Antonella Anedda

Volevo scrivere di un’isola che non fosse nata dalla separazione ma emersa dall’acqua e scavata di lava. Di una terra spenta e fertile. Volevo vedere i luoghi di Alceo e soprattutto di Saffo, sulla cui poesia ha scritto la mia autrice contemporanea preferita, Ann Carson. Volevo andare a Lesbos perché Aristotele in esilio nel 344 d.C. ha scritto là la sua opera più protoevoluzionistica, l’Historia animalium, esaminando i pesci e fossili di una delle due lagune, quella sul Golfo di Gera. Volevo vedere la foresta pietrificata dal vulcano, e Mitilene ed Eressos, dove sono nati il pittore Teophilo e il filosofo Teofrasto e appunto Saffo. Volevo andare nell’isola che il poeta Odisseus Elitis, la cui famiglia era di Lesbos e al quale è dedicato l’aeroporto, ha paragonato a una foglia di platano.

Siamo arrivati al mattino con un volo che partiva da Roma alle 5 e la prima cosa che ho visto non è stata la laguna, ma una giacca femminile abbandonata sulla strada che a Mitilene, la capitale dell’isola e il suo porto principale, costeggia il mare. Era una giacca inusuale, di buona fattura orientale, nera e rossa, ma strappata. A poca distanza c’era un gommone grigio scuro quasi sgonfio e ancora un salvagente. I primi Siriani me li ha raccontati la mia amica Carla che era andata a chiedere una cartina in un ufficio turistico. Mi ha detto che le avevano chiesto di prenderne una anche per loro perché non volevano entrare. Mi ha detto che il governo greco aveva vietato ai taxi di prendere i migranti. I primi Siriani infatti li abbiamo visti camminare verso di noi che andavamo in senso contrario verso le spiagge di Anaxos. Erano relativamente pochi, quasi tutti uomini, giovani, forse qualche adolescente. Bene – mi sono detta – la situazione non è drammatica come dicono, possiamo affrontare questi sguardi, andare in vacanza. Mi sbagliavo. Non sapevo che la vacanza poteva coincidere solo con la distanza di Lesbos dalle coste turche, solo nei tratti in cui è impossibile o difficile sbarcare, all’interno o a occidente. Là non arriva nulla, il turismo scorre indisturbato. I belvedere restano fedeli al loro nome, belli da vedere, panorami che sigillano un’idea di armonia, l’illusione di una creazione in sintonia con la gioia.

LAGUNE

Ho visto la laguna, anzi le lagune, laghi che a un certo punto si sono arresi al mare che ha trovato un fiotto ed è potuto entrare. La più grande, Kolpos Kallonis, ha un fondo di sabbia scura e l’acqua è così ferma e salata da sostenere il corpo quasi senza movimento. Kolpos è il nome greco di golfo che resta immutato in ginecologia: colposcopia. Se si guarda la mappa come sto facendo ora effettivamente entrambe le lagune hanno la forma del bacino con il mare aperto che passa dai due stretti. Ma questa è una sovrapposizione perché in realtà i Greci chiamavano kolpos il rimbocco della stoffa sopra la cintura del peplo. Tessuto dunque e non carne.

Sulle sponde di Kolpos Kallonis un tardo pomeriggio avremmo osservato con il cannocchiale alzarsi in volo una moltitudine di fenicotteri, rossi e neri all’interno delle ali e bianco-rosa sui dorsi. La laguna più piccola, quella di Aristotele sul golfo di Gera, Kolpos Geras, è la più bella. Diversamente da Kolpos Kallonis ha l’acqua bassa e tersa ed è circondata da colline fitte di olivi. A occidente c’è il villaggio di Agiassos con ancora l’albero cavo con dentro una sedia dove si rifugiava il pittore Teofilo al quale Elitis ha dedicato uno dei suoi saggi più belli intitolato La materia leggera. Avremmo poi visto il suo museo, su una collina vicino Mitilene, a est un terreno curato con gli stessi alberi che ci sono ad Agiassos, platani, olivi, ciliegi, ma non la sorgente di acqua dolce e il torrente e la specie di piscina dove nuotano le papere

Agiassos è in collina, lontano dai tanti ma silenziosi stabilimenti che costellano la lunga spiaggia della laguna. Sulle rive ci sono casette-spogliatoio pitturate di azzurro che ricordano quelli che quando ero piccola si chiamavano «casotti», case provvisorie sulla spiaggia in cui si poteva cucinare e che si vivevano solo d’estate.

