Paolo Zublena

Se c’è una figura intellettuale che può essere considerata una sorta di vertiginosa sintesi della letteratura, di un intero secolo – di quel Novecento che senza dubbio è stato per eccellenza il secolo degli eccessi –, questa è senz’altro la per altro discosta, quasi invisibile, figura di Maurice Blanchot. Che cosa è stato Blanchot, in primo luogo? Un filosofo? Un critico? Uno scrittore? Un militante politico? Ha certamente occupato via via ciascuna di queste caselle, senza però essere confinabile in alcuna di esse. Anche questo, e forse non per ultimo, inerisce alla sua specificità – e può costituire un segnacolo di quella indeterminabilità dei concetti che rappresenta un punto fermo del metodo blanchotiano.

Ma in che cosa consiste questa specificità, e insieme perché Blanchot sarebbe – pur nella sua diuturna ricerca dell’anonimato e dell’invisibilità, una sorta di campione del secolo degli estremi? Diciamo pure – in prima istanza e per sommi capi – che la forza del pensiero di Blanchot, e l’attrazione magnetica che la sua scrittura esercita – ce ne accorgiamo mentre con fatica tentiamo di non fargli il verso quando scriviamo di lui, tentazione scivolosa cui tanti suoi seguaci hanno finito per indulgere –, sta soprattutto in quella che è difficile designare altrimenti che come una retorica. Non uno stile – per quanto esista uno stile blanchotiano –, né un linguaggio, ma proprio una retorica. Una retorica, che è al tempo stesso una forma di pensiero, basata sulle figure paradossali, l’antinomia per prima. Questa flagrante coesistenza degli opposti non va interpretata in termini sofistici o scettici, ma secondo un movimento estremo di uscita dal linguaggio inteso come veicolo mimetico (e spesso infatti serve ad illustrare l’inattendibilità del significato comune o tràdito dalla vulgata filosofica di un certo termine concettuale), dalla logica aristotelica (e dalle sue filiazioni) e dalla dialettica (in particolare dalla dialettica hegeliana e dalla sua filiazione marxista). In questo senso Blanchot è una sorta di campione – non solo nella teoria, ma anche nella prassi di scrittura narrativa – di quella insoddisfazione verso la referenzialità del linguaggio che è stata la vera ossessione del Novecento letterario, almeno da Mallarmé fino al pieno modernismo.

Negli ultimi decenni questa sfiducia «letteraria» nella referenzialità del linguaggio è da una parte entrata nei presupposti della temperie postmodernista (dopo essere stata elevata a teoria dominante del poststrutturalismo: nulla fuori dal testo), dall’altra è stata via via osteggiata, anche con brutale semplicismo, dai tanti ritorni del realismo, specie quelli più inavvertiti. Al giorno d’oggi Blanchot sconta il suo estremismo hegeliano e antihegeliano insieme (la negatività del linguaggio privata del salvagente dialettico) e la apparente difficoltà e anti-intuitività della sua scrittura così fascinosa, ma secondo alcuni priva di senso (di fronte alla sua prosa, parafrasi o silenzio, diceva Todorov). Tuttavia, anche chi accusi Blanchot di insensatezza o di insulsa ripetitività, con vari gradi di malafede o rozzezza, coglie comunque alcuni aspetti reali della retorica cui si faceva cenno: l’uso estremo dell’antinomia, la sfida continua alla concettualizzazione propria della tradizione filosofica – che revoca instancabilmente in dubbio le categorie fungenti da presupposti inavvertiti del nostro ragionamento –, e anche il ricorso a una strategia di ritornello – sia all’interno di testi brevi sia all’interno dei libri più vasti –, che iconizza anche attraverso un correlativo stilistico la tematizzazione del ressassement, della ripetizione incessante.

In Italia, d’altra parte, Blanchot non conosce detrattori dell’ultim’ora, visto che la sua presenza è ormai pallidissima: i suoi libri fondamentali – quelli del critico e quelli del narratore – sono da tempo usciti dai cataloghi. Fa eccezione in questo 2015 la riedizione del fondamentale Entretien infini (Gallimard 1969) – già pubblicato da Einaudi nel 1977 –, ora di nuovo in libreria con un nuovo titolo ( La conversazione infinita) e accompagnato da una lunga, ingegnosa, anche coraggiosa introduzione di Giovanni Bottiroli.

