The-Rite-of-Spring_1140X425Maria Cristina Reggio

Il tema del sacrificio femminile è al centro del lavoro teatrale che il collettivo tedesco di performer SHE SHE POP ha presentato alla rassegna romana Short Theatre 10 con il titolo THE RITE OF SPRING . Il titolo prende spunto dal balletto Sacre du Printemps, musicato nel 1913 da Igor' Stravinskij per i Balletti Russi di Diaghilev, in cui si narrava, stigmatizzandolo, l'antico rito russo pagano di sacrificare una fanciulla per propiziarsi un ricco raccolto nella stagione futura. Ma non si rappresenta nessuna primavera in questo nuovo Rite of Spring e la narrazione musicale di Stravinskij è solo un camuffamento, un pretesto tematico e texture ritmica per un'indagine scenica le cui modalità mixano in un ironico pastiche le video-interviste e le coreografie teatrali: SHE SHE POP mantiene infatti la scansione in quadri del racconto (con gli stessi titoli delle danze, simbolici ed evocativi, esibiti dagli attori su monocromi cartelli brechtiani), come pure i brani musicali e alcune coreografie danzate, ma manca la vittima unica, e al suo posto i racconti dei sacrifici di quattro performer ma soprattutto delle loro più vicine antenate, le loro madri, convocate per l'occasione. Con questo spettacolo il gruppo SHE SHE POP, collettivo femminile di performer (così si definiscono, anche se vi partecipano anche i maschi) fondato a Gießen in Germania alla fine degli anni '90, prosegue la sua indagine socio-teatrale sui conflitti famigliari e generazionali già sperimentata nel 2010 con Testament in cui, prendendo spunto dalla prima scena del Re Lear, avevano coinvolto sulla scena ciascuno il proprio padre reale, in carne e ossa.

Cosa significa raccontare in teatro l'esperienza del sacrificio per le donne le cui esistenze attraversano la società contemporanea? SHE SHE POP si pone questa domanda riflessiva rielaborandola in forma di conversazione tra madre e figlie (più un figlio) attraverso un lavoro performativo che attinge alla realtà delle singole esperienze biografiche dei performer e delle loro madri. Le vite vissute, con i loro drammi, personali o sociali, e con i loro oggetti quotidiani, danno luogo alla tessitura delle narrazioni che le ingigantiscono e moltiplicano per effetto di una procedura scenica che tende a svilupparne le componenti immaginarie, oniriche, simboliche. Tutto avviene nell'unità spazio-temporale del teatro, ma quest'ultimo contiene, dietro ai quattro giovani performer che calcano con i loro corpi reali il palcoscenico, altrettanti schermi di tela verticali sospesi, sui quali si proiettano, enormi, le nitide immagini totemiche, trasparenti ma pure fortemente corporee, delle loro rispettive madri, pre-registrate con videocamere, che dialogano con i propri figli in carne e ossa. Sono loro che captano tutta l'attenzione quando diventano, proiettate a figura intera oppure ingigantite nei dettagli dei volti e dei corpi buffamente camuffati da costumi improvvisati che si sporgono in avanti, quattro totem goffi e spaventosi e al tempo stesso.

Sembra di assistere alla parodia di una seduta terapeutica pubblica, pur estremamente coreografica, tra i giovani performer e quelle donne di mezza età che, impacciate o grottescamente spigliate si chinano in avanti in direzione della platea mentre assolvono il compito imbarazzante di raccontarsi di fronte ai figli e a una videocamera, così come avverrebbe in un reality show. Le madri, ciascuna sola nel suo quadro sospeso sul palco, spiegano, in definitiva, di essersi per lo più sacrificate sopportando il dolore del parto e la rinuncia alla propria libertà personale, mentre i figli elaborano quei racconti nel gruppo, rispecchiandosi in quelle storie che li coinvolgono intimamente e riconoscendo in definitiva le sofferenze delle loro madri, ma anche quelle derivanti dal fatto di essere figli. La decisione finale è il rifiuto di ripetere le esperienze materne. La sopportazione, intrecciandosi con le vite vissute, diviene il soggetto principale dei rapporti affettivi transgenerazionali e fin qui non ci sarebbe nulla di nuovo nel contenuto del dramma. Eppure c'è qualcosa che colpisce lo spettatore, ed è il frutto di un procedimento che va oltre la semplice constatazione dei fatti di fronte all'ormai abusato metodo in uso nei gruppi teatrali degli ultimi decenni (come avviene pure nella letteratura e nelle arti visive) di attingere direttamente alle proprie autobiografie, modellizzate dalla prosaicità del medium televisivo. La loro performance risparmia anche la grevità dei modi espressionistici dell'esibizione, l'ostentazione tout court dell'urlo, l'acting out psicoliberatorio fine a se stesso, organizzando con misura un materiale scenico che attrae l'immaginazione degli spettatori. Infatti, avviene in scena una curiosa trasformazione che lascia spazio al pensiero: nella elaborazione teatrale di SHE SHE POP del rapporto tra i performer e le madri, ciò che era innocuo e famigliare rivela, grazie all'uso delle differenze di scala tra reale e videoproiezioni, una latente mostruosità, attivando un processo che si richiama al perturbante nascosto proprio nelle cose e nei rapporti umani che apparentemente sembrano i più intimi e conosciuti. E il loro racconto, facendo ricorso alla leggerezza dell'autoironia, a una brechtiana distanza e una precisione ritmica quasi matematica dei rapporti coreografici tra reale e virtuale, riesce a mostrare agli spettatori lo spettacolo grottesco, ma non per questo meno tragico, del dolore quotidiano.

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