Dalila D’Amico

Il 20 settembre presso una delle sale dello storico teatro Schaubühne di Berlino è andata in scena, dopo il debutto di luglio ad Avignone, una replica del Richard III diretto da Thomas Ostermeir. Una critica su questo spettacolo non può prescindere da una riflessione sul sistema teatrale berlinese, come forse il teatro non può prescindere da un dialogo con il contesto e il tempo in cui vive. Lo Schaubühne è un' istituzione di natura privata, ma di fatto sovvenzionato dallo Stato che rappresenta un potenziale di arricchimento per il sistema teatrale pubblico. Questa formula economica ibrida si rispecchia nell'offerta di questa istituzione (come di altre) che alterna durante l'anno “novità” internazionali a spettacoli di repertorio messi in scena da una compagnia “stabile”. Il teatro cosi pensato, cessa di essere mera struttura ospitante, e si caratterizza per una fisionomia distintiva, riconoscibile nella ricerca costante di un ensemble residente, unita all'impronta di una direzione artistica attenta alle nuove drammaturgie, alla sperimentazione scenica e alla rilettura di testi, sia classici che contemporanei.

Il Richard III è emblematico in questo discorso essendo contemporaneamente un'opera di repertorio dello Schaubühne e una regia del suo direttore artistico: Ostermeier. Lo spettacolo si inserisce infatti nella progettualità continua del teatro di ri-attualizzazione dei testi classici, affidata al drammaturgo residente Marius von Mayenburg. L'adattamento della tragedia shakespeariana comincia innanzitutto da una riflessione sul testo e sulla lingua: Come mantenere il pentametro giambico in lingua tedesca, le cui parole hanno di gran lunga più sillabe di quella inglese? Regista e drammaturgo optano per eliminare la rima e rendere il contenuto più intelligibile ad un pubblico giovane. La trama del Bardo è però seguita quasi pedissequamente fatta eccezione per la prima e per l'ultima scena. Il consueto monologo d'apertura del temibile Riccardo è infatti preceduto da una festa a suon di musica elettronica e percussioni che il musicista Thomas Witte visibile in scena, batte sulla batteria. I primi 5 minuti dello spettacolo trascinano lo spettatore “nell'estate sfolgorante ai raggi del sole di York”. Sullo sfondo della guerra delle Due Rose i personaggi vestono abiti attuali e danzano freneticamente, sfruttando interamente la scena su due piani progettata da Jan Pappelbaum.

Questa prima scena, serve a Ostermeier come aggancio all'Enrico IV di Shakespeare cui il Richard III è strettamente collegato. “Passato l'inverno del travaglio degli York” il deforme Duca di Gloucester brama alla conquista del trono, per il quale spezza il tempo di pace e di festa della propria famiglia, non esitando ad eliminare ogni avversario. Ma più che insistere sulla mostruosità fisica e interiore del protagonista, il regista crea una stretta complicità con lo spettatore che fin dal primo monologo risponde ridendo al registro sarcastico e colloquiale adottato dall'attore Lars Eidinger. Questa intima intesa è adiuvata dall’uso di un microfono ciondolante dal soffitto che amplifica gli a parte di Riccardo e da uno spazio scenico ricalcato sul modello del Globe Theatre. La scena, che Ostermeier ha già utilizzato per altre riletture shakespeariane, si protende infatti verso la platea lungo i corridoi della quale i personaggi entrano ed escono. Come per il testo, l'attenzione del regista non è diretta ad una puntigliosa ricostruzione storica, quanto all'importanza che la costruzione elisabettiana assumeva negli scritti di Shakespeare. La distanza ridotta tra attori e spettatori, rendeva infatti questi ultimi parte integrante delle pieces, giudici e interlocutori al contempo. Allo stesso modo Lars Eidinger non cessa di interpellarli direttamente, travalicando addirittura il proprio personaggio quando chiede ad una spettatrice arrivata in ritardo di trovarsi una comoda poltrona.

Il linguaggio contemporaneo che permea il Riccardo III di Ostermeier svolge la funzione di rendere immediato un testo cosi come lo era per gli astanti in epoca elisabettiana. E' forse per questo, che la crudeltà del protagonista non appare poi cosi diversa da quella che ogni giorno costringe lo spettatore a sgomitare per vivere. E' forse per questo che lo spettacolo non si chiude con la morte in battaglia di Riccardo. L'antieroe contemporaneo infatti non lotta contro nessuno se non contro se stesso. Nell'ultima scena dal sapore onirico, il protagonista combatte contro i propri tormenti generati dalla smania di potere. Il microfono che per tutto il tempo ha funzionato da cassa di risonanza delle mente di Riccardo, si trasforma qui, prima in telecamera che ingigantisce in video i volti funerei delle vittime che l'assillano in sogno, e infine in cappio che solleva il suo corpo esanime. Quella di Riccardo è dunque la parabola a noi familiare di un potere che crolla su se stesso. Quella di Ostermeier è invece la dimostrazione che la sperimentazione a teatro ottiene alti e profondi risultati quanto profonda è l'attenzione a ciascun elemento drammaturgico e alta è la sinergia tra tutti i membri di una compagnia, formula questa resa possibile da un connubio imprescindibile: supporto economico, e lunghi tempi di progettazione e ricerca. Formula questa che forse i più maliziosi, leggeranno come controcampo felice di un amaro fuoricampo italiano.

Da domenica 11 ottobre, alle 22.30 su Rai5, va in onda Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.

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