jacklondonGiorgio Biferali

«Ci dovrebbe essere un tempo nella vita adulta dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù», scriveva Calvino nella sua celebre “esortazione” ai classici che finì in una raccolta di saggi pubblicata postuma (Perché leggere i classici, appunto). Calvino aveva dedicato le prime pagine di quel saggio alla lettura e alla rilettura, che quando si parla di un grande classico diventano più o meno la stessa cosa. Con il passare del tempo cambiamo noi e cambiano anche i libri, «nella luce d’una prospettiva storica mutata».

Succede anche leggendo Jack London nella bellissima traduzione di Michele Mari, che è poi una forma alta di rilettura. Una sorta di “metarilettura”, in cui il lettore rilegge Il richiamo della foresta attraverso la rilettura di Michele Mari. E la sua non può essere una rilettura fredda, distaccata, meccanica. «Si tratta di un libro letto “di norma” nell’adolescenza – confessa Mari nella prefazione – e dunque filtratosi in noi con un grado di pervasività e di fisiologico autobiografismo impensabile per opere incontrate più avanti negli anni». A cominciare dal titolo originale del romanzo di London, The Call of the Wild, che Mari ha tradotto rispettando la tradizione e la memoria collettiva dei lettori, facendo una scelta sentimentale più che filologica.

E ritroviamo Buck, il cane nato da un San Bernardo e da un pastore scozzese, che all’inizio della storia vive una vita tranquilla nella valle di Santa Clara (California), in compagnia del giudice Miller e dei suoi figli. Ma la tranquillità dura poco, perché Buck viene rapito dal giardiniere del suo padrone e portato nel gelo del Klondike (Canada) al servizio di cercatori d’oro violenti e spietati. Se è vero quello che dice Antonio Prete, che tradurre è come accogliere un ospite nella casa della propria lingua, Mari sembra conoscere bene il suo ospite, i suoi interessi, le sue passioni, le pagine dietro cui si nasconde la vita. Sa che London è un «convinto atavista», che Buck è un «animale diacronico» e che il suo viaggio verso il Nord non è altro che «un’anamnesi»: «Jack London si è trasfuso in lui con una convinzione, con un’autorevolezza, con un disperato fanatismo che rendono il suo racconto credibilmente “autobiografico”». Dall’incontro di due grandi scrittori, Jack London e Michele Mari, la storia di Buck riprende vita, la riscoperta della sua natura libera, primitiva, selvaggia, lontana dalle comodità dell’ambiente domestico. Il furore, l’orgoglio, l’astuzia, la paura, il coraggio, la pazienza, la ferocia, l’amore, l’estasi. Un viaggio nel mondo di fuori per conoscere il mondo di dentro, un’avventura che diventa l’occasione ideale per incontrare i propri demoni, i propri fantasmi, quel passato lontano che non ha mai smesso di abitare il presente. Come scrive Agamben, l’avventura è «tanto incontro con il mondo, che incontro con se stessi» (L’avventura, nottetempo, 2015, pp. 77, € 7,50). Per capire la vitalità, i colori, la musicalità della scrittura di Mari e della sua “accoglienza”, basterebbe confrontarla con una vecchia traduzione Bompiani del 1987: «La presenza di quelle ombre era tanto perentoria, che di giorno in giorno gli uomini e le loro pretese diventavano per lui più lontani. Dal profondo della foresta risuonava un richiamo e ogni volta che egli lo udiva, misteriosamente attratto ed eccitato, si sentiva spinto a voltare le spalle al fuoco e alla terra battuta che lo circondava e a immergersi nella vegetazione, sempre più in là, senza sapere dove andasse né perché» (nella traduzione di Grazia Gatti). «Queste ombre lo chiamavano così perentoriamente, che ogni giorno l’umanità e le sue pretese scivolavano un po’ più lontano da lui. Dalla foresta risuonava profondo un richiamo, e ogni volta che lo udiva, spaventoso e invitante, si sentiva costretto ad allontanarsi dal fuoco e dalla terra battuta per immergersi nella foresta, sempre più in là, senza sapere dove né perché» (nella traduzione di Michele Mari). Mari non ha paura del suo ospite, non vuole leggerlo letteralmente, sa come muoversi nella casa della lingua italiana. «Tradurre non è sostituire le parole – scrive Daniele Petruccioli – tradurre è eseguire una musica» (Falsi d’autore, Quodlibet, 2014, pp. 128, € 10). E Mari questa musica la conosce bene, non ha mai dimenticato il “richiamo” di un grande classico come Jack London.

Jack London

Il richiamo della foresta

traduzione e prefazione di Michele Mari

Bompiani, 2015, pp. 138, € 10

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