buddhismoVittorio Tamaro

«Sotto il grande albero di maggio, due famiglie e non una – non lo si dice abbastanza – fecero pic-nic. La prima si buttò nella politica, negli affari, nei media. La seconda aveva, incavigliato al corpo, il rifiuto di una vita senza libertà. Michaux invece di Mao. Gautama invece che Guevara. Quella era la mia». Così Hervé Clerc comincia – verso la fine del suo singolare libro sul buddhismo comune, tradotto per Adelphi con magistrale scioltezza dal mercuriale Carlo Laurenti – a delineare le coordinate spazio-temporali entro le quali avvenne la sua inaspettata e giovanile esperienza nirvanica, forte abbastanza da cambiare per sempre la sua vita. E che giustifica – sono parole sue – l’esistenza di questo libro, al di là o meglio al di qua di ogni autorevolezza erudita. Ma – misteriosa potenza del mito – con il grande albero del maggio ’68 e le sue due famiglie Clerc ci trasporta sotto il grande albero cosmico dei Veda, sui cui rami sono appollaiati i due uccelli da cui si snoderà tutta la vicenda spirituale dell’India: l’uccello che mangia e l’uccello che guarda. Mangiare: essere assorbiti nella varietà delle esperienze, catturando ed essendo catturati, quello che si chiama vita. Guardare: l’impassibile nuda testimonianza, nuda distaccata attenzione. Simone Weil dirà che tutta la tragedia dell’esistenza umana sta nel fatto che mangiare e guardare non sono lo stesso atto. Come spesso avviene l’India mette allo scoperto le cose essenziali; fra queste primeggia il dialogo incessante fra l’uccello che mangia e l’uccello che guarda, giunto addirittura fino al maggio ’68, sia pure modestamente.

L’albero cosmico dei Veda è lo stesso albero sotto le cui fronde il Buddha svolse in modo radicale quel dialogo divenendo appunto il Buddha, cioè il Risvegliato. L’albero sarà allora albero del risveglio: l’albero della Bodhi. L’iconografia antica lo raffigurerà con alla base un seggio vuoto. Il seggio vuoto indica fra le altre cose l’introvabilità del Buddha in questo mondo in cui sostanzialmente si cattura e si è catturati, si mangia e si è mangiati: estinto infatti è questo mondo nel risveglio – nirvana significando appunto estinzione. Nella dimensione del risveglio, della sovranità del giusto guardare, accade la fine di questo mondo e l’inizio di qualcos’altro. Che il Buddha sia contemporaneamente l’Estinto e il Risvegliato è un apparente paradosso che Clerc ci ricorda con eleganza. Ma la presenza persistente dell’antico albero cosmico mostra che l’introvabilità è al contempo ubiquità, che dunque il risveglio non avviene se non in questa vita indigesta, dunque nascostamente nutritiva di ciò che pur la eccede. La più radicale discontinuità poggia comunque sul continuo, come scrive Calasso nel suo Ka, qualunque sia il nome che al continuo si voglia dare.

Hervé Clerc sperimentò da «ragazzino ignaro di tutto» questa radicale discontinuità, e proprio nella più disdicevole continuità, cioè durante l’assunzione di una sostanza illecita. Fu d’improvviso rapito in quel vuoto dove non c’è più niente di quel che consideriamo realtà, e tuttavia «non era il nulla. Proprio il contrario: un’intensificazione inaudita della realtà. D’improvviso niente occultò tutto. E niente, forte di questo occultamento, si rivelò». Più tardi Clerc comprese che questo niente, questo vuoto dall’inaudita intensità, era evangelicamente «l’unico necessario». Senza voler chiamare tale niente con il nome di Dio, come aveva fatto Meister Eckhart, Clerc si è apofaticamente tenuto lungo la sua vita alla sua giovanile esperienza del risucchiante e insieme irraggiante «seggio vuoto». E se volessimo lusingarlo, potremmo dire che per lui tale intensificante vacuità è stata quel che per Rilke è il centro dello scialle di Kashmir: «senza fine i nomi / si sprecano per dirlo: perché è il Centro. / Quale che sia il disegno dei nostri passi, / intorno a un simile vuoto ci muoviamo». Così Clerc, spinto dall’urgenza del cercatore piuttosto che dalla professionalità dello studioso, si è imbattuto nel corpus delle antiche scritture buddhiste, e in esse ha trovato ciò che al meglio rendeva ragione della sua esperienza e del suo persistente sentire. Ma, attenzione, egli non si è fatto buddhista, lungi da lui il desiderio di adesione e appartenenza a una qualche tradizione codificata. Giustamente, nessuna abiura e nessuna conversione. Da qui il senso del «buddhismo comune» al quale intende iniziarci: un buddhismo privo di orpelli, non clericale, dal quale attingere per quel che ci serve, per quel che – direbbe lo stesso Gautama Siddharta nelle vesti di medico dell’esistenza – ci è salutare. Ed è del tutto giusto il richiamo di Clerc al non scimmiottamento-travestimento, a mantenere le proprie radici, del tutto giusta la considerazione che un incontro davvero fecondo con il buddhismo non potrà che far nascere qui, se proprio dovrà nascere, un buddhismo europeo, come c’è stato un buddhismo cinese e giapponese dagli inconfondibili tratti originali. Per il momento Clerc ci offre il suo buddhismo comune, cioè «nudo, immobile, vuoto», che «ha per vocazione quella di perdere il proprio nome, come un alimento ben digerito la cui sostanza si integra alla nostra».