L’entretien infini è un libro decisivo, di svolta: uscito nel 1969 – l’anno prima c’era stato lo sguardo simpatetico sul movimento del Maggio francese (a Blanchot «politico» accenneremo più avanti) –, raccoglie testi spesso già usciti in rivista (specie nella «Nouvelle Revue Française»), ma inscrivendoli in un organismo pienamente coerente, e basato su un trittico i cui cartigli promossi a titolo sono La parola plurale, L’esperienza-limite e L’assenza di libro (il neutro e il frammentario). Con il che si ha già una configurazione quasi completa del lessico di base, per così dire, della teoria blanchotiana (andrebbero forse aggiunti i lemmi ripetizione e interruzione, per arrivare alla coppia fuori e altra notte, che già trovavamo nello Spazio letterario – l’altro suo libro capitale). Si tratta di un lessico, come già detto, aconcettuale: il che non significa che Blanchot non si misuri mai con il concetto (è anzi sua frequente cura decostruire i concetti dominanti del pensiero occidentale), ma semmai che le parole utili a sopravanzare il lessico concettuale della tradizione diventano dei segnavia opachi ed enigmatici.

Che cosa cerca Blanchot, con questo linguaggio che vorrebbe indicare un fuori dal linguaggio? Cerca un’ipotesi di parola (letteraria in primo luogo) che sfugga al regime della dialettica (in cui insomma il negativo non sia riassorbito nella sintesi tra tesi e antitesi). Questa parola ha luogo nella scrittura (termine quasi sempre preferito al pur presente letteratura). La scrittura – nelle esperienze più estreme, le esperienze-limite, quelle in cui scrivere confina da vicino con il fuori, con la follia – persegue l’assenza d’opera, senza però sperare di adirne l’inquietante dimensione esterna attraverso la scorciatoia della mistica o l’irresponsabilità dell’irrazionalismo. D’altra parte, questo fuori è legato alla morte, oggetto del «gran rifiuto» non solo e non tanto della società, quanto di un linguaggio che la respinge – che respinge la nostra finitezza – attraverso l’ideale e l’universale. L’assunzione come fine di una impossibilità che è anche possibilità, di una immediatezza che non è immediata, di una assenza che è anche presenza (non antinomie barocche, lo si è capito, ma coppie di opposti non dialettici – se vogliamo stare al mallarmeano «gioco insensato» di Blanchot) permette alla scrittura (almeno a quella «eccessiva») di consegnarsi alla passione del fuori, di sottrarsi insomma alla dittatura della conoscenza basata sul modello visivo («parlare non è vedere», «scrivere non è parlare») per sondare un terreno che si può qualificare come ignoto (né il non ancora noto, né l’inconoscibile: l’enigma, semmai). I martiri di questa ricerca hanno i nomi di Eraclito, di Nietzsche, di Mallarmé, di Kafka, di Bataille, di Artaud, di Char: ma portano questi nomi solo per perderli nell’anonimato di una scrittura senza autore e senza opera, di una soggettività senza soggetto. «Nominare il possibile, rispondere all’impossibile»: questo il doppio compito della scrittura secondo Blanchot.

Il frammento, che non è l’aforisma – non ne ha la pretesa di indurre ex ungue leonem –, è il vettore principe di questa scrittura: disorganizzazione organizzata, compresenza di opposti che non si contraddicono, enigma. La parola plurale, per l’appunto – che trova nell’intermittenza e nell’interruzione (linguistica – sintattica, interpuntiva, ecc. – e no) la posizione migliore per auscultare il fuori, l’ignoto. Che cosa sia poi il fuori, che cosa sia l’ignoto, che cosa sia al limite l’assenza d’opera, che sfonda attraverso la scrittura la monumentalità culturale del libro, Blanchot non ce lo dice, perché siamo in presenza di «buchi neri» della lingua che tentano di sfuggire al concetto: «Che significa questo turbine di nozioni rarefatte, questa astratta tempesta? Che siamo caduti in balìa di quell’indefinito rovesciamento che è l’“attrazione” del rapporto impossibile, a cui già i meravigliosi antichi erano vigili nell’incontro con Proteo». È ovviamente il Proteo omerico, non quello virgiliano o ovidiano, e tantomeno quello di Hegel (per il quale fare violenza a Proteo significava ricondurre il mutevole della realtà alla stabilità della conoscenza). Sembra anzi che ci sia qui una sottile e riposta polemica verso l’Enciclopedia, visto che in questo passo Proteo è chiaramente figura dell’inafferrabilità: tutte le versioni animali di Proteo sono vere, e tutte coesistono con quella dell’indovino che dice la verità. Scrivere vuol dire insomma stare dalla parte della notte, dalla parte di Proteo, e quindi di Tiresia – che conserva il mistero – e non con la violenza (conoscitiva) di Edipo.

