giordano brunoGaspare Polizzi

Campo dei Fiori di Massimo Bucciantini è un libro eccellente e molto gradevole alla lettura, che ha ben meritato il Premio Viareggio-Rèpaci per la saggistica. Per almeno tre motivi: ricostruisce come non era mai stato fatto prima le vicende storiche che hanno portato all'erezione del monumento a Giordano Bruno in Campo dei Fiori a Roma; intreccia in modo magistrale storia della cultura, storia politica, storia delle idee, con uno stile e un metodo che offrono più di un insegnamento agli storici; pone, per il tempo presente, il tema del rapporto tra storia, memoria e azione pubblica e politica.

La ricostruzione della vicenda è avvincente, a partire da un paragone luminoso. Il 15 maggio 1889 era stata inaugurata la Tour Eiffel; tre settimane dopo, il 9 giugno 1889, giorno di pentecoste, una festa laica e anticlericale con oltre 30.000 partecipanti inaugura la statua di Bruno in Campo dei Fiori e celebra Giuseppe Garibaldi Tre anni prima, il 28 ottobre 1886, era stata inaugurata La Libertà che illumina il mondo, la Statua della Libertà di New York. Il legame fra i tre eventi non è soltanto cronologico: il «New York Tribune» scrisse che la Tour Eiffel era «simbolo grandioso della marcia del progresso dal 1789». Ma mentre i due monumenti in Francia e negli USA furono simboli di identità nazionale e di progresso, in Italia la statua a Bruno fu invece il risultato di uno scontro durato tredici anni, a partire dal 1876, di «una vera e propria battaglia laica e anticlericale: una delle poche combattute nel nostro Paese».

Bucciantini racconta insieme «la biografia di una statua» e «la cronaca di una battaglia», un dramma nazionale con tante dramatis personae ben caratterizzate: i giovani studenti del movimento per l’erezione della statua, i docenti universitari, i politici, gli ecclesiastici e la Curia papale. E ci sono anche due antefatti. Un italo-greco corfiota e veneziano, amante della cultura italiana e organizzatore di cultura, Antonio Papadopoli, fece scolpire in marmo nel 1844 la prima statuetta di Bruno, insieme ad altre cinque (Galileo, Sarpi, Campanella, Machiavelli, Bembo), per metterla sulla sua scrivania. Bruno, per quanto possa apparirci strano, era allora sconosciuto in Italia; le sue opere non erano state ristampate per due secoli, e il suo dramma biografico dimenticato. Il 2 gennaio 1865 nell’atrio dell’Università di Napoli si inaugurano quattro statue di pensatori meridionali, tra i quali Bruno; sotto la sua statua un gruppo di studenti brucia il Sillabo emanato l’anno prima da Pio IX.

A Roma, il nascente culto bruniano si concretizza in iniziative pubbliche e politiche grazie a «una combattiva minoranza studentesca» diretta soprattutto da Alfredo Comandini e Adriano Colocci, e incitata da un profugo della Comune parigina, ebreo e socialista, Armand Lévy: fu lui a pensare a una statua in Campo dei Fiori, rivolta contro San Pietro. Il mito risorgimentale di Bruno, filosofo, martire, patriota, sostenuto poi anche dalla massoneria, sopravanza allora quello di Galileo, che abiurò e non fu martire. In questa vicenda gioca un ruolo la filosofia, con due figure importanti della tradizione hegeliana e marxista, Bertrando Spaventa e Antonio Labriola. In particolare Labriola sostiene e indirizza il movimento studentesco romano, trasformando la battaglia per la statua a Bruno in una disputa politica nazionale. Questa visione hegelo-marxista, del Rinascimento come crogiuolo dell’identità nazionale italiana, verrà ripresa da Giovanni Gentile... ma al centro, all’inizio, c’è un movimento che raccoglie consensi studenteschi e popolari. Il secondo manifesto per la sottoscrizione in favore della statua vede un record di adesioni, maggiori di quelle che vi erano state per Vittorio Emanuele II e Garibaldi.

