veneziaGiorgio De Vincenti

“Fine”, “The End”, “War”, “Death” sono le parole - le prime due nei quadri di Fabio Mauri, le altre nei neon di Bruce Nauman - che introducono il visitatore della Biennale Arti Visive ai percorsi dell’Esposizione di quest’anno, All the World’s Futures, curata da Okwui Enwezor, il cinquantaduenne critico d’arte nigeriano investito quest’anno del compito dal presidente Paolo Baratta.
Un ingresso programmatico, anticipato ai Giardini dalle grandi, luttuose bandiere nere disposte sul fronte del Padiglione Centrale, riferimento non troppo velato ai vessilli funebri dell’ISIS che da più di un anno segnano la vita del pianeta, a ricordare quanto la guerra cerchi oggi di esaurire i rapporti umani e quanta ipocrisia aiuti questa pretesa. Ipocrisia e rimozione, rifiuto di vedere.
Le centinaia di opere raccolte da Enwezor mostrano come gli artisti sappiano (e abbiano saputo) “vedere” molto bene negli ultimi cinquant’anni questo punto oggi centrale nell’interpretazione del neocapitalismo globalizzato e del gioco delle parti che lo sostiene.
Che si tratti del cannone esibito nel 1965 da Pino Pascali o della fusione delle armi fornite da più di trenta (!) paesi alle fazioni dei conflitti iracheni, presentata in forma di campana da Hiwa K, rifugiato politico in Germania; o ancora del Trono della conoscenza del mozambicano Gonzalo Mabunda, fatto di mitra e proiettili, residui della guerra postcoloniale che ha tormentato il suo paese per sedici anni; o dei disegni di mostruose macchine da guerra imbrattate di sangue di Abu Bakarr Mansaray, artista della Sierra Leone, anch’egli rifugiato in Europa - le opere in mostra quest’anno costituiscono una precisa dichiarazione sul punto da cui è necessario partire per poter immaginare un futuro di pace tra i popoli. Un futuro che sia alternativo all’esplosione distruttiva del video di animazione della keniana Wangechi Mutu - The End of Carrying All - sorta di riassunto della storia dell’uomo e delle sue opere sulla terra con un finale apocalittico.
E se tutto passa, come dicono le fotografie abrase del Leone d’oro Adrian Piper, artista nata negli Stati Uniti e attiva a Berlino, e come dicono le tante opere esposte che lavorano sul concetto di caducità e sul rapporto natura/cultura, l’oggi del neocapitalismo globalizzato guerrafondaio, delle disuguaglianze e della povertà, della strumentalizzazione e della cancellazione della democrazia, impone una ripresa d’orgoglio dell’essere umano che sappia dire no alla guerra e consolidare le spinte alla libertà, alla condivisione delle scelte, alla giustizia, all’eguaglianza e alla cura del pianeta; spinte che sono molto più estese e capillari di quanto lasci vedere la propaganda neocapitalista (di cui l’ISIS è parte integrante e di rilievo).
Il cinema visto al Lido quest’anno non è da meno, e costituisce con le Arti Visive un dittico di grande impatto politico e culturale.
Infatti, non pochi dei film selezionati dal direttore Alberto Barbera e dalla sua équipe e provenienti da un gran numero di paesi hanno rappresentato molto bene la dura realtà del nuovo colonialismo economico planetario, che si nutre delle macerie del colonialismo degli ultimi due secoli per costruire un mondo piramidale attraverso la guerra per le fonti di energia e per la conquista dei mercati; ma anche la guerra per la guerra, per la vendita delle armi (come dice bene la campana di Hiwa K), con i suoi corollari della corruzione e della droga.
Talvolta con impennate formali che fanno di alcuni film dei gioielli preziosi che meriterebbero di essere portati alla visione di tutti, cosa che solo in pochi casi saprà e vorrà fare il mercato tradizionale.
Francofonia, per esempio, il film in concorso di Alexander Sokurov, è un magistrale film-saggio sulla storia del nostro continente, illuminato da uno sguardo costruttivo sul valore della cultura nell’Europa futuribile, e dall’affermazione - esplicita e tutt’altro che comune - della piena appartenenza ad essa della Russia.
Mentre il documentario di Frederick Wiseman In Jackson Heights (Fuori concorso) ci porta, con una caméra onnipresente e al tempo stesso magistralmente dissimulata e “oggettiva”, all’interno della comunità newyorkese che dà il titolo al film, nel Queens, dove si parlano 167 lingue e dove convivono etnie e culture eterogenee, che vanno dal Sud America al Bangladesh, dal Messico all’India, dalla Cina all’Italia.
