Nella giornata di domani, dalle 10.30 alle 20.00, si terrà a Roma nello spazio Millepiani (Via Niccolò Odero 13, Garbatella) il primo Seminario sul libro indipendente I fiori di Gutenberg, organizzato dall’associazione culturale Doc(k)s. Fra gli interventi previsti quelli di Alberto Abruzzese, Aldo Bonomi, Ilaria Bussoni, Francesco Cataluccio, Luca Sossella, Roberto Ciccarelli, Andrea Cortellessa e Silvia Jop. Il programma è qui. Anticipiamo qui l’intervento introduttivo di Lanfranco Caminiti.

I fiori di Gutenberg

Lanfranco Caminiti

Johannes Gutenberg sapeva già come sarebbe venuta la sua stampa, prima ancora di farlo. Sapeva quello che era necessario fare, e come avrebbe fatto. Aveva tutto in testa, aveva tutto nelle mani. Ma non poteva provare, non poteva produrre. Non aveva i soldi necessari.
Così, si mise in società con un banchiere. Fifty-fifty. La Bibbia di Gutenberg – il libro della modernità – nasce da una società tra il
tipografo di Magonza e un banchiere, Johannes Fust, che ci mise i soldi.
Gutenberg, di suo, ci metteva la genialità e la capacità artigianale. Non inventò alcun oggetto – per dire, il tornio era quello dei vignaioli della Renania – ma la loro nuova destinazione, il loro nuovo uso fu straordinario. Decisero di stampare la Bibbia perché il mercato l’avrebbe assorbita presto: istituzioni religiose, monasteri. Decisero di stampare la Vulgata editio – cioè l’edizione per il popolo, l’edizione più nota, più istituzionale – perché nel tempo il mercato dei clienti si sarebbe ampliato, non solo il clero, ma borghesi arricchiti, quelli che volevano stupire gli ospiti. Decisero di comporre i caratteri in gotico, copiandoli dai messali, perché erano quelli più in uso, a cui si era più abituati.
Decisero il size del font perché era quello che veniva usato per la lettura a voce alta. Decisero di mettere il testo in due colonne, perché questa era l’abitudine. Decisero che il testo sarebbe stato giustificato perché era più comodo e consentiva infilare più parole, e Gutenberg ci riuscì con dei trucchi linguistici, dei trucchi tipografici, dei trucchi editoriali. La mobilità dei caratteri era contemporanea della mobilità del mercato.
Ma per fare le prove e per produrre, ci voleva tempo. Il banchiere, invece, voleva i profitti presto. Gutenberg la menava troppo, e Fust si agitava troppo: mise ottocento fiorini la prima volta, ottocento due anni dopo. Ci vollero tre anni per le prime centottanta copie a caratteri mobili della Bibbia. Un tempo straordinariamente veloce: in tre anni, copiando a mano, un monaco ne avrebbe prodotta solo una. Un tempo eccessivamente lungo per il banchiere: in tre anni, quei soldi, prestandoli a strozzo, a un mercante che voleva comprare beni  dall’Oriente a due soldi per rivenderli a peso d’oro, o a un principe smanioso di conquistare territori, gli avrebbero già fruttato una montagna di quattrini. E dispendioso: Gutenberg voleva fare le cose bene, la carta era la migliore, di canapa e veniva dall’Italia, c’erano quelli che fondevano i caratteri, quelli che oliavano i caratteri con i pennelli migliori, quelli che infilavano la carta sotto la pressa, quelli che pressavano i caratteri. Troppi operai, troppi tempi morti, troppo lavoro. Troppi salari. Litigarono, Fust e Gutenberg, i due Johannes. La società si ruppe. Fust citò in giudizio Gutenberg e chiese i soldi indietro con gli
interessi. Si prese le attrezzature, le «invenzioni». Fust rubò un po’ di operai a Gutenberg e fece le cose a modo suo. Iniziò a guadagnare vendendo Bibbie, vendendo libri. Non furono mai più belli come quelli del tipografo di Magonza, ma al banchiere interessavano gli sghei, non i libri. Gutenberg provò a mettere su un’aziendina indipendente, stampò qualcosa, ma non andò granché bene e finì in fallimento. E questa è la storia dell’editoria.
