simone-weilRaffaella D’Elia

Andrebbero letti uno di seguito all’altro, Morante, la luminosa (volume che raccoglie gli atti di un convegno della Società Italiana delle Letterate tenutosi nel novembre 2012, a poca distanza dal centenario morantiano) e Una storia invisibile di Angela Borghesi. Il «coefficiente luminoso» si sostanzia anche nel nome dell’invisibilità – una distanza che si colma in segreta vicinanza: tra le due massime narratrici del nostro Novecento e Simone Weil. A suggerire quasi filologicamente questa capacità di Elsa Morante di rendere luminosi i suoi orizzonti romanzeschi ed esistenziali è Laura Fortini, che nel suo saggio contenuto nel volume collettivo, La ladra di lumi, s’ispira a un breve racconto dello Scialle Andaluso intitolato proprio Il ladro dei lumi. In Morante il campo semantico dell’«illuminare» non si riferisce tanto a un accrescimento di visibilità quanto al suo contrario: quell’oscurità di percezione e allarme che, insieme al lato più spensierato, caratterizzano in profondità la sua opera. Chi ruba luce accosta vita e morte, ingloba la morte nella vita di cui non è che uno dei tanti movimenti. L’individuazione di due caratteri della scrittrice, corrispondenti a due momenti della sua scrittura netti e distinti (Menzogna e sortilegio e L’isola di Arturo da una parte, La Storia e Aracoeli dall’altra), è il giro di vite attorno a cui si snodano questi saggi. Nell’introduzione Giuliana Misserville sottolinea il loro distaccarsi dalla tradizione critica, anche in virtù della distanza dalla cerchia di «iniziati», persone che a Morante si legarono in vita e che a quella tradizione hanno dato vita. Specie l’analisi dell’ultimo suo romanzo, Aracoeli, permette di rifondare lo sguardo sull’opera morantiana. Una visione che si amplia, nell’analisi del personaggio di Useppe nella Storia, da parte di Maria Vittoria Vittori; o nelle considerazioni di Graziella Bernabò sulla scrittura come prima ragione di vita e sugli spazi, mentali e non, che la ospitano. Ma da diversi dei saggi quella che emerge è la vicinanza a Simone Weil e ad Anna Maria Ortese: tangenze molteplici specie nella questione del corpo, cui rinviano alcuni dei temi morantiani più importanti (la maternità, il sogno come momento costitutivo della realtà, l’esotismo). Per Dacia Maraini parole-oggetto come «specchio» e «occhiali» non possono non rimandare all’autrice del Mare non bagna Napoli; e per Elena Stancanelli la passione per Simone Weil era divenuta in Morante un’ossessione tale da mutarne la poetica: la conferma intima a un suo personale modo del sentire, che giunge con tutta la forza di una rinascita e di una devastazione; il rigore, la severità di Simone Weil la portarono a detestarsi prima di tutto come donna.

A questi nessi è dedicato per intero il lavoro di Angela Borghesi. Vi si apprende come l’archetipo epico che soggiace alla struttura della Storia trovi le sue radici negli studi sulla letteratura greca appunto di Simone Weil, della quale in particolare Morante legge il prezioso saggio sull’Iliade. A definire inoltre il retroterra letterario del romanzo (che nel ’74 ebbe strabocchevole successo ma destò pure polemiche furiose, alle quali si riferisce una bellissima lettera di Ortese a Dario Bellezza riportata in appendice al libro), viene messo a fuoco l’amore per la filosofia orientale e l’India: che così immediati frutti ebbe com’è noto tanto in Moravia che in Pasolini, mentre in Morante risuonò per vie meno immediate. Ma, come si diceva, specialmente ammirevole in Borghesi è l’abilità con la quale individua i fili sottilissimi che disegnano una figura geometrica ai cui vertici stanno appunto Weil, Morante e Ortese. Il «temperamento di mistica» (come l’ha definito Margherita Pieracci Harwell) di quest’ultima – meno permeabile allo svelamento di sé, e così diversa per temperamento dalla scrittrice di Aracoeli – non può non ricordare l’«attenzione» di Simone Weil. Ma molte altre, e ben documentate, sono le corrispondenze esplorate dalla studiosa, che dipana anche una storia della reticenza: figura frequentata, non a caso, da tutte queste autrici. «Ho l’eresia in cuore», dichiarava Ortese in una delle sue ultime interviste, e questo – suggerisce Borghesi – è quanto di più weiliano si possa concepire.

A conferma del legame tra l’Italia e l’autrice dell’Attesa di Dio arriva inoltre in libreria un volume dedicato ai suoi viaggi nel nostro paese. L’amico Jean Posternak e i genitori sono i destinatari di un gruppo di lettere (solo in parte inedite) scritte nei cruciali 1937 e 1938, quando la pesanteur dei tempi spinge Weil a Padova, a Venezia, Firenze, Roma e Assisi; ma restituiscono l’immagine di una donna uguale e diversa, capace anche di leggerezza. Non retrocedendo mai di fronte all’orrore, la lucidità tagliente del pensiero di Simone Weil attraversa il nostro paese mescolandosi con la levità e l’amore per la bellezza.

Angela Borghesi

Una storia invisibile. Morante Ortese Weil

Quodlibet, 2015, 182 pp., € 15.30

Morante, la luminosa

a cura di Laura Fortini, Giuliana Misserville e Nadia Setti

Iacobelli, 2015, 210 pp., € 12,66

Simone Weil

Viaggio in Italia

a cura di Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito

Castelvecchi, 2015, 144 pp., € 16,50

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Una Risposta a Weil Morante Ortese, tre luminose

  1. Gloria Gaetano scrive:

    Molto sulla Morante e su Ortese c’è nel mio blog http://www.Talento femminile.wordpress.com. Aggiungiamo a queste grandi altre grandi che hanno detto di Napoli:Ferrante, Ramondino, Castaldi. Accenno solo al’Iguana: enigma sono vita e morte per chi, come la Ortese, non gode della
    speranza della fede; enigma è, infine, la conclusione naturale del genere fantastico puro. Ma una chiave in più di lettura per arrivare alla poetica e alla filosofia sottese al romanzo ci viene data ed è: Miguel de Unamuno. Il quale, proprio a proposito del finale del romanzo così si esprimeva: «Il finito, il perfetto è la morte, e la vita non può morire. Il lettore alla ricerca di romanzi finiti non merita di essere il mio lettore; è già finito prima di avermi letto»
    E proprio nel tempo che tutto trascina senza un senso apparente, leggeva la vera ragione del«sentimento tragico della vita»

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