Art_fiori-di-gutenberg-indipendenzaI due contributi che proponiamo sono estratti dagli atti del primo Laboratorio di cultura indipendente realizzato da Doc(k)s lo scorso 3 ottobre a Roma, nello spazio Millepiani a Garbatella: per una riflessione preliminare proprio sul concetto di «indipendenza». I riflessi completi della giornata sono disponibili qui e qui . A metà strada tra il seminario e il workshop, i Laboratori di Doc(k)s intendono costituire una serie di appuntamenti di discussione intorno alle varie declinazioni del concetto e della pratica dell’indipendenza culturale. I prossimi appuntamenti si terranno a Milano (Frigoriferi milanesi) il 14 novembre, e a Venezia il 17 dicembre. I Laboratori sono concepiti come tappe di avvicinamento alla fiera dell’editoria indipendente Bellissima 2016, che si terrà a Milano dal 18 al 20 marzo.

Il paradosso dell’indipendenza culturale

Marco Baravalle

Mi pare che l’indipendenza culturale, oggi, sia un oggetto paradossale e forse la situazione dell’editoria, con i suoi oligopoli, rappresenta un’eccezione, un settore in cui il confine tra dipendenza e indipendenza si manifesta chiaramente ed è riaffermato attraverso dispositivi particolarmente brutali e violenti. Se allarghiamo lo sguardo all’ambito più generale della produzione culturale, se ci riferiamo al modo neoliberale di valorizzazione dell’arte, potremmo provocatoriamente affermare che l’indipendenza è dappertutto e che essa non è alternativa, ma al contrario consustanziale al suddetto modo di produzione, non solo perché le industrie culturali e creative mobilitano continuamente differenziali di libertà, immaginari conflittuali, eterodossie, ma perché la condizione primaria dell’indipendenza, per un operatore culturale, è la possibilità della produzione (ovvero della creazione).

Poco importano, se guardiamo alla materialità del nostro tempo, la precarietà, la condizione di working poors, l’asservimento macchinico, etc.

Gli operatori culturali «applicano», condividono, raccolgono fondi, partecipano a bandi, si fanno finanziare dalla folla, vincono dottorati, fondano start-up, imprenditorializzano se stessi, si finanziano attraverso lavori di tutti i tipi e tutto ciò non basta a scuotere la cornice neoliberale.

Il mondo della produzione culturale è pieno di storie di indipendenza (che sono storie di creazione/produzione).

Indipendenza non è dunque sinonimo di autonomia dall’apparato, perché essa convive con l’individualismo proprietario, con il cinismo, con la competizione, con le retoriche dell’impresa e del management. È una matassa che va sbrogliata, è una forma di vita che ha prodotto soggettivazione (cioè adesione/assoggettamento), ma che produce anche frizioni. Ed è dall’interno di queste frizioni che dovrebbe emergere quella che potremmo definire un’indipendenza costituente che unisce sperimentazione di modi di produzione e produzione di conflitto. 

Credo sia difficile pensare ad un’organizzazione dei lavoratori del settore culturale/creativo attraverso una loro sindacalizzazione, anche in forme aggiornate e riviste). Individuo due piani di lavoro. Il primo è il nodo dell’organizzazione della produzione secondo modelli altri rispetto alle logiche neoliberali, elemento necessario, ma non sufficiente. Il secondo è quello che dovrebbe rispondere al problema enorme della politicizzazione del lavoro vivo culturale, ovvero come fare in modo che quella composizione si faccia portatrice di istanze in merito alla fiscalità, al reddito indiretto o al welfare (ad esempio). Qui perdiamo terreno, al posto di queste istanze ci troviamo di fronte ad una prevalenza di retoriche imprenditoriali (dunque individualistiche), di pulsioni corporative piuttosto che di spinte trasversali. Oggi siamo (a volte) indipendenti, ma siamo complessivamente compatibili. 

Possiamo dare molti giudizi sull’esperienza dei teatri occupati, i movimenti sono ciclici, si gonfiano e si sgonfiano e facciamo fatica a identificare l’accumulo. In ogni caso quello era un tentativo del lavoro culturale di praticare forme di incompatibilità prima di tutto rispetto ai dispositivi di soggettivazione neoliberale.

Ho recentemente letto un saggio di un giovane ricercatore polacco, Kuba Szreder, che investiga la dimensione soggettiva di quello che definisce «Projectariat» (Progettariato), ovvero la diversificata composizione transnazionale di operatori culturali che organizza la propria produzione «a progetto». Il saggio mi è parso in sintonia con le pratiche di S.a.L.E.-Doc(k)s, mi è parso inoltre che ne rispecchiasse potenzialità e limiti. La tesi dell’autore è quella che sia necessaria una radicalizzazione dell’opportunismo che caratterizza la composizione in questione, elemento chiave sarebbe il  passaggio dall’indipendenza all’interdipendenza. Chiariamo che siamo qui lontani dalle retoriche più scontate sullo sharing, sul networking o sulla cooperazione. Se l’interdipendenza è una suggestione utile, essa deve in ogni caso essere declinata politicamente, ovvero contro il modello neoliberale, altrimenti (concesso che il termine trovi diffusione nella spietata economia del pensiero critico) verrebbe semplicemente assorbita, con pochi effetti sulla realtà. 

