, giunto alla sua quattordicesima edizione: incentrata sull’osservazione e la percezione del Presente, alleviato dalle retoriche passatiste e ansiogene di uno spazio-tempo reso inerte dalla bulimia di un sistema sociale e mass-mediatico coercitivo, a favore di un abbandono esperienziale. Abbandono inteso come strategia difensiva e al contempo conoscitiva, che si espande con moto decelerato verso il comporsi in fieri di un alfabeto eterogeneo, intrecciato organicamente col pluralismo delle voci e degli sguardi, come premesso da Delogu nel catalogo della mostra: intravedendo nell’imprevedibilità dell’atto fotografico uno scarto emozionale per fronteggiare l’estremismo odierno.

flavio scollo_MG_2660Uno sguardo imprevedibile come quello di Bogren, che coglie la variegata e frammentata struttura sociale dell’Italia, ritraendola in un mosaico particellare di matrice espressionista. Un mosaico con la parvenza di una croce dipinta messa in crisi dagli interrogativi sulla sua dogmaticità, che si contrae e si espande animata dallo scambio dialettico tra l’interno e l’esterno, il volto e il paesaggio, la presenza e l’assenza, restituendo allo spettatore una visione aliena e al contempo familiare. Una visione personale, lontana dai canoni tradizionali di un immaginario congelato nella sua monumentalità, come quella dell’argentino Rodrigo Illescas in Lucubration (premio IILA 2014). Serie composta da ventisei scatti in bianco e nero, nella quale l’autore esplora Roma attraverso lo specchiarsi vicendevole di corpi, statuari o umani, riconoscibili o privi dei tratti identitari, tra animali che invadono gli spazi urbani come una massa brulicante, i segni di un passato archeologico in decomposizione e le finestre vuote di palazzi epocali, risvegliati da un fascio di luce semovente che si posa su di loro a intermittenza per sottrarli a un silenzio tombale.

Paolo Pellegrin s’inoltra oltre le cinta murarie della sua città di origine, scossa da accesi conflitti identitari, per stabilire un dialogo con una famiglia rom che lo accoglie nella sua intimità senza pregiudizi. Un progetto affidatogli dalla XIII Commissione Roma che egli traduce in un’inedita sinfonia visiva intitolata Sevla, nella quale si avvicendano febbrili volti e corpi, per lo più di bambini, isolati dal contesto o immersi in esso, distratti da pensieri lontani o incuriositi dai giochi, solitari o condivisi, in inquadrature che differiscono per taglio e formato. Una visione inconsueta che si alterna a quella a colori di The Present, mostra personale di Paul Graham allestita all’interno del Festival, con la quale ai visitatori viene rivolto un interrogativo sulla percezione quotidiana dello slittamento temporale, fronteggiando il dogma dell’unicità. La lente d’ingrandimento di Graham si posa irrequieta sulle strade metropolitane pullulanti un corpo variegato di persone di ogni status sociale, etnia e religione, tutte inconsapevoli di essere osservato, modificando l’angolo di ripresa e la messa a fuoco, in un gioco speculare di nascondimento e svelamento.

Paul Graham:  Diptych from "The Present"Il percorso del Festival passa senza soluzione di continuità dal bianco e nero al colore, dal centro alla periferia, da un corpo sociale marginalizzato all’emarginazione dell’Aquila, in Displacement - New Town No Town – connubio indipendente di parole e immagini realizzato da Giovanni Cocco e Caterina Serra, incentrato sull’estraniamento, fisico e mentale, dei cittadini costretti a dimorare nelle zone limitrofe del capoluogo in seguito al terremoto del 2009. Un’opera in progress come Trenta novembre, di Sabrina Ragucci e Giorgio Falco, un’autobiografia tesa alla tutela delle fotografie private sottratte alla decadenza memoriale attraverso un processo di riscrittura, letteraria e visiva, che le restituisce nelle vesti di architetture mentali. Architetture che emergono come esoscheletri di un paesaggio urbano desertificato del Medio Oriente nell’antologia visiva Narratives /Relazioni, di Giovanna Silva, o ricreate in studio, come in site specific_ROMA 14, di Olivo Barbieri, il quale miniaturizza i monumenti della città in un plastico in scala, per poi riprodurli fotograficamente in grande formato. Dall’architettura metafisica si va alla sospensione temporale nel Salto Grande Estasi, di Stefano Graziani, un omaggio dichiarato sin dal titolo al documentario del 1973 del cineasta tedesco Werner Herzog incentrato su Walter Steiner, campione svizzero di salto mondiale con gli sci, filmato in slow motion con una velocità di cinquecento fotogrammi al secondo. Estasi riproposta da Graziani attraverso la frammentazione sequenziale di un’analoga azione in undici fotografie verticali. Sequenziali come le impronte di uomini arcaici rinvenute su Roccamonfina, vulcano inattivo di Caserta, protagoniste di OMO, di Flavio Scollo, in un parallelismo esplicito con l’impronta lunare di Neil Armstrong: icone di un eterno presente evolutivo che chiudono FOTOGRAFIA. Uno spazio abitato da un dialogo vivace di sguardi e voci, complementari per la loro diversità, che conducono il visitatore in un percorso circolare dalla materialità all’astrazione.

Il Presente. Fotografia, festival internazionale di Roma, XIV edizione

MACRO, dal 9 ottobre 2015 al 17 gennaio 2016

catalogo Quodlibet, 208 pp., € 22

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