_77782703_smartphonesmanyafpPaolo Godani

Maurizio Ferraris ci ha abituato, da Dove sei? Ontologia del telefonino (Bompiani 2005) ad Anima e Ipad (Guanda 2011), a un uso spregiudicato della filosofia come strumento idoneo alla comprensione del presente. Il suo nuovo libro, Mobilitazione totale, si inserisce sulla stessa linea, e lo fa seguendo quello che appare essere un medesimo principio di fondo: leggere le tecnologie sociali contemporanee come realizzazioni di tendenze implicite nella natura umana. L’idea è che il telefonino, la rete, lo smartphone, l’Ipad, i social media non producano alcuna «mutazione antropologica» (da guardare alternativamente con atteggiamento esaltato o catastrofista, come se potessero rappresentare un nuovo inizio della storia umana o decretassero piuttosto la fine dell’umanità come l’abbiamo conosciuta), ma piuttosto consentano l’emergenza di alcune tendenze di fondo, da sempre virtualmente sussistenti, dell’uomo come animale sociale. Ne consegue un’indagine capace di mettere in luce le ambivalenze degli attuali strumenti di comunicazione, le loro possibilità e i loro limiti: la capacità, che essi possono manifestare, di ampliare gli spazi di libertà e le forze dell’emancipazione e, insieme, anche il rischio che quegli stessi dispositivi possano invece incentivare le tendenze autoritarie che nelle nostre società si manifestano in maniera piuttosto evidente.

La prima parte di Mobilitazione totale è dedicata quasi esclusivamente a mettere in luce i diversi modi in cui la connessione continua, garantita in particolare dall’uso degli smartphone, approfondisca in maniera inquietante il dato strutturale per cui ogni individuo è esposto alle pretese che la società ha su di lui. Così che ci si trova a chiedersi, quasi subito, se non stiamo vivendo in un mondo che l’onnipresenza dei dispositivi di connessione alla rete rende tendenzialmente totalitario. La continuità della connessione implica che ogni individuo sia sempre, a ogni ora del giorno e della notte, virtualmente disponibile alla chiamata di chi lo cerca, e in ogni caso obbligato a rispondere. Da qui un’intensificazione piuttosto spaventosa della responsabilità, cioè appunto dell’obbligo sociale a rispondere in prima persona. Desta una certa legittima nostalgia l’epoca, peraltro non molto lontana, in cui «chi non si fosse trovato fisicamente nei paraggi di un telefono fisso di sua pertinenza (il telefono di casa o quello dell’ufficio) era virtualmente sollevato da qualsiasi responsabilità. Il telefono squillava, ma se aveva un valido motivo per non essere in casa o in ufficio, il fatto di risultare irreperibile (così si diceva) non gli poteva venire in alcun modo imputato». La differenza introdotta dai telefoni portatili risiede nella loro capacità di registrazione (cioè in quella capacità che consente a una «chiamata persa» di essere comunque una chiamata a cui si è in obbligo di rispondere). Questa disponibilità rende tendenzialmente indistinguibile il tempo del lavoro dal tempo «libero», come all’incipit di Ferraris: «È la notte tra il sabato e la domenica, quella tradizionalmente consacrata al riposo. Mi sveglio. Faccio per sapere l’ora e ovviamente guardo il telefonino, che mi dice che sono le tre. Ma, contemporaneamente, vedo che è arrivata una mail. Non resisto alla curiosità o meglio all’ansia (la mail riguarda una questione di lavoro), ed è fatta: leggo e rispondo. Sto lavorando – o forse più esattamente sto eseguendo un ordine – nella notte tra il sabato e la domenica, ovunque io sia».

Gli effetti dei dispositivi di mobilitazione, così acutamente descritti da Ferraris, non sono in fondo che l’ultima manifestazione del vincolo sociale. I media, vecchi o nuovi che siano, non fanno passare innanzitutto informazioni, ma ordini, dato che il linguaggio stesso non è un innocuo mezzo di comunicazione, ma lo strumento primario attraverso il quale si stabiliscono le risposte corrette, i comportamenti consentiti, i gesti da compiere in determinate situazioni. Come ricordava Deleuze, anche la maestra, a scuola, non si limita a «informare» i bambini dell’esistenza dell’alfabeto. In questo senso, non c’è da lamentarsi del «militarismo» con cui la rete ci mobilita, almeno non più di quanto ci si sia lamentati dell’autoritarismo dei vecchi maestri di scuola.