Oggi, mi pare, siamo invece in assenza di un terreno di aggregazione che presenti tali caratteristiche. Le reti attive, sebbene pongano istanze legittime e spesso critiche, non sembrano interessate alla ricerca di pratiche di incompatibilità del lavoro culturale con questo stato di cose. Certo, il pragmatismo è importante, ma in tempi come questi è anche una tentazione a cui è difficile resistere. Insisto sul punto e a costo di rinunciare del tutto a essere sexy, affermo che abbiamo bisogno di un approccio politico alla «fabbrica della cultura». Chiudo con un esempio in merito, si tratta solo di una suggestione. Pensiamo ad esempio a Creative Europe, programma pluriennale di finanziamento al settore culturale e media dell’Unione Europea che gestisce un portafoglio di 1,46 miliardi di €. Pensiamo ora a quanto, a livello di azione politica generale, i movimenti si pongano da anni il problema di investire la dimensione Europea; bene, Creative Europe è una fabbrica culturale pienamente europea, una fabbrica linguistica, diffusa e puntiforme che funziona esattamente per progetti. Non sarebbe allora importante, in nome dell’indipendenza culturale, produrre un serio lavoro di inchiesta all’interno di questa fabbrica culturale? Superare il mero opportunismo, cioè l’accesso ai fondi quando siamo in grado di accedervi, e pensare, invece, come sovvertire questa fabbrica? Come sottrarla alle reti del politicamente corretto, ai professionisti della progettazione europea, ai burocrati della rigenerazione, della partecipazione e della cultura?

Tutti i Bianciardi di domani

Quando il lavoro culturale produrrà un reddito

Roberto Ciccarelli

Esercizio di immaginazione: il lavoro culturale genera comunità operose. E si organizza in una o più cooperative di mestieri, prodotti, servizi, relazioni che crea una democrazia integrale al suo interno, realizza una critica vivente di ciò che sono oggi le cooperative di lavoro: gerarchiche, a dispetto dello statuto orizzontale; simulatrici di democrazia nei loro organi statutari e non creatrici di relazioni, progetti, interazioni reali. Mi è stato chiesto di parlare Doc(k)s, una cooperativa di servizi, editoriale, sperimentazione teorica. Ho aderito sin dalla sua nascita e oggi la immagino come una banchina dove le navi senza meta trovano l’approdo. Come un rifugio dal mare in tempesta dove sbarcano comunità spaesate, apolidi sperduti che trovano ristoro e il lontano ricordo di casa. Così intesa una cooperativa che ha l’ambizione di garantire l’indipendenza può diventare una rete di reti autogenerata: editoria, lavoro della conoscenza, cooperazione, servizi e progetti culturali.

L’uso della condivisione

Doc(k)s, come noi che lavoriamo più o meno precariamente nella fabbrica dei segni, oggi si ritrova nell’economia della condivisione. È inevitabile che lo sia se parli di editoria, servizi, organizzi festival o fiere. Per lavorare devi riflettere sul lavoro culturale, immaginare un’alternativa al mercato e alla sua bulimia assassina. Oggi la chiamano: innovazione digitale sociale. È il progetto che ibrida il capitalismo «etico» delle buone pratiche con i nuovi modi di organizzare la democrazia, i consumi, la finanza, ogni aspetto della vita pubblica, persino l’amministrazione locale o statale. Si dice che per governare c’è bisogno della partecipazione di comunità di esperti, cittadini, lavoratori. L’obiettivo delle nuove tecnologie è quello di condividere le risorse e ridistribuire il potere. Si dice che gli strumenti siano neutri: il liquid feedback, l’OpenSpending o l’Open Ministry. Queste piattaforme comunicative puntano a diventare network consapevoli che richiedono la partecipazione attiva per rigenerare le città, proteggere i luoghi dalle speculazioni, mobilitare la cittadinanza e decidere sugli aspetti più importanti della vita associata.

Questi dispositivi non sono neutrali. Dipendono dall’uso che ne facciamo. Sono come Internet che non è una casa di vetro, è un apparato di cattura. L’uso delle pratiche è politico. Se usiamo i network come i grandi editori, i rentier che speculano sui makers o sui coworkers, non poniamo un problema politico: riproduciamo la nostra subordinazione. Ci sfruttiamo a vicenda. Un torto fatto a uno, è un torto per tutti. L’uso politico della rete serve ad affrontare il problema della vita oggi: il fisco, la malattia, la ricerca del lavoro, la produzione del valore. Il reddito. E poi, anche la cura e il diritto alla felicità.