Da tutto questo scaturisce lo stile proprio del libro. Con tono amabile e dalla leggera e arguta grazia, esso si articola in brevi capitoli dove ogni volta si fondono quasi senza soluzione di continuità le intuizioni fondamentali della tradizione buddhista, le personali considerazioni ed esperienze dell’autore, i rimandi a momenti congeniali del nostro universo culturale. Capitoli che sono come piccole insorgenze, piccole sporgenze che ogni volta racchiudono un sapore della dottrina (la dottrina va assaporata, e nell’assaporamento obliata); oppure piccoli vortici che ruotano intorno al loro «centro vuoto». Ogni volta inizi che, al loro modo continuo-discontinuo, svolgono lo stesso filo.

Chi opera un’iniziazione è un iniziato. Ma Clerc non è un iniziato né si presenta tale; egli è un «iniziante»: uno che, come i suoi capitoli, inizia. Un principiante dunque – e non si può qui non pensare al libretto di Shunryu Suzuki Mente Zen, mente di principiante. La possibile grazia di chi incomincia la incontriamo in un momento decisivo della vita del principe Siddharta, e la si legge in uno di quei rari e brevi passi immediatamente suggestivi (nel Majjima-Nikaya del Canone pali) fra le interminabili e ripetitive formulazioni della dottrina. Il futuro Buddha ha realizzato che l’ascesi mortificante dei suoi primi maestri non porta troppo in là e anzi costituisce un impedimento; e ora si ricorda di quando, appena ragazzo, sedeva nella fresca ombra di un albero di melarosa (c’è sempre un albero!) osservando tranquillo il lavoro dei campi e la varia bellezza del paesaggio circostante. E ricordando la felicità di quel momento, felicità senza desiderio, priva di qualsivoglia sforzo e tensione, una felicità pervasa da quel che noi diremmo amore per tutto il creato, si domanda se ha paura di questa felicità. No, non ne ha paura; e questa, capisce, è la via al Risveglio. Non c’è risveglio, dunque, al di fuori di questa naturalezza, che sopravviene per grazia e in cui le cose sono come sono e noi siamo come siamo, al di fuori di ogni maculante tensione, sia pure ascetica. Tathata, l’esser-così, da cui Tathagata, il venuto-andato-così, il nome con cui sarà chiamato il Buddha. Esser-così: certo la cosa più difficile, e tuttavia la più prossima, pervadendo la mente del principiante come la frescura di un albero frondoso. Mai si dovrà lasciar cadere quella distesa naturalezza, quella lieve brezza rinfrescante. Nel libretto di Clerc tale brezza in effetti spira e ci viene incontro, ed essa – al di là della diligente perlustrazione dei segnavia delle scritture buddhiste – è il segno più persuasivo dell’aver egli realmente assaporato qualcosa.

Rinfrescante. Così si può in effetti tradurre, con un po’ di forzatura, la fin troppo famosa parola nirvana. Letteralmente significa estinzione, spegnimento, espirazione. Da un lato è legata al soffio, dall’altro al fuoco. Nel nirvana v’è spegnimento del fuoco. Ma di quale fuoco si tratta? Clerc cita opportunamente un passo del celebre sermone del fuoco: tutto è in fiamme, dice il Buddha, tutti i nostri contatti sensoriali e mentali con le cose bruciano. È il fuoco dell’attaccamento, dell’avversione e della nescienza, il fuoco della brama, della sete che colora e distorce ogni nostra percezione e ogni nostro atto, in modo grossolano o più sottile e perciò ancor più difficile da riconoscere. Il conatus, la voluntas inerente alla perceptio manda questa fuori strada, la svia nell’erramento: perché nella brama si afferma se stessi e si afferrano i fenomeni, ma – ecco l’intuizione buddhista fondamentale – l’Io non esiste sostanzialmente (non è solo pascalianamente detestabile) e tutti i fenomeni sono privi di natura propria, cioè vuoti. Il gesto che si protende bramoso nell’afferramento e nell’autoaffermazione gira dolorosamente in tondo e a vuoto, è il famoso samsara, la nostra vita usuale, singolare e comune. Questo è il fuoco che va spento, e il dolore-dukkha che in esso brucia; questo è il fuoco che nel nirvana si spegne – ed è certo una morte, nel senso evangelico del morire a se stessi. Raccontando la sua esperienza, Clerc parla espressamente di «estinzione dei fuochi».