Qui, però, c’è un nodo importante della strategia di Ferraris. Anche ammettendo che la rete si limiti a espandere e (semmai) intensificare la norma delle relazioni sociali, e che dunque le regole che la governano siano vecchie come il mondo, da questo tuttavia non è scontato dedurre che ogni uso dei dispositivi sociali (e, tra questi, di quelli elettronici di connessione) sia anch’esso vecchio come il mondo. C’è, per esempio, un uso capitalistico del web – e per quanto lo si voglia naturalizzare, il capitalismo non si identifica con le invarianti della società in quanto tale. Ferraris riconosce che «l’apparato trae vantaggi economici» dalle nostre attività sui social media: con la pubblicità in primo luogo ma anche, e forse soprattutto, con «l’enorme accumulo archiviale, che fornisce una base di conoscenza senza comune misura». Tuttavia, pur notando che «spesso si chiama “disoccupazione” ciò che potrebbe essere più pianamente definito “lavoro gratuito”», Ferraris non ne trae la conseguenza per cui, a fronte del «plusvalore assoluto» garantito dall’«apparato», sarebbe legittima la rivendicazione di un reddito sociale altrettanto sistemico. E non lo fa proprio perché convinto che la «spiegazione economica» non colga la radice della mobilitazione indotta dalla rete, dato che le ARMI (Apparecchi di Registrazione e di Mobilitazione dell’Intenzionalità) sono «molto più antiche del capitale, identificandosi con la natura umana in quanto seconda natura». Con questo Ferraris vuol dire che non ha senso scagliarsi contro le ARMI in quanto tali, dato che esse sono espressione della società stessa; insensato rivoltarsi contro di esse come se fossero il prodotto di una volontà di dominio, laddove non sono altro che la nostra seconda natura. Resta tuttavia, mi pare, la possibilità e anzi la necessità di lottare contro il loro uso capitalistico, cioè contro l’invisibile espropriazione, da parte del capitale, della ricchezza che attraverso di esse produciamo.

Mobilitazione totale si conclude con una sorta di grande elogio della cultura come vettore di un’emancipazione possibile: «si tratta di rilanciare, contro il discredito postmoderno del sapere, l’ideale della cultura, che proprio nell’età del web può disporre di risorse in precedenza inimmaginabili», e quando conclude (in modo al contempo onesto e orgoglioso): «so bene che questo è poco, ma è tutto quello che può venire da un professore che non si è rassegnato all’idea che ormai solo un dio ci può salvare». Si noterà come l’ideale del sapere di cui si parla qui non è elitario, riservato a quella parte esclusiva dell’umanità che sarebbe consacrata a conservarlo, nel bel mezzo della catastrofe mentale a cui sarebbero invece destinati i non eletti. È semmai l’ideale di un sapere democratico, che non ha neppure troppo bisogno di slanci utopici per essere affermato, dato che – come dice giustamente Ferraris, a tormento di tutti coloro che vedono dilagare la stupidità ovunque, meno che nei loro propri discorsi – «semplicemente [...] non c’è mai stata così tanta cultura come ai nostri giorni».

Maurizio Ferraris

Mobilitazione totale

Laterza, 2015, 109 pp., € 14

Ogni domenica alle 22.10 su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa. Domenica 18 ottobre, seconda puntata: Spendere (con la partecipazione, fra gli altri, di Antonio Negri, Elettra Stimilli, Giorgio Falco). La replica della prima puntata, Amare, è programmata per giovedi 15 ottobre alle 16.30.

Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci
Tagged with →  
Share →

Una Risposta a Smartphone, arma di mobilitazione di massa

  1. Ipertesto di George P. Landow e La quarta rivoluzione di Gino Roncaglia rivivono nel libro d Maurizio Ferraris. La lettura ipertestuale e la partecipazione nei blog tramite i dispositivi mobili ridiscutono e sottopongono al valore politico della mobilitazione culturale contemporanea diritti quali la cittadinanza attiva e il salario minimo garantito, così come già hanno intravisto Richard Sennett, Franco Piperno, Paolo Virno e Toni Negri. I dispositivi mobili quali uno smartphone rappresentano un-estensione delle nostre capacita- cognitive e metacognitive e ci sottraggono all’indirizzo che il capitale intende tracciare, laddove però la nostra intenzione e quella di decostruire e ricomporre con il linguaggio ciò che il mercato culturale ci offre.

    “Di solito viviamo con il nostro essere ridotto al minimo, e la maggior parte delle nostre facoltà restano addormentate, riposando sull’abitudine, che sa quel che c’è da fare e non ha bisogno di loro.” (Marcel Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!