Luca Sforza

È una promessa, non è ancora una certezza. Mark Zuckerberg aggiungerà a Facebook, il social network di cui è padrone (e questo dovrebbe bastarci per smetterla di definire Facebook come qualcosa di veramente social) nuovi pulsanti per esprimere non solo il classico e fortunatissimo mi piace, ma anche altre emozioni. Non dunque un dislike, Zuckerberg pare non lo ami (e un «non mi piace» cliccato sotto prodotti e inserzioni sarebbe davvero fastidioso per i profitti di Zuckerberg, che vive di pubblicità e vendita di dati e profili personali). Pulsanti per altre emozioni. Ma quali? Come umani abbiamo una infinità di emozioni, e di modi per esprimerle. Quali emozioni Zuckerberg ci permetterà di esprimere? Quelle davvero nostre, umane, diverse, molteplici, che sono diverse da quelle che ama lui, appunto il solo mi piace? Sono anni che il popolo del social glielo chiede; ora finalmente, per gentile concessione del sovrano, forse il popolo avrà una maggiore libertà di scegliere.

Libertà? Democrazia? In realtà, in rete e nei social questi sono concetti sconosciuti. Il sovrano di Facebook, come quelli dei motori di ricerca, è sovrano assoluto; al massimo, come sembra possa finalmente accadere per la pressione e le implorazioni del popolo, il sovrano Zuckerberg si mostrerà magnanimo, sensibile e accondiscendente. Mostrerà il suo volto umano ma non sarà certo un social dal volto umano; Mark sarà sempre Mark, il popolo gli darà del tu e crederà così di essere alla pari col sovrano, di condividere con lui; ma è un’illusione. Così come social è solo un’allusione alla società umana; in realtà social è una parola magica, come amicizia, quelle parole-chiave che si usano e abusano nel marketing e in pubblicità, e che nascondono abilmente i caratteri classici del capitalismo.

Certo, dire non mi piace è qualcosa di negativo, come dice Zuckerberg non crea empatia, ma è anche qualcosa di positivamente anticonformista. Significa andare controcorrente, uscire dall’effetto rete e dal conformismo digitale. Per questo Zuckerberg ha sempre resistito alle richieste del demos-che-non-è-demos di Facebook. Lui ama il consenso, ama le porte degli ossequi (che rivolgono a lui, ovviamente) e a cui molti devono bussare; non ama che qualcuno bussi alle porte delle richieste. E infatti, nei giorni scorsi e con abile retorica ha detto: «sono anni che le persone ci chiedono del pulsante dislike e oggi è un giorno speciale perché possiamo finalmente dire che ci stiamo lavorando e siamo vicinissimi a realizzare un concetto alternativo al like. Ma ci è voluto molto tempo per arrivare fin qui, non volevamo costruire semplicemente un tasto “non mi piace”: non vogliamo trasformare Facebook in un forum dove ci si scatena a criticare e “degradare” il post di un altro, dove i post vengono votati in una sorta di up e down. Non è il tipo di community che abbiamo in mente». Il suo sembra davvero un bellissimo discorso pedagogico in nome della democrazia, della discussione pacata e razionale, della convivenza nella community. Ma per mettere il pulsante mi piace c’è voluto poco tempo, molto poco, quasi zero; invece inserire altri pulsanti è complicato e richiede tanto tempo, molto tempo. Troppo, in verità.

Non è questa la community che abbiamo in mente , ha detto Zuckerberg. Facendo credere che abbia in mente una comunità virtuosa, di amici educati, ai quali servono certi pulsanti (che decide lui) e non altri (che decide sempre lui). Un social molto pedagogico, quindi; educativo, totalizzante e religioso, con una propria etica e una propria morale (che decide sempre Zuckerberg). Un tempo esistevano gli stati etici, oggi esistono i social etici, ma quegli stati erano totalitari e anche Facebook lo è. Dunque: ecco l’ulteriore dimostrazione che la community-Facebook non è qualcosa che nasce dal basso (uomini che insieme decidono di condividere e di collaborare tra loro), non è veramente democratica (per cui il demos del social è davvero sovrano e decide democraticamente quali emozioni esprimere e come), ma è una community eteroprodotta ed eteronormata a scopi di profitto, consenso e produzione di conformismo digitale. Dove il demos appunto non decide, al più richiede. Aspettando la parola, il gesto del sovrano.

Da un sistema siffatto – totalitario, antidemocratico, antisociale – bisognerebbe fuggire dopo avere gridato: Facebook non mi piace! Un po’ come il bambino della favola che grida che il re è nudo! Da un sistema siffatto bisognerebbe fuggire, oppure contestarlo, democratizzarlo davvero e così come un tempo si voleva portare la democrazia in fabbrica, oltre i cancelli, così bisognerebbe fare per la rete e per i social network: portare la democrazia dentro Facebook (e non solo), ridare la sovranità al popolo/demos, perché Facebook – più che una community – sia una vera società: aperta, con dentro dialogo e conflitto di idee, differenze e diversità, mi piace ma anche non mi piace (perché pure quando votiamo, in un sistema democratico, col nostro voto esprimiamo un mi piace ma anche un non mi piace).

Certo, ogni democrazia è tale se ha delle regole, ma queste regole (una Costituzione, una giustizia, un parlamento, delle leggi) sono decise democraticamente, salgono dal basso, non discendono dall’alto. Zuckerberg, sovrano assoluto e pedagogico, le fa discendere da sé-sovrano. Se Facebook non è democratico, e non è neppure una società, ma purtroppo sta diventando un modello. Che troppi stanno cercando di imitare nella realtà.

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3 Risposte a Facebook? Non mi piace!

  1. […] che devono seguire le direttive di un capo, come suggerisce l’analogia con la sovranità nel pezzo di Luca Sforza apparso ieri su Alfabeta. Facebook vuole che non litighiamo, che stiamo buoni come […]

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