Ma un fuoco resta. Un fuoco singolare perché tanto ardente (l’ardore dell’esercizio incessante) quanto rinfrescante: la fiamma dell’attenzione. Kafka ha detto che l’attenzione è la preghiera naturale dell’anima. Quando s’interroga sull’essere o meno il buddhismo una religione, Clerc scrive che, se mai, esso sarebbe la religione dell’attenzione. E giustamente dedica molte parti del libro al ruolo essenziale di sati-attenzione e delle pratiche meditative, che camminano sulle due gambe della quiete concentrata e della visione penetrante. Quando parliamo in questo ambito di attenzione, di sovrana presenza mentale, non dobbiamo però pensare alla sua accezione comune, per quanto necessaria, di vigilanza. Qui credo leggermente fuorviante il parallelismo di Clerc con lo stile del saggio stoico sia. L’attenzione buddhisticamente declinata non può certo limitarsi a una vigilanza in fondo difensiva e troppo secca, grigia potremmo dire – com’è per Wittgenstein la saggezza, mentre piene di colori sono per lui la vita e la religione. Può servirci l’immagine dello specchio, presente in molte tradizioni buddiste: la sua natura è vuota e limpida – come la mente nella sua natura originaria – e proprio in quanto tale esso può riflettere tutto. Se la mente si stabilisce nella sua natura-specchio ci sarà non-dualità fra vuota limpidezza e la policroma miriade di fenomeni; se i riflessi-fenomeni sono della mente-specchio, e se questo viene realizzato, l’unico sapore della presenza sovrana (ekarasa) pervaderà tutti i vari e policromi sapori, non più capaci di generare erramento e dolore-dukkha, anzi con ciò rovesciati nella condizione libera e festiva del grande piacere, del grande diletto, Mahasukha. Ed è bene tenere ciò a mente per non confondere il ruolo dell’attenzione buddhista con l’esclusiva asciuttezza del saggio ellenistico. L’antica immagine dell’albero cosmico alla cui base poggiava il seggio vuoto stava forse fin dall’inizio a monito contro un intendimento troppo secco, austero, del Dharma buddhista.

La fiamma dell’attenzione – ardente rinfrescante – riporta il fuoco alla sua dimora originaria. Nelle battute iniziali del famoso dialogo sull’Abbandono, scrive Heidegger: «Nella frescura della giornata autunnale il fuoco dell’estate trova il proprio compimento nel sereno. [...] Il sereno della frescura autunnale, che ha serbato in sé l’estate, aleggia ogni anno su questo sentiero di campagna con il suo gioco di raccoglimento». Lungi dall’essere una semplice nota metereologica stagionale, questo «sereno» è propiziatorio e consustanziale alla Gelassenheit, al gesto che dismette il bramoso afferrare, che lascia e che scioglie dai lacci dell’afferramento colui stesso che afferra. Amico dell’estinzione dei fuochi, immagino Hervé Clerc, nelle sue passeggiate nel Vallese lungo i sentieri di montagna con il suo amico Emmanuel Carrère, andare anch’egli incontro al sereno propiziatorio, traendone a suo modo la giusta lezione. E possiamo credere a Carrère, quando dice nel Regno che ringrazia il Dio a cui crede-non-crede per aver messo Hervé al suo fianco. Forse per Carrére – che presenta se stesso come uno dai robusti appetiti – Hervé Clerc è il suo «uccello che guarda», magari non un maestoso Garuda, ma una di quelle mobili cince che svolazzano sul balcone del loro chalet nel Vallese.

Hervé Clerc

Le cose come sono. Una iniziazione al buddhismo comune

traduzione di Carlo Laurenti

Adelphi, 2015, 259 pp., € 14

 

Ogni domenica alle 22.10 su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa. Questa sera, seconda puntata: Spendere (con la partecipazione, fra gli altri, di Antonio Negri, Elettra Stimilli, Giorgio Falco).

Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci

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