Il libro nasce da una cooperazione di saperi, da un’intenzione estetica e democratica, e da un investimento di capitale finanziario. Il libro nasce per il mercato. È una merce, ma anche cultura e bellezza. E religiosità.
C’è anche il diavolo di mezzo, che è il denaro. Senza il diavolo, non sarebbe nato il libro. Gutenberg stampava per il ceto medio riflessivo, Fust stampava per il mercato. Forse erano la stessa cosa, almeno all’inizio, ma a un certo punto furono due cose diverse e contrarie. E questa è la storia dell’editoria.
I libri non si salvano da soli. Se Guglielmo da Baskerville non li porta via dal labirinto della biblioteca dove frate Jorge li sta affastellando nel fuoco, i libri bruciano. Se qualcuno non li passa di mano, mentre le acque del fiume sono tracimate, come nella Firenze dell’alluvione del 1966, i libri affogano. Se qualcuno non li impara a memoria e li ripete, diventando così uomo-libro, come in Fahrenheit 451, i libri si perdono, si dimenticano. Nessun supporto digitale ci garantirà che il libro verrà salvato. Un nuovo apparecchio renderà obsoleto il supporto attuale, il tempo sbiadirà i dati del supporto. È gratificante sapere di essere custodi di un’arte che tende a sparire; è dolorosa la battaglia quotidiana contro l’accelerazione delle tecnologie – ogni invenzione è utile, quando è ancora manipolabile artigianalmente, ma i rapporti di scala ti condannano sempre. Se qualcuno non li scrive, se qualcuno non li edita, se qualcuno non li traduce, se qualcuno non li stampa, se qualcuno non li distribuisce, se qualcuno non li consiglia da leggere, i libri non si salvano da soli. I libri non nascono sotto i cavoli nelle serre. e non si riproducono lì, come gli
Ogm.
È questo il ruolo dell’editore: salvare i libri. I libri perduti non sono quelli bruciati nel rogo della biblioteca di Alessandria, ma quelli non ancora stampati. Per salvarli, ogni editore segue le proprie passioni, le proprie competenze, il proprio istinto, la propria capacità affinata nel tempo – ogni editore ha i suoi demoni. Per salvarli, ogni editore deve venderli. Deve venderne molto bene uno, per stamparne altri cento.
Deve venderne così così dieci per stamparne altri dieci. Se stampa e non vende, non ci sarà Fust che tenga, bisognerà chiudere. Maledetto mercato, benedetto mercato. Maledetto lettore, benedetto lettore. Ogni editore lotta contro il Grande Satana, il denaro dei banchieri.
La storia dell’editoria è tutta ancora qui: ogni editore prova e riprova perché i suoi libri siano belli, e rendano servizio a quella straordinaria religiosità della democrazia che è la diffusione del sapere e della conoscenza. Ogni banchiere ha fretta di vedere moltiplicati i suoi ricavi: il suo volgo ideale è fatto di lettori che comprano i suoi prodotti senza pensarci troppo. Se un solo libro all’anno raggiungesse la soglia di fatturato previsto, potrebbe bastare al banchiere.
Ogni editore non può fare a meno del mercato dei lettori; ogni editore vuole che il mercato dei lettori sia democratico. Ogni editore difende la democraticità del libro. D’altronde, quelli che non vogliono che il libro sia democratico, sia molteplice, sono quelli ai quali basta un libro solo.
Quelli che odiano la democrazia, è perché il libro già ce l’hanno, e gliene basta uno solo. La parola di Dio, che precede il libro, non conosce la democrazia. Forse dire il libro è stato l’unico gesto democratico di Dio. La parola di Stato, che sigilla il libro, chiude la democrazia. Certe volte, viene da pensare che ai banchieri andrebbe bene ci fosse un solo libro al mondo, purché fossero loro a stamparlo e a venderlo, anno dopo anno.
Parafrasando Manolis Glezos, il deputato greco che al Parlamento europeo ha detto: «L’Europa l’abbiamo inventata noi, non ve la
regaleremo», gli editori indipendenti dicono ai banchieri: «Il libro l’abbiamo inventato noi, non ve lo regaleremo». Gli editori indipendenti sono i fiori di Gutenberg. Sono la rivincita di Gutenberg. Gutenberg 2, la vendetta.