È un Bruno scrittore di filosofia e scienza, «un filosofo della natura che insegna e vive appartato tra i suoi libri», quello che il secondo comitato celebra con successo. Il che ha delle conseguenze nell’immagine della statua, opera di Ettore Ferrari, «così diversa da quelle che si incontravano nelle vie e nelle piazze di Roma e delle altre città italiane. Raccolta e austera, lontana dalla rappresentazione esteriore delle virtù eroiche, induceva alle piccole virtù del silenzio e della riflessione, e forse anche per questo dava corpo a un’idea di cambiamento e di speranza». Tra i medaglioni che ne ornano il basamento, anche un piccolo ritratto di Lutero.

Importante e forse decisivo il ruolo di Francesco Crispi, presidente del Consiglio nella fase conclusiva della «battaglia». A lui si devono le dimissioni del sindaco di Roma Leopoldo Torlonia, che sostenuto dal Vaticano ostacolava la realizzazione, e la vittoria alle amministrative romane, nel giugno del 1888, di forze laiche, liberali e progressiste che danno il nulla osta a erigere la statua. Qualche giorno dopo Leone XIII tiene una dura requisitoria contro «il monumento di un uomo malvagio e perduto». E nel 1929, dopo i Patti Lateranensi, monsignor Eugenio Pacelli – il futuro Pio XII – progetterà di abbattere la statua dell’«apostata». Commenta Bucciantini: «alla brunomania dell’anticlericalismo ingenuo subentrava così la brunofobia di clericali e politicanti ipocriti e dozzinali».

Il libro, che non è politicamente corretto, si presenta come «capitolo di una storia più grande», che «tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento è scandita dalle battaglie per l’emancipazione femminile e il suffragio universale, per la cremazione e per l’abolizione dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche e contro la pena di morte. Un fiume carsico, fatto di movimenti e associazioni irriducibili a un unico denominatore comune, a un unico partito» (non a caso sotto la statua di Bruno Marco Pannella celebrerà «la prima domenica di divorzio» in Italia, il 6 dicembre 1970). Bucciantini inizia con un pensiero esplicitamente rivolto al nostro Paese, «sempre più smarrito e vuoto, che non sa più chi è e non trova il coraggio e la libertà per desiderare e conquistarsi una vita più degna»; e non lesina un appello rivolto a papa Francesco: «sarebbe un bel giorno se all’alba di un 17 febbraio di questo secolo un qualche vescovo di Roma uscisse dal Vaticano per recarsi in Campo dei Fiori».

Massimo Bucciantini

Campo dei Fiori. Storia di un monumento maledetto

Einaudi 2015, XXIV-392 pp., € 32

Ogni domenica alle 22.10 su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.  Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci (tel. 3407642693, mail: pressboudu@gmail.com)

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2 Risposte a Giordano Bruno, battaglie per un monumento

  1. Antonio scrive:

    “Importante e forse decisivo il ruolo di Francesco Crispi, presidente del Consiglio nella fase conclusiva della «battaglia». A lui si devono le dimissioni del sindaco di Roma Leopoldo Torlonia, che sostenuto dal Vaticano ostacolava la realizzazione, e la vittoria alle amministrative romane, nel giugno del 1888, di forze laiche, liberali e progressiste che danno il nulla osta a erigere la statua.”

    Oggi invece è stato decisivo il ruolo del pontefice nelle dimissioni del sindaco di Roma. Per questo risulta incomprensibile se non l’appello di Bucciantini, poiché il libro è stato sicuramente scritto prima dei recenti avvenimenti, il richiamo di tale appello alla fine della recensione.

  2. Nicolai Caiazza scrive:

    ‘appello rivolto a papa Francesco: «sarebbe un bel giorno se all’alba di un 17 febbraio di questo secolo un qualche vescovo di Roma uscisse dal Vaticano per recarsi in Campo dei Fiori».’
    Diceva la canzone: “…a volte cerchiamo l’amore nelle braccia sbagliate”. Speriamo che “qualche vescovo”resti nel Vaticano e si faccia i fatti suoi senza interferire nella vita sociale e culturale della gente e della cittá di Roma.

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