Marco Pacioni

Complice forse il sempre più forte investimento mediatico e politico, oltre che della sua ricezione sociologica, in questi ultimi anni l’immagine è stata fatta oggetto di studi che hanno cercato di definirne nuovamente filologia e teoria. Solo per citare alcuni titoli, in Italia in questi ultimi mesi sono apparsi Facce di Belting (Carocci), Immagini che ci guardano di Bredekamp (Cortina), L’altro ritratto di Nancy (Castelvecchi), L’immagine occidentale di De Vito (Quodlibet). Si inseriscono in questo filone anche gli studi che Carlo Ginzburg ha raccolto in Paura reverenza terrore.

Questi di Ginzburg sono saggi che si muovono fra morfologia e storia della Pathosformel, cioè dell’idea di Warburg secondo la quale a partire dal Rinascimento l’arte recupera e riadatta modelli antichi di gestualità patetica intensificata, capace di grande suggestione. Sono scritti che spaziano da una coppa d’argento dorato del 1530, dove scene antiche esprimono quelle relative alle scoperte del nuovo mondo; all’illustrazione del Leviatano di Hobbes, che rende in immagine una versione fatta dallo stesso Hobbes di un passo di Tucidide; al Marat all’ultimo respiro di David, nella quale ai più ovvi modelli eroici antichi si intrecciano quelli del rococò religioso; al manifesto di propaganda di Alfred Leete per il reclutamento dei britannici nella Prima guerra mondiale, manifesto nel quale Ginzburg rintraccia la combinazione dei modi pittorici della gestualità eroica di Alessandro Magno, descritti da Plinio, con quelli di icone e quadri che rappresentano il pantocratore e l’ecce homo; a Guernica di Picasso, «il quadro antifascista per eccellenza dove però il nemico fascista è assente», mentre sembrano esserci alcune idee di Bataille che reinterpretano modelli tragici antichi.

Al di là del contenuto specifico dei saggi, il libro di Ginzburg offre la possibilità di comprendere o trasformare ciò che per Warburg rimane un dilemma irrisolto nella Pathosformel – morfologia o storia? – in una risorsa. La pathosformel è tanto l’una che l’altra, sembra infatti suggerire Ginzburg. L’individuazione di elementi visivi antropologici, che generano il pathos in chi contempla l’immagine, è inscindibile dalla storia iconografica attraverso la quale quella stessa formula viene trasmessa.

È in virtù di tale interazione fra morfologia e storia che la Pathosformel può includere anche elementi che non hanno a che fare con la sua origine eroica pagana. Così, accanto alla riattualizzazione dei tratti artistici antichi, ecco comparire quelli religiosi cristiani, in un interscambio di sacro che si profana e di profano che si sacralizza (e forse è proprio questo movimento oscillatorio una delle fonti più cospicue da cui promana la Pathosformel). Interscambio e non sostituzione di un modello all’altro. Questa forma ibrida fatta di sacralizzazione e profanazione porta Ginzburg, in ambito moderno, a discutere della secolarizzazione. Analogamente alla Pathosformel, anche la secolarizzazione non è semplicemente atto unilaterale di giustapposizione dell’immagine sacra sul calco formale di quella antica. Secolarizzazione e Pathosformel, per Ginzburg, sono ambivalenti. Anzi, forse siamo arrivati al punto di non riuscire più a comprendere da quale parte, dal sacro o dal profano, venga il maggiore input. Forse fa parte della strategia dell’attuale teologia politica confondere le acque e non farci capire se è il teologico che va al politico o viceversa. E tuttavia, sembrano suggerire i saggi di Ginzburg, se proprio dovessimo scommettere per indovinare da quale lato venga la spinta alla secolarizzazione / teologia politica forse bisognerebbe fare appello a un terzo elemento, esso stesso ibrido. E cioè quello che già Benjamin e Weber avevano definito capitalismo come religione.

Forse il momento più interessante il libro di Ginzburg lo raggiunge nel saggio sul manifesto di Leete. Qui si sottolinea un elemento cruciale della complessa fenomenologia morfologica e storico-culturale della Pathosformel: il gesto. Il gesto non è semplicemente un’immagine, né soltanto un movimento. Ma l’immagine di un movimento, il frammento di un atto nello spazio e nel tempo che si sta svolgendo e che non si è ancora esaurito completamente in un fatto. La rappresentazione riesce a catturarlo quando lascia sembrare che quell’immagine stia rivolgendo un’attenzione tutta speciale a chi osserva, fino a dargli l’impressione che gli stia facendo cenno. Quello del manifesto di Leete, del suo riadattamento americano dello zio Sam che addita e dice I want you!, hanno dato vita a tutta una serie di altri manifesti dello stesso tipo che si potrebbero definire come sguardi gestuati o, forse meglio, come gestazioni performative dello sguardo.

Anche prima del cinema, prima dell’immagine in movimento, il gesto (dello sguardo, delle mani, del corpo) era già un potente strumento di trasmissione di energia, di movimento, di vita da parte dell’immagine che rimane fisicamente statica. Forse proprio il gesto, al di là della morfologia e della storia, è allora il segreto dalla Pathosformel di Warburg. Se valutiamo in questo modo il rapporto tra gestualità e «formula di pathos», se consideriamo anche lo sguardo un gesto, allora ciò che Ginzburg pensa essere soltanto una «conclusione provvisoria: una basata su figure frontali onniveggenti, l’altra basata su figure con dita puntate» non è provvisoria, perché dita puntate e sguardo sono entrambi gesti e come tali entrambi partecipano e rivelano il segreto della Pathosformel.

 

Carlo Ginzburg
Paura reverenza terrore. Cinque saggi di iconografia politica
Adelphi, 2015, 311 pp., € 40

 

Ogni domenica alle 22.10 su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa. Domenica 18 ottobre, seconda puntata: Spendere (con la partecipazione, fra gli altri, di Antonio Negri, Elettra Stimilli, Giorgio Falco). La replica della prima puntata, Amare, è programmata per giovedi 15 ottobre alle 16.30.

Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci
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