Gianfranco Franchi

Niente più società letteraria. Niente più critici letterari. Niente più librerie. Niente più letteratura. L’ultimo lettore sulla Terra – o giù di lì –, nel futuro distopico e vicinissimo descritto da Tommaso Pincio, è uno che vive in un’epoca «disgregata e pulviscolare» che tanto somiglia a quella che stiamo aspettando, o che in un certo senso stiamo già fronteggiando. È un personaggio naturalmente calviniano, uno che sembra svicolato via da un sogno erotico della Ludmilla di quel famigerato eserciziario di genio che è stato Se una notte d’inverno...»: è un lettore puro, saturnino, selvatico, solitario: «Non un lettore qualunque, ma l’epitome, l’incarnazione di una passione già rara in passato e oggi del tutto scomparsa». Uno che crede di poter raccontare se stesso tramite i libri letti, come fossero tessere di un mosaico; uno che sa che «non si può essere abbastanza soli, quando si legge, e non si può avere abbastanza silenzio attorno e la notte non è mai abbastanza notte». Uno che ha piena consapevolezza che «si legge soli, e anche quando non si legge, se si è consacrati alla letteratura, la testa seguita a dimorare nei libri, distaccata da tutto». Oggi diremmo uno degli ultimi, o uno dei pochi.

Ottavio Tondi, questo il nome del Lettore pinciano, è uno che di mestiere, nell’epoca precedente al collasso della società letteraria e dell’industria editoriale, faceva il lettore editoriale, per una casa editrice dalle copertine bianche: era un lettore bazleniano, nel senso che si mostrava orgogliosamente riottoso alla scrittura; era un lettore che a un tratto s’era ritrovato a diventare qualcuno, qualcosa, complice un barbarico fatto di cronaca pompato dai media. E a un tratto era diventato un’icona, un passepartout da fascetta, una garanzia. Una creatura di carta e sangue. Che possibilità può avere di restare in piedi – figuriamoci di esistere – un personaggio simile, nell’Italia che va chiudendo librerie, riviste e case editrici, e che tollera le ultime bancarelle per rassegnazione, o per stanchezza? Dove può sopravvivere una figura simile, in un periodo di collasso? Tommaso Pincio immagina che uno come il suo Ottavio Tondi finisce per perdere la testa per una Regina di Libia che non vedrà mai, che desidererà che vagheggerà che venererà a distanza, conosciuta in un social network che somiglia in modo sinistro a Facebook, soltanto leggermente più estremo, più caricaturale. Panorama diventa così il libro romantico, il capriccio di quattro anni di amore digitale (la tentazione è dire: amore letterario, cortese) e perfettamente inespresso, incompiuto: diventa il libro di un uomo solitario che sogna una Ligeia che forse nemmeno esiste; diventa una mise en abîme di Tommaso Pincio, per almeno tre strati (tre personalità) differenti; diventa un ameno libretto da salotto letterario, pieno di saluti e di affettuosi omaggi ad amici amiche e virtuosi sodali, da Cortellessa a Genna, da Gnoli alla Ciabatti, passando per Pecoraro. Diventa un’angosciante distopia del voyeurismo esasperato dell’epoca nostra, sulla sensazione di aver rinunciato alla riservatezza, al riserbo, a larga parte del privato; diventa una ripetuta meditazione sull’impermanenza, sull’appassimento, sulla decadenza. Diventa, insomma, un oggetto molto meno elementare e lineare di quanto poteva apparire. Diventa un libro pinciano.

Lo scrittore veniva da un libro decisamente sbagliato, Pulp Roma, pubblicato in un improbabile cartonato dal Saggiatore nel 2012; quello era un fiacco assemblato, senz’anima e senza personalità, una pubblicazione esausta da fine carriera, quasi a sporcare la bibliografia. Per questa ragione aspettavo al varco Panorama con qualche sospetto, e ho aspettato qualche mese per nutrirmene. Si direbbe invece che l’artista capitolino abbia ritrovato ispirazione e vivacità: in senso stretto, che abbia riconosciuto una musa nuova. È forse questa una delle ragioni per cui Panorama ha un sottotitolo che sin qua, piuttosto curiosamente, nessun critico e nessun lettore ha soppesato a dovere: «Un prologo». Questo è il prologo di un libro lontanissimo e forse chimerico.

Panorama è stato pubblicato nella nuovissima collana «ViceVersa», dai tipi della Enne Enne Editore di Milano, neonato marchio dalle prospettive interessanti, animato da Alberto Ibba, già direttore editoriale di Verdenero/Edizioni Ambiente. La collana, «ideata e accompagnata» da Gian Luigi Favetto, è in questa circostanza fregiata da una copertina d’autore, rosso sangue: l’autore è il pittore Tommaso Pincio.

Tommaso Pincio
Panorama
Enne Enne, 2015; 200 pp., € 13

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3 Risposte a Per farla finita col giudizio dei lettori

  1. sergio falcone scrive:

    Tempi tremendi, quelli che sopportiamo. Di profonda crisi della creatività, tra l’altro.
    L’epoca del falso totale. Adorno e i Francofortesi ce l’hanno detto in tutti i modi. E continuiamo a non volerli ascoltare.
    Al “Pincio” scrittore preferisco il Pincio, quello vero. Il luogo dove, a Roma, ci si affaccia su Piazza del Popolo.

  2. […] alla fine del libro, ci informa che Panorama è il prologo di un testo più vasto e in divenire. Franco Fortini avanza l’ipotesi del “libro chimerico”;  io invece lo prendo alla lettera – ne sto già […]

  3. […] Tom­maso Pin­cio, “Pano­rama” [NN Edi­tore]. Niente più società let­te­ra­ria. Niente più cri­tici let­te­rari. Niente più libre­rie. Niente più let­te­ra­tura. L’ultimo let­tore sulla Terra – o giù di lì –, in un futuro disto­pico e vici­nis­simo. Per tempo, ne ho scritto su «Alfabeta2», qui: www.alfabeta2.it/2015/09/29/tommaso_pincio_per-farla-finita-col-giudizio-dei-lettori/ […]

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