libro-cada-semana-impostor--490x578Raffaella Battaglini

«La realtà uccide, la finzione salva»: è su quest’asserzione, variamente declinata e infine contraddetta, che si fonda l’ultimo libro di Javier Cercas, L’impostore, storia «vera» di un bugiardo geniale, Enric Marco, il quale dopo essersi spacciato per anni per un sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, arrivando addirittura a presiedere l’associazione spagnola dei sopravvissuti, in vecchiaia viene finalmente smascherato, diventando «il grande impostore e il gran maledetto».

Fin dall’inizio, e dichiaratamente, ciò che interessa a Cercas è indagare il confine tra verità e menzogna, percorrerlo nei due sensi, illuminarne i limiti e se possibile forzarli; soprattutto, quel che gli preme è stabilire un’analogia, o piuttosto un’antitesi, tra il proprio ruolo di romanziere che racconta il reale, e il suo protagonista che si fa romanziere di se stesso, inventa la sua vita e la trasforma in finzione. L’intero libro ruota intorno a questo chiasmo, che interpella direttamente lo statuto del romanzo, storicamente luogo deputato della finzione, a cui Cercas fin dai tempi di Soldati di Salamina (ancora, almeno in parte, un romanzo di finzione) imprime però una torsione decisiva in direzione, appunto, di ciò che lui chiama «il racconto reale», un racconto «privo del minimo conforto di invenzione o fantasia». In questi anni non è certo l’unico a farlo: in particolare, per quanto riguarda L’impostore, il parallelo che s’impone immediatamente è quello con L’Avversario di Emmanuel Carrère – peraltro esplicitamente citato da Cercas come precedente –, a sua volta il racconto di un’impostura che alla fine sfocia in una strage. In entrambi i casi il dispositivo è il medesimo: gli autori entrano in prima persona nel racconto, mettendo in campo il loro rapporto con i protagonisti, nonché i dubbi e i dilemmi morali suscitati dalla stesura del libro. Cercas chiama in causa come correo anche Truman Capote, inventore del genere con il suo A sangue freddo. Ma, a differenza di Carrère e di Capote, l’indagine di Cercas non riguarda tanto gli abissi dell’animo umano. Cercas non è, né aspira in alcun modo ad essere, uno scrittore dostoevskiano, cosa a cui invece ambirebbe Carrère. Tutto sommato, non gli interessa tanto nemmeno l’autofiction, che utilizza in modo spregiudicato come mero espediente narrativo. Ciò che gli interessa davvero è la Storia – naturalmente, soprattutto la storia spagnola del ventesimo secolo: più in particolare, lo scoppio della guerra civile, e il modo farraginoso e cruento in cui la Spagna è precipitata nella dittatura (di questo ci parla in Soldati di Salamina) o il modo imperfetto, lacunoso e colpevole in cui ne è uscita – e questo è il vero tema sia di Anatomia di un istante sia, alla fin fine, dell’Impostore.

Su tutto il romanzo aleggia lo spettro più illustre della letteratura spagnola, quello di Cervantes, e insieme a lui quello del suo personaggio don Chisciotte, interpretato – alquanto riduttivamente a dire il vero – appunto come un impostore che, insoddisfatto del grigiore della sua vita reale, se ne inventa una fittizia, molto più avventurosa ed eroica: proprio come il protagonista di Cercas, il quale dedica un intero capitolo a questo parallelo. Nella versione di Cercas, è don Chisciotte a commettere tutte le sue follie affinché Cervantes le possa raccontare e diffondere per il mondo, così come Enric Marco costruisce la sua enorme menzogna affinché lui, Cercas, la racconti (parafrasando Cervantes, «Per me solo nacque Enric Marco, e io per lui; egli ha saputo operare, e io scrivere; noi soli siamo due in uno»). In realtà, questa visione pirandelliana dei rapporti fra autore e personaggio non discende da Cervantes, ma da un altro illustre spettro delle lettere ispaniche, Miguel de Unamuno, che alla fine del suo romanzo Nebbia ci mostra il protagonista mentre compare davanti al suo autore (cioè lui stesso) rivendicando una vita reale al posto di un’esistenza immaginaria. Analogamente, nel sottofinale dell’Impostore, Cercas per la prima volta inventa un dialogo fittizio col suo personaggio reale, il quale si lancia in un’appassionata difesa di sé e della sua menzogna, e alla fine lo accusa di essere come lui: un commediante e un bugiardo, che ha tutti i suoi difetti e nessuna delle sue virtù.

Enric Marco c’est moi, dunque? Certo; ma poiché, come dicevamo, il vero tema del romanzo è l’imperfetta transizione dalla dittatura alla democrazia in Spagna, la tesi di Cercas è che Marco è come tutti: si è reiventato un passato glorioso di combattente antifranchista e di vittima dei nazisti, mentre tutti in Spagna in un modo o nell’altro stavano abbellendo o truccando il proprio passato; finge di aver detto No e di essere stato tra i pochi coraggiosi, mentre ha passato la vita a dire Sì e si è schierato sempre con la maggioranza. La storia di Marco, quindi, sarebbe la perfetta metafora della Spagna dopo la dittatura: un luogo di trasformismo e di codardia dove coloro che mai si erano opposti al regime tentano di rilegittimarsi come oppositori segreti, democratici da sempre, antifranchisti dormienti; un luogo dove tutti mentono e reinventano la propria identità; il luogo, in ultima analisi, di un’immensa menzogna collettiva. Ora, è lecito chiedersi se questa tesi non finisca per essere sostanzialmente assolutoria: tutti siamo trasformisti e vigliacchi, tutti diciamo Sì quando dovremmo dire No, tutti mentiamo; tutti, in definitiva, siamo Enric Marco. Non c’è altro da fare, quindi, che accettare la generale impostura?

Cercas, in quanto uomo di sinistra ma anche figlio di un ex falangista, in questo processo al passato «che non passa mai» è al tempo stesso accusatore e accusato – come il suo protagonista, borgesianamente, è al tempo stesso traditore ed eroe. Forse, di tutti gli interrogativi che affollano il libro, la domanda cruciale infine è questa: si sarebbe potuta costruire la democrazia sulla verità? Avrebbe potuto la Spagna riconoscersi per ciò che era, in tutto l’orrore e la vergogna del suo passato, e malgrado questo, o forse proprio per questo, risollevarsi? Perché la finzione uccide, ma la verità salva...

Javier Cercas

L’impostore

traduzione di Bruno Arpaia

Guanda, 2015, 406 pp., € 20

Ogni domenica alle 22.10 su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.  Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci (tel. 3407642693, mail: pressboudu@gmail.com)

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