Dico questo perché nello spazio di questa tregua molti dettagli avevano lo stesso ritmo di un’Italia anzi di un Sud anzi di una Sardegna fine anni ’50 primi anni ’60. Il nostro albergo era moderno ma nelle cucine le donne avevano i vestiti dello stesso nero-marrone delle donne nel Nuorese.

Dal balcone si vedeva una campagna che conviveva con il mare. Il sole odora di fichi. Lesbos non ha nulla in comune con altre isole greche da cartolina come Santorini o con un parco divertimenti come Mykonos. È un’isola di casa, silenziosa, vulcanica ma mite tanto questa memoria di fuoco è remota.

Oggi 6 settembre, domenica, sento che a Mitilene la polizia ha sparato lacrimogeni per disperdere i migranti che cercavano di imbarcarsi. Ieri su Al-Jazeera hanno mostrato uno sbarco in diretta in una delle spiagge in cui avevamo fatto il bagno. I rifugiati – ammesso che questo termine possa essere usato, come ha scritto Hannah Arendt in We refugees, e che l’Europa sia davvero un rifugio – aumentano di ora in ora. I due bambini affogati con la mamma la cui foto gira per tutte le televisioni sono morti nell’unico giorno in cui a nord-est di Lesbos il mare era agitato. Quando siamo arrivati di notte in uno dei villaggi sulla costa orientale a nord di Mitilene l’acqua era nera come il cielo, le luci sulla sponda turca tremavano nell’afa del temporale che gonfiava le onde. Devono essere morti sbalzati dal buio nel buio senza salvagenti, appesantiti dai vestiti.

L’indomani il mare si è calmato, c’è il sole. Dal terrazzo si sentono due bambine giocare. Sono sulla spiaggia. Quando mi affaccio mi guardano ed entrano in mare seguite da quello che deve essere il loro cane.

PIETRE

«e così tacque anche la pietra»

Paul Celan

Una delle attrazioni di Lesbos è la foresta pietrificata. Le foto dei tronchi folgorati dalla lava sono esposte insieme ai versi di Elitis con la poesia The other Lesbos, sulle pareti dell’aereoporto. Abbiamo dunque organizzato la gita, siamo scesi con la macchina da Anaxos e da Petra e per fare questo abbiamo di nuovo incrociato il bivio per Mitilene.

Di colpo siamo dovuti andare a passo d’uomo, la strada infatti era fitta di persone, uomini, donne e questa volta anche molti bambini. Probabilmente erano sbarcati nella parte nord dell’isola che è ugualmente vicina alla Turchia. Nessuno parlava, i bambini non piangevano – se erano molto piccoli dormivano sulla spalla degli uomini, altrimenti camminavano presi per mano dagli adulti o dai fratelli di poco più grandi.

L’accesso alla foresta era chiuso. Se ci si arrampicava però come abbiamo fatto noi si vedeva qualche tronco come scorticato e arrossato circondato da transenne.