Fare in comune

Questo è il lavoro culturale. Il suo principio è il «fare in comune» – il vero tratto ontologico nel capitalismo contemporaneo. È usato dai colossi della sharing economy, quelli che hanno ucciso la sharing economy, come Uber. O da quelli che mettono in vetrina ed espongono come nelle fiere il frutto delle innovazioni, dell’ingegno, del making. Per commercializzarli, trovare la strada difficile per coniugare il reddito con il prodotto di un mestiere creativo. Esistono bandi europei, grandi investimenti per creare incubatori, acceleratori, piattaforme o distretti. Sono lo scheletro della smart city, il modello di città a misura della partecipazione senza intermediazioni. Se produci un brevetto, devi essere messo in contatto con il finanziatore. Se produci un servizio, sei a contatto con i clienti, senza agenzie di intermediazioni. Se hai un appartamento, lo condividi con estranei. La vita è condivisione. Ma questa vita open access produce un reddito? Dov’è il lavoro e cosa lascia di sé chi lavora nella relazione che produce?

Facebook: la mediazione evanescente

Su questa domanda si infrangono molte delle velleità attuali. Doc(k)s dovrebbe invece rispondere a queste domande. Prenderle di petto, cercare una soluzione. Questo è il lavoro culturale, oggi. Portare una novità nel panorama delle teorie sull’innovazione sociale che discute solo sulle forme di distribuzione dei servizi e della circolazione del valore. Tale distribuzione è garantita dalla mediazione evanescente di giganteschi operatori globali delle relazioni e dell’interconnessione tra persone. Oggi anche le amministrazioni e i governi pensano come Facebook: promuovono la partecipazione dal basso dei cittadini per colmare l’assenza del Welfare. Se hai un debito, e non paghi le tasse, puoi pulire le aiuole del municipio gratis per saldare le tue colpe. Se sei disoccupato, puoi utilmente fare il «bene comune» della tua città pulendo le Tag sui muri del tuo quartiere o spazzare l’immondizia nelle strade. È lo stesso concetto: partecipa anche tu all’impresa collettiva, lavora alla reciprocità di massa, senza avere nulla in cambio che non sia il customer care.

Oggi il salario è simbolico, è visibilità, altruismo, devozione a una causa comune oppure conquista di un prestigio individuale che poi vola via. L’industria editoriale, il giornalismo, l’università, i grandi eventi come Expo funzionano allo stesso modo: lavori gratis per te stesso. Così arricchisci i network globali e a te resta l’impressione di avere partecipato a qualcosa di grande che vale per pochi. Come fermare questo circuito dell’autosfruttamento? Creando reti di autogoverno.

Organizzare lavoro e comunità

Il lavoro culturale è come un pescatore. Con le sue reti si fa levatore di community organizer e labour organizer. Organizza comunità e lavori tra individui, lettori e utenti in ragione del suo essere impresa comune distribuita; crea strategie di affidamento collettivo attraverso l’auto-organizzazione mutualistica in rete; fa emergere linee di riconoscimento dal basso e di creazione di una reputazione collettiva.

Queste banchine le immagino come una community aperta, non solo un’iniziativa imprenditoriale chiusa, capace di creare reti per agganciare ed essere a sua volta agganciata dai dispositivi che costruiscono l’identità personale e collettiva, permettono una risposta immediata alle esigenze emotive, politiche, culturali del pubblico-lettore-utente-cittadino, e soprattutto il riconoscimento reciproco che permette la trasformazione del prodotto come dei produttori e dei consumatori.

Il lavoro culturale è unire forme di produzione atomizzata a atti di cittadinanza. Queste connessioni temporali le possiamo declinare in forme di mutualità, mutuo aiuto e di innovazione legislativa. Il reddito guadagnato serve per sé, e per l’impresa comune. Si fa una cassa, si investe in noi. Al suo interno si possono usare transazioni monetarie complementari. Al suo esterno si possono creare convenzioni e scambi di servizi, validi nelle reti territoriali, nazionali, ma anche fuori dall’Italia. Costruire comunità a venire. Creare consorzi. Realizzare progetti.

Vita open access

Ecco come lo immagino il lavoro culturale: un’impresa collettiva distribuita sul territorio e in rete. Tale impresa non funziona come un partito politico, almeno come quello che abbiamo conosciuto nel Novecento. Funziona, invece, quando federa gli interessi e favorisce la convergenza delle attività in una serie di iniziative finalizzate alla redistribuzione di servizi, progetti, prodotti o campagne. Questo lavoro serve a creare autonomia, non a difendere i nostri rifugi.

È la vita open access di tutti i Bianciardi di domani.

Ogni domenica su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.   Domani, alle 13.25, replica di Giocare, con Umberto Eco, Gianni Clerici, Stefano Bartezzaghi, Giulia Niccolai. Domani sera alle 22.15 quarta puntata, Combattere, con Paolo Fabbri, Fabio Mini, Luigi Zoja, Federica Giardini.

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