Gifted-ChildrenGiorgio Mascitelli

Secondo quanto ci raccontano i suoi biografi, Albert Einstein non imparò a parlare prima dei tre anni, anche se, quando prese a farlo, si esprimeva già in maniera sintatticamente complessa. Mi è venuto in mente quasi automaticamente questo particolare, quando ho letto nei giorni scorsi la notizia che anche in Italia avrebbe cominciato a operare un circuito di istituzioni teso a valorizzare i bambini iperdotati, che la stampa con lungimirante sagacia pedagogica ha subito ribattezzato bambini geni. A quanto pare, queste attività di sostegno consistono innanzi tutto nella promozione di scuole speciali rivolte esclusivamente ai fanciulli gifted, come vengono chiamati tecnicamente. Nulla di strano in tutto ciò: è una tendenza già in atto in alcuni paesi europei e negli Stati Uniti, alla quale si vuole adeguare il nostro paese. Nulla di strano anche in senso ideologico: in fondo la tendenza nella nostra società a erigere barriere, a dividere e a classificare fin dalla tenera età è direttamente connessa con la libertà di circolazione delle merci e del denaro ed è un fenomeno complementare al discorso sulla meritocrazia.

Quale sia il peso per queste giovani vite di subire un marchio sociale, sia pure con valenza positiva, e dunque di entrare nel gioco codificato delle aspettative sociali proprio nel tempo irripetibile delle felici scorribande senza tempo non è oggetto di questo scritto, ma certo sarebbe interessante svolgere un’indagine sociologica sulle famiglie d’origine dei giovani iscritti alle scuole per iperdotati e determinare se non vi sia una presenza significativa di una borghesia di nuova formazione insicura per la scarsità del proprio capitale culturale e desiderosa di accrescerlo.

Sul piano ideologico, il discorso sul bambino geniale che deve essere tutelato e difeso con una scuola apposita richiama un’idea solipsistica dello sviluppo umano, in cui determinate doti innate debbono essere coltivate da un apposito training senza rischiare contaminazioni con mondi più bassi. E’ un’idea della formazione dell’individuo simile alla preparazione di un atleta per i campionati mondiali, che è bene che trascorra il proprio tempo in compagnia degli allenatori e di altri colleghi al suo livello. Questa idea presuppone che la socialità e l’esperienza che ne deriva siano solo una minaccia allo stato emotivo e alla performance dell’alunno dotato e non siano anche portatrici di una ricchezza umana e sociale.

Un tale atteggiamento è a sua volta spiegabile soltanto con il presupposto che qualsiasi qualità umana debba essere immediatamente messa a profitto e monetizzabile, inquadrando nel rigido orizzonte della produttività anche l’infanzia. Inoltre questa scelta richiama quella di una precoce specializzazione delle menti più giovani e fertili, perché ovviamente nelle scuole di quel genere vengono approfonditi gli ambiti disciplinari in cui il bambino eccelle. Si staglia insomma in nuce il profilo dello specialista chiuso a tutto ciò che non rientri nel proprio ambito disciplinare quale modello dell’esito del percorso perfetto di studio in prevedibile sintonia con l’idea utilitaristica del sapere e la sua validazione tecnocratica.

Sono, tuttavia, il precoce incasellamento di una vita, la classificazione delle ‘doti naturali’ congenite e la loro rigida valutazione, volta a stabilire il prima possibile quanto vale ognuno, gli aspetti più interessanti di questo tipo di discorso e di pratiche per chi desidera conoscere l’ideologia contemporanea, e sono tanto più interessanti nella loro assertiva staticità quanto più l’esperienza e l’osservazione consigliano una certa prudenza nella valutazione dell’evoluzione di ogni essere umano. Confluiscono ad articolare questo discorso un certo riduzionismo biologico, che specie nella sua accezione vulgata socialmente diffusa assomiglia sempre di più alla vecchia predestinazione religiosa, e un’esaltazione delle virtù individualistiche dell’homo oeconomicus, tra le quali la competitività e l’avidità.

A detta degli esperti uno dei problemi maggiori nel trattare con i bambini gifted è quello di individuarli perché essi tenderebbero a mimetizzarsi tra i bambini normali. Forse potrebbe essere un segno che le differenze tra questi bambini e gli altri non siano poi così nette come il discorso che li concerne fa credere, ma se invece questi bambini evitassero di proposito di farsi riconoscere, non potrei citare segno più evidente della loro precoce intelligenza che il rifiuto di essere incasellati in categorie, che tra l’altro potrebbe rivelarsi molto scomode per loro.

Share →

2 Risposte a Bambino geniale, vivi nascosto!

  1. Fabrizio Scrivano scrive:

    Caro Mascitelli, abbiamo discusso il suo articolo con un amico. L’uno ravvisava nella sua esposizione l’affiorare di una tendenza a livellare i giovani individui verso una media/mediocrità, a negare cioè che eventuali eccellenze dovessero essere aiutate ad emergere e valorizzate. L’altro riteneva che il punto da condividere era la critica alla svolta meritocratica/valutativa che ha preso la nostra istruzione, che da una parte impone una mediocrità di sistema e dall’altra non vuole rinunciare a creare percorsi (supposti) privilegiati per alcuni “eletti”. Avevano tutti e due torto?

    • giorgio mascitelli scrive:

      Grazie innanzi tutto per le sollecitazioni e l’attenta lettura. Vorrei precisare,però, che l’oggetto di questo scritto è il modo in cui un certo tipo di discorso parla dei bambini con doti precoci mettendone in luce l’ideologia e le pratiche sottese.Con il secondo dei suoi amici ho in comune delle preoccupazioni sull’avvenire delle nostre scuole, che però non sono l’argomento diretto del mio intervento, ma piuttosto costituiscono uno sfondo. La preoccupazione che mi muove è quella di vedere dei bambini che hanno qualche tratto in comune, tra l’altro abbastanza variabile, raccolti entro una categoria rigida e incasellati in un sistema di aspettative sociali molto cogenti. Penso che risparmiare ai nostri figli le dinamiche sociali peggiori, almeno nella prima età, sia un atto di amore per la vita. Tra l’altro, per rispondere al primo dei suoi amici, non credo che irregimentare entro una figura sociale così determinata una giovane vita sia il modo migliore per far fruttare eventuali talenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!