In realtà siamo noi a esserci sentiti pietrificati quando sulla strada di ritorno abbiamo di nuovo dovuto rallentare per quante persone camminavano stavolta nel buio più assoluto. Nessuna richiesta. Solo qualcuno con la torcia – se aveva la torcia – segnalava il gruppo alle auto di passaggio. Ci ha impietrito l’impotenza di fronte a una realtà vista senza lo schermo del televisore, oltre il vetro, la concretezza dei bisogni, del cibo, della paura, ma anche della speranza e della spinta verso un’altra forma di esistenza, più forte della disperazione. Tutte quelle persone sembravano completamente sole, esauste, ma sostenute da qualcosa che non so definire se non come il coraggio dell’attesa. Non si vedeva nessuno, solo un poliziotto greco altissimo con un manganello lunghissimo è sceso lentamente, come in sogno, da una jeep ed è sparito tra le strade. It is closed gridava un guardiano all’entrata dello stadio di lato al porto. L’afa – dopo giorni in cui il meltemi aveva portato da nord-est aria secca e cielo nitido – era insopportabile. Gli unici volontari che abbiamo visto sono stati un uomo e una donna dell’UNHCR. Nessuna auto-ambulanza. Le persone più che ostili sembrano immerse in una specie di stupore, siedono nei caffè che costellano il lungo-mare e parlano apparentemente senza reazioni. Però ho visto un uomo provocare un giovane siriano gridandogli what do you want per la strada sbattendogli il petto sul petto. Lui non ha reagito, avrebbe potuto fracassare facilmente la testa al suo aggressore. Ha visto che io avevo visto e mi ha sorriso mitemente.

Ci sono trentadue gradi ma tutti sono coperti, soprattutto le donne e i ragazzi. Hanno cappotti e sciarpe. Non credo sia per obbedienza religiosa quanto perché scappando devono portare più cose che possono. Non è forse quello che fanno Anna Frank e la sua famiglia quando devono nascondersi?

Quando saliamo verso la città altra di Molivos, che sta in alto su una rocca con la grande baia a picco su un’ acqua quasi bianca e tranquilla, vediamo che prima del bivio per le spiagge dove suonano i tamburi della disco-music c’è un giardino pubblico trasformato in accampamento. Una giovane Siriana stende su una staccionata un vestitino, mutandine, dei pantaloncini su una panchina e di colpo mi ricordo e non vorrei farlo di quello che scrive Primo Levi in Se questo è un uomo della notte passata al campo di Fossoli quando racconta delle madri che stendevano i panni sul filo spinato ad asciugare prima della deportazione.

Davvero non voglio e l’unica cosa che posso fare con tutta la forza è invece augurare che abbiano un destino diverso, che non incontrino altro male, che abbiano una normale vita quieta, anche se sarà duro, arrivare in un paese nuovo in luoghi tanto diversi, distanti con diverse desolazioni.

Torno in paradiso, nella baia di Skala Mistegnon, con le tamerici sul mare e il mare quasi fin dentro il caffè dove scrivo queste pagine. Non c’è quasi nessuno tranne una coppia di anziani turchi che, si è capito, qui giocano il ruolo degli americani un tempo perché rispetto ai greci sono ricchi. Prendo appunti, cerco di ricordare non solo quello che ho visto ma quello che ho pensato, la luce o l’ombra di quei pensieri. Perché scriviamo? Non per lasciare le nostre tracce ma perché le cose così disperatamente irreali e fugaci si attardino ancora un po’ nel mondo. Ieri la luna è salita dalla laguna di Kalloni lentamente mentre facevamo il bagno posando i piedi su un prato di alghe non secche ma vive, piegate impercettibilmente dalle correnti. Da una casa si sente un muggito e il rumore isolato di una moto. Le macchine sono rare e i loro fari l’unica illuminazione nelle strade dell’interno.

L’ultimo giorno a Mitilene. Per andare al museo archeologico sbagliamo strada e dunque attraversiamo a piedi tutto il lungomare. È pieno di famiglie, triplicate rispetto ai giorni precedenti. I bambini dormono sui prati, sui gradini delle case, ammucchiati in una specie di garage davanti a una villa fine secolo. Quelli che dormono sulla pietra degli scalini sono della stessa misura dello scalino. Mi ripeto mentalmente la poesia di Alcmane che dal primo momento in cui l’ho letta per me coincide con una specie di preghiera o almeno di pace: «dormono le cime dei monti e le gole, i picchi, i dirupi, dormono».

Le ragazze sorridono, spesso camminano a braccetto e quando diamo loro delle bottiglie d’acqua dicono merci.