Altrettanto degno di nota è il sontuoso e rigoroso Human (Fuori Concorso), del sessantanovenne regista parigino Yann Arthus-Bertrand, ben noto per il suo impegno ecologista e pacifista. Film che è il risultato di tre anni di viaggi in sessantacinque paesi, con duemila interviste e duemilacinquecento ore di girato e che costituisce un grande polittico di un’umanità dolente e al tempo stesso profonda nei suoi sentimenti migliori e decisa a non piegare la testa.
Mentre il cinese Liang Zhao ci offre il miglior film del Concorso, Behemoth, infernale viaggio dantesco nello “sviluppo” cinese, fatto di distruzione ambientale, silicosi e città fantasma. Zhao ci porta nelle miniere di carbone e ferro e nelle fonderie, al bordo delle quali stenta a sopravvivere una pastorizia ormai compromessa. Non lontano dalle nuvole di ceneri che uccideranno gli operai e dal frastuono delle mine che devastano il territorio nascono città nuove di zecca: decine e decine di grattacieli in serie, grandi strade dotate di prati verdi perfettamente curati. Ma sono grattacieli e strade totalmente deserti, città fantasma molto eloquenti sull’insensatezza del neocapitalismo finanziario.
Con Rabin, The Last Day (Concorso) Amos Gitai prosegue il suo scomodo discorso sulla politica di Israele, ricostruendo l’uccisione, vent’anni fa, del primo ministro, premio Nobel per la pace insieme con Shimon Perez e Yasser Arafat. Omicidio che avvenne in un contesto di totale negligenza dei servizi e della polizia preposti alla sicurezza del comizio al termine del quale Rabin trovò la morte. E che fu l’atto di sepoltura di una politica tesa alla pacificazione nel territorio. Un film duro e severo, in cui la finzione - coordinata con materiali di repertorio - serve ad analizzare criticamente i fatti e a indicare gli ostacoli che la volontà di pace trova oggi nel mondo.
Altrettanto severamente critici sono altri due film israeliani (opposti tra loro per atmosfere e argomento) presenti nel concorso Orizzonti e realizzati da due registe, Hadar Morag e Yaelle Kayam. La prima firma Lama Azavtani (Perché mi hai abbandonato), dura storia di un ragazzo arabo che vive ai margini della società in un quartiere ebraico e che pensa di trovare la speranza di una protezione nel rapporto omosessuale con un anziano ebreo affilatore di coltelli. La seconda ci dà Mountain, ambientato nel cimitero di Gerusalemme che sorge sul Monte degli ulivi, grande distesa di tombe bianche, luogo di intersezione delle religioni ebraica, cristiana e islamica, accanto al quale vive la famiglia ebrea di un giovane capo religioso di stretta osservanza, la cui moglie è presa da un profondo turbamento fisico e spirituale.
A queste contraddizioni e chiusure fa eco il film statunitense del neozelandese Jake Mahaffy, Free In Deed (Orizzonti), storia (ispirata a un vero fatto di cronaca) del tentativo di “guarigione” di un ragazzo autistico per “imposizione delle mani”, finita in tragedia in una delle tante chiese di fortuna frequentate da evangelici pentecostali. Forte e duro quanto misurato e composto, il film lavora sulla persistenza della superstizione nella società statunitense contemporanea.
E non meno severa è l’opera dell’indiano Vetri Maaran, Interrogation (Orizzonti), ispirata al romanzo Lock Up di Chandhra Kumar, unico sopravvissuto del fatto reale che è alla base del film, oggi militante per i diritti civili. Interrogation mostra i giochi incrociati della corruzione nella polizia, nell’intelligence e tra i politici indiani, in occasione dell’imprigionamento pretestuoso di quattro tamil innocenti e dell’uccisione premeditata di tre di loro.
Questi che abbiamo citato sono solo alcuni tra i molti esempi possibili dell’orientamento culturale e politico della Mostra del cinema di quest’anno. Aggiungiamo almeno i nomi dei registi di altri film che hanno un dichiarato valore politico: il turco Emin Alper, Marco Bellocchio, Atom Egoyan, il californiano Cary Joji Fukunaga, Merzag Allouache, il francese Samuel Collardey, l’iraniano Vahid Jalilvand. Oltre a Laurie Anderson, Tsai Ming-liang e Sergei Loznitsa, sui quali il discorso sarebbe però prevalentemente di carattere formale. Esempi, insieme con quelli delle Arti Visive, dello strettissimo legame che gli artisti e i cineasti di oggi intessono con i grandi problemi della contemporaneità, con riflessioni che vanno al di là della denuncia e sollecitano il lavoro di tutti per pensare e realizzare il futuro.

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Una Risposta a A Venezia tra cinema e arte: le ceneri del presente

  1. sergio falcone scrive:

    Biennale? Mostra del cinema e simili? L’arte è altro e altrove. Fa volentieri a meno di queste vetrinette.

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