Lo scontro tra Edipo e Tiresia in Sofocle, oggetto di una memorabile nota dell’Entretien infini, ci riporta al tema della politica e della comunità. Se c’è un tratto di continuità nella parabola politica di Blanchot, esso sta proprio nella riflessione sulla comunità. Anche di questo parla il bel libro di Carmelo Colangelo, La ragione che veglia. L’itinerario di Blanchot, già noto per quanto riguarda la documentazione scritta (e già Colangelo aveva edito in traduzione italiana gli scritti politici del Blanchot post 1958: Nostra compagna clandestina, Cronopio 2004), viene qui finemente interpretato. Con grande equilibrio viene affrontata la delicata questione della militanza giovanile nell’estrema destra rivoluzionaria, e della violenza antidemocratica del polemista attivo su riviste anche famigerate. Con finezza Colangelo scandaglia i silenzi di Blanchot ai tempi di Vichy, e cerca di individuare il momento della svolta politica, che lo porterà con il passare degli anni nel campo della dissidenza comunista. Con grande competenza circa i documenti, e uguale capacità di analisi propriamente filosofica, infine Colangelo restituisce un disegno della partecipazione alla vita pubblica – sempre per via di scrittura, si capisce – dal 1958 in avanti, soffermandosi in particolare sui temi del rifiuto, della negazione affermativa, e sul tardo dibattito con Nancy a proposito della comunità. La stanchezza dell’uomo del bisogno, l’anonimato, la rivoluzione mai compiuta e sempre a venire – sono solo alcuni dei temi che legano profondamente la scrittura propriamente politica e militante del Blanchot maturo ai contenuti dell’Entretien infini di cui abbiamo brevemente detto.

Una piccola riflessione finale. A che cosa serve oggi leggere Blanchot? Ovviamente può venire alla mente una prima risposta di tipo storicistico, ed è una risposta piena di buone ragioni: è ben difficile comprendere Foucault e Derrida – blanchotiani fedeli –, ma anche il ben più distante Barthes a proposito del cruciale tema del neutro, senza avere una conoscenza diretta e precisa dei testi blanchotiani. Ma al vivo della nostra teoria e della nostra prassi? Certamente la retorica di Blanchot è insidiosa: cedere al fascino del suo stile è un rischio. Ma ci lascia un contravveleno prezioso contro i nuovi essenzialismi, la diffusa e ingenua credenza nelle identità, contro le banalità dei nuovi realismi. C’è sempre un fuori rispetto al linguaggio, e non è detto che lo si debba ricondurre a qualche trascendenza: l’anonimo mormorio della scrittura vuole esprimere non il senso o l’assenza di senso, ma lo sfasamento, lo scarto della parola plurale. Così, a dispetto o in virtù della sua passione per il fuori, della sua radicalità (Sade, citato in corsivo: tutto ciò che è eccessivo è buono), Blanchot continua a indicare una possibile strada per la letteratura e la critica: in sintesi, diffidare del linguaggio, affidarsi alla scrittura. Non è detto – forse nemmeno raccomandabile – che si debba seguirla: di certo non sembra un male continuare a esserne turbati.

Maurice Blanchot
La conversazione infinita. Scritti sull’«insensato gioco di scrivere»
traduzione di Roberta Ferrara, introduzione di Giovanni Bottiroli
Einaudi, 2015, LXIV-523 pp., € 34

Carmelo Colangelo
La ragione che veglia. Maurice Blanchot, la politica e la questione dei valori
Orthotes, 2015, 114 pp., € 15.

Da domenica 11 ottobre, alle 22.10 su Rai5, va in onda Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa. Prima puntata: Amare (con la partecipazione, fra gli altri, di Luisa Muraro, Massimo Recalcati, Walter Siti).

Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci

 

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2 Risposte a Maurice Blanchot, la parola plurale

  1. La scrittura,l’anima dell’umanità.
    In quel carattere tipografico in quel pezzettino di piombo che definisce i contorni della Parola,ma il cui significato é etereo è fuori da esso e vaga nell’indistinto.
    Pensavo

  2. Lorena Melis scrive:

    Una splendida trasmissione che attendo

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