Stampare e vendere libri è una battaglia quotidiana. Contro chi vuole l’unicità del libro, l’unicità del mercato, il controllo della filiera editoriale, dal produttore al consumatore. Gli editori indipendenti sono portatori di molteplicità, di affluenza, di imprevedibilità. È per questo che danno fastidio. Si possono fare libri anche senza i signori Fust, e i loro fiorini. Si possono fare libri senza fretta di vedere i ricavi subito. Si possono fare libri che chiedono tempo, passione, inventiva. Si cercano i libri come si va per funghi: non ci vai tutti i giorni, non ci vai tutte le stagioni, hai i tuoi posti segreti, devi aspettare le condizioni. Devi rispettare la natura delle cose. Si possono fare libri per rafforzare e estendere la democrazia del sapere, della cultura, della conoscenza. Ai fiorini dei signori Fust non interessano molto il sapere, la cultura, la conoscenza.
Indipendenti non si nasce, come fosse un titolo nobiliare, indipendenti si diventa. E non si diventa una volta sola per tutte, ma ogni volta un po’. Perché l’essere indipendenti non dipende mica solo da te, come bastasse una dichiarazione alta, ma dipende dal mercato, dipende dai banchieri. Dipende dai tempi. Dipende dalla democrazia. Quando la democrazia è fluente, è ricca, è mobile, quando le istituzioni culturali girano a pieno regime – le università, le scuole, i centri culturali, le accademie, gli istituti di cultura, le librerie –, quando i movimenti dentro la società – i lavoratori, le donne, gli studenti, i precari – invadono la società e la vita quotidiana, e hanno fame di libri, e producono libri, e raccontano le loro storie, allora l’indipendenza è un uso comune, uno spirito del tempo. È una cosa sovrappensiero. E i banchieri di tutto il mondo si fanno torvi. Quando la democrazia è povera, si fa fredda, rigida come un corpo per le analisi forensi, allora l’indipendenza diventa ardua, diventa una scommessa giorno per giorno. Diventa una citazione in giudizio. E i banchieri di tutto il mondo se la ridono. C’è un rapporto «speciale» tra il libro e la democrazia. Il libro deve molto alla democrazia. La democrazia deve molto al libro.
Perciò, la domanda non è se sia possibile l’indipendenza del libro in democrazia, ma cosa voglia significare un libro indipendente in democrazia. Quello che significa in una democrazia fluente, lo sappiamo. Quello che significa in una democrazia irrigidita – e questi sono i nostri tempi, quelli in cui hanno la meglio i banchieri Fust – certe volte non lo prendiamo bene in considerazione. La posta in gioco non è la salvaguardia di questo o quell’editore indipendente né tanto meno di un processo di promozione e di distribuzione o di sconti dell’Iva. La posta in gioco è l’affluenza della democrazia. È l’affluenza e la mobilità del mercato.
È la stessa posta in gioco delle istituzioni culturali, dei centri di diffusione della cultura e della conoscenza, la stessa posta in gioco di chi scrive e di chi legge, di chi studia, di chi consiglia – la società, i suoi autori, i suoi narratori. Non c’è una rivendicazione degli editori indipendenti – una lista della spesa di questioni e problemi – su cui chiedere solidarietà e partecipazione, firme e dichiarazioni. Gli editori indipendenti non sono alternativi, marginali, pirati, per vocazione.
Quando le cose si mettono male, possiamo sempre fare dei samizdat.
Possiamo sempre copiare a mano un libro. Certe volte, mentre impagini un libro, o stai nel tuo piccolo ufficio a parlare di rese, o devi correre dalla banca per la questua quotidiana, pensi di essere davvero un monaco. Nessuno sa cosa tu stia facendo, però Dio, o la Storia o la Cultura o quel che l’è, sono dalla tua parte. Quando sarà, il mondo saprà quel che hai fatto, ti dici. E vai avanti recitando la tua litania.
Quando le cose si mettono male, possiamo sempre copiare a mano un libro.
Forse, si stanno già mettendo male.
INFORMAZIONI
www.idocks.it
idocks014@gmail.com

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