di Antonello Tolve

Con una intera settimana a disposizione, scarpette da ginnastica è un po' di buon ottimismo, è possibile assaporare la gustosa atmosfera estetica del nuovo evento che, da Istanbul, con la sua 14. Biennale curata da Carolyn Christov-Bakargiev, echeggia sulla piattaforma planetaria dell'arte incuriosendo non solo il pubblico degli addetti ai lavori ma anche quel felice popolo dell'arte la cui curiosità lascia sperare (sempre) in un mondo migliore, più istruito, più vivacemente interessato ai fatti della vita.

Disseminata lungo l'arteria idrica che separa la parte occidentale di Istanbul da quella asiatica – sul concetto di disseminazione bisogna lasciare il primato a Filiberto Menna, che nel lontano 1978 aveva organizzato nello Studio Torelli di Ferrara una mostra esemplare – la nuova Biennale di Istanbul (Suzlu Su: Düşünce Biçimleri Üzerine Bir Teori/ Saltwater: A Theory of Thought Forms) invita lo spettatore ad un viaggio: «un viaggio in mare aperto, alla ricerca di una rotta da seguire o da cui ritirarsi, da cui attingere e svelare», suggerisce Christov-Bakargiev. «Un viaggio in superficie, in punta di dita, ma anche sott'acqua, nel profondo, prima che tutto venga impacchettato dalle codifiche».

Anche se a primo acchito apparentemente dispersiva o, secondo il parere di alcuni, un po' troppo collegata alla ricerca intrapresa con dOCUMENTA 13 (e naturalmente non c'è niente di male), questo nuovo evento curato da Carolyn Christov-Bakargiev articola un discorso che non solo si estende fisicamente tra le meraviglie di una città unica, i cui umori e rumori echeggiano come canti lontani, ma si organizza anche come un dispositivo estetico che, sotto il segno di Henri Focillon (Vie des formes, 1934) lettore e interprete di Balzac («tout est forme, et la vie même est une forme»), rivela la sotterranea ricerca di un mondo che supera i sensi.

Come une métaphore de l'univers in cui «la vie est forme, et la forme est le mode de la vie» (Focillon), questa nuova Biennale propone allora un'atmosfera alla cui polifonia disciplinare fa specchio un itinerario che invita il viaggiatore a scoprire luoghi e paesaggi, edifici, architetture, spazi carichi di storia. Al Cezayir Binası, ad esempio, non solo lo spettatore ha modo di visitare un'opera brillante di Fernando García-Dory, ma anche di scoprire la sede scolastica della Società Operaia Italiana la cui insegna recita: «chi ama la patria, la onori colle opere. Aule sacre alla virtù e allo studio. La Società Operaia Italiana con quell'amore col quale promosse e curò che sorgeste in questo marmo l'aura sentenza di cui ella si fregia ricordo a voi di sé ha inciso e voi incidetela nei cuori (Costantinopoli, 1 gennaio 1901»).

Utilizzando la sede del Liceo Italiano I.M.I. come momento introduttivo alla Biennale – oltre a accogliere 5 installazioni (elegantissima quella di Ezra Ersen) il Liceo ha ospitato, grazie al Console Federica Ferrari Bravo, anche la conferenza stampa dello scorso 2 settembre – Christov-Bakargiev mettere in luce, inoltre, un disegno che, a partire da alcuni legami con la cultura italiana (tra le sedi c'è anche il palazzo denominato Casa Garibaldi, in fase di ristrutturazione), si estende sul territorio con progetti speciali e programmi culturali pluridirezionali.

Sulla terraferma, tra i progetti che questa biennale salata offre ai suoi spettatori, accanto alle manovre city e sound specific realizzate da Cevdet Erek e Kristina Buch nei due otopark scelti a Beyoğlu, la grande storia proposta da Anna Boghiguian conTuz Tüccarları / The Salt Traders alla Galata Greek Primary School modella un itinerario epico sull'uomo. Bize Kalan Mavi Su / What We Have Left Is the Blue Water di Prabhakar Pachpute, sempre alla Galata Greek Primary School incanta con il racconto di un minatore che si aggrappa alle pareti e scompare in un sogno senza figure.

Tra i mille lavori, all'Istanbul Modern, museo che dialoga da tempo, in estate, con il MAXXI di Roma, l' Uygulamalı Hidrodinamika / Hydrodynamica Applied di Liam Gillick si sporge sul mare come un tuffatore per disegnare l'equazione di Bernoulli e spingere lo sguardo al di là delle apparenze. Poi, proprio in mare, le coordinate date da Pierre Huyghe (40°52'32''N, 28°58'18''E), poco prima di arrivare a Büyükada (una delle nove Prens Adaları nel Mar di Marmara, dove è possibile visitare opere in ambienti sublimi), portano nei pressi di Sivriada, un'isoletta selvaggia e solitaria (quell'isola che è stata, si sa, campo di concentramento per cani nel 1910, abbandonati senza né acqua né cibo e che ha ispirato il lavoro di Michael Rakowitz) per mostrare un'opera che non c'è, un quadrato di mare la cui liricità emoziona e lascia senza parole.

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3 Risposte a Una biennale salata

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