Dice merci anche la madre giovanissima alla quale do il mio cappello per la bambina, per il sole e il ragazzo che si schermava dal caldo con un cartone al quale Carla dà a sua volta il suo cappello.

Entriamo nel museo archeologico. Ci sono i resti di una villa chiamata detta di Menandro il drammaturgo, i frammenti di marmo di tombe con una iconografia che si chiama Cena dei morti, un banchetto di dei che mangiano col morto o con la morta. Una donna cavalca verso l’Ade tra foglie di acanto, un uomo diede davanti a un dio. Le sale sono in penombra, c’è un grande silenzio. Il pavimento del mosaico racconta un altro frammento, una vita di agio, giochi, cultura. Rosa, grigio, ritratti di qualcuno che è stato vivo e la memoria di Menandro, solo il nome perché la sua opera, fatta di commedie raffinate che sembra siano servite da modello per molti autori dopo di lui, è perduta. Menandro ruota nell’aria mossa dai climatizzatori. Chiniamo gli occhi sulle pietre sminuzzate che compongono bestie: conigli, daini, leoni. Un corridoio è lastricato di pesci stilizzati. Le finestre che danno su un cortile mostrano archeologi e operai che puliscono e catalogano cocci di oinokoe, assorti dentro il ritmo dei gesti. Sembrano separati dal mondo, immersi in un’estasi che coincide con il loro silenzio. Fuori a poca distanza, vicino all’ingresso del Museo, c’è una presa dove a turno i Siriani più giovani fanno la fila per ricaricare i cellulari. I custodi sembrano convivere con ciò che succede con la stessa naturalezza con cui staccano i biglietti. Su tutti il sole che adesso è più clemente, il cielo che vira verso il viola e un po’ di meltemi che ha ripreso a soffiare e muove gli oleandri e i pini .

Questa bellezza, questa pace non bastano e resta sempre ferma la stessa domanda: cosa rende gli esseri umani crudeli? Il fatto di stare in un’aiuola? è l’aiuola che ci fa tanto feroci? E se era percepita così ristretta da Dante chissà come la chiamerebbe ora.

Non avevo mai visto un profugo. Finora avevo visto persone che chiedevano, alle quali magari fare un’elemosina frettolosa e vergognosa per poi tornare all’interno di una protezione fatta di sapone, acqua, luce, termosifone se fa freddo, ventilatore se fa caldo.

Negli sguardi, nei movimenti, nel comportamento di queste persone c’era iscritta solo una cosa, la necessità della fuga. Erano sfollati e di colpo mi sono ricordata – era questa la parola usata da mia nonna e da mia madre che allora era ragazzina: sfollati, via dalla folla e dalla follia.

Eravamo sfollati, bombardavano, non avevamo da mangiare, avevamo perso tutto.

Il pianoforte di casa per lo spostamento d’aria era finito nella piazza. I treni erano affollati e bui, bisognava lottare per salire. Quando però siamo arrivati nei paesi dell’interno tutti, dai più poveri ai più ricchi hanno fatto a gara per sfamarci.

Forse l’unica cosa che gli esseri umani possono fare è imparare e imparando cambiare, guardando davvero le persone negli occhi, una a una. È davvero impossibile che dalla consapevolezza di andare comunque verso la morte non riesca a nascere – almeno a tratti – almeno una volta – quella solidarietà di cui parlava Leopardi nella Ginestra? È davvero una follia pensare una politica che sia anche poesia piuttosto che una poesia spesso desiderosa di emulare la politica? Possiamo almeno impedire che l’inferno, come dice ancora Hannah Arendt in We refugees diventi «una cosa concreta come una casa, una pietra o un albero».

C’è un’educazione, un rispetto verso la fragilità dei vecchi, dei più deboli che forse va ricostruita come si ricostruisce una casa distrutta, lavorando per trasformare la nostra durezza di sguardo, per scucire i nostri occhi cuciti col ferro, come se fossimo, e non possiamo esserlo, invidiosi.

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