traduzione di Raul Schenardi

Quella domenica pomeriggio Eugenio Karl uscì in strada dicendo fra sé: «È quasi certo che oggi mi capiterà un fatto strano».

Per Eugenio l’origine di simili presagi si basava sulle palpitazioni anomale del cuore, che lui attribuiva all’azione di un pensiero remoto sulla sua sensibilità. Non di rado, assillato da un vago presentimento, prendeva precauzioni concrete o si comportava in modo poco normale. In questo senso, la sua tattica dipendeva dallo stato psichico. Se era contento, immaginava che il presagio fosse di natura benigna. Se invece era di malumore, evitava perfino di uscire di casa per timore che gli cadesse sulla testa il cornicione di un grattacielo o un cavo della corrente elettrica. In genere, però, gli piaceva abbandonarsi al presagio, a quell’incerto desiderio di avventura che sussiste anche nell’uomo dal carattere più acido e pessimista.

Per più di mezz’ora Eugenio percorse i marciapiedi a casaccio quando, all’improvviso, notò una donna avvolta in un cappotto nero. Avanzava verso di lui sorridendo con naturalezza. Eugenio la osservò di nuovo aggrottando le sopracciglia, senza riuscire a riconoscerla, e pensò simultaneamente: «Per fortuna i costumi delle donne sono sempre più liberi».

D’un tratto lei esclamò: «Come sta, Eugenio?»

Karl si liberò all’istante della foschia che avvolgeva la sua curiosità: «Ah! È lei, signora? Come sta?»

Per una frazione di secondo Leonilda continuò a osservarlo con un sorriso fiacco, ambiguo, mentre Eugenio s’informava: «E Juan?»

«È uscito, come al solito. Come vede, mi ha lasciato sola soletta. Vuole venire a prendere il tè da me?»

Leonilda parlava lentamente, indecisa, e piegava la testa su una spalla sorridendo rilassata, con una stanchezza lasciva che la costringeva a guardare l’uomo fra le palpebre semichiuse, come se avesse davanti agli occhi un sole abbagliante.

Un luccichio d’acqua grigia le tremolava in fondo alle pupille, e Karl disse fra sé: «È curiosa di andare a letto con un uomo che non sia il marito», e nell’istante in cui ebbe questo pensiero le pulsazioni gli aumentarono da settantacinque a centodieci. Gli sembrò di aver appena corso per duecento metri, tale era l’emozione provocata dalla porta sconosciuta che Leonilda gli socchiudeva languidamente davanti. Ma non poté evitare che gli lampeggiasse in testa uno scrupolo: «Sola. A prendere il tè con lei. Non sa che una donna sola non deve ricevere gli amici del marito».

Allora balbettò: «No, grazie mille... Se ci fosse Juan...» La sua era la voce di un bambino che vedendosi offrire una moneta dice: «No, grazie», perché lo hanno abituato a non accettare regali, tant’è che pensò immediatamente: «Perché sono così stupido? Dovevo accettare. Speriamo che m’inviti ancora».

E ad alta voce disse: «Si figuri, Leonilda, che non l’avevo neanche riconosciuta», ma il suo pensiero fisso era altrove. La donna sembrava cogliere le diverse sensazioni che lo turbavano, e Karl diceva fra sé: «Perché sono stato così stupido da non accettare il suo invito?» Comunque, per fugare l’inizio di un’ossessione, insistette: «Non l’ho riconosciuta. E quando ho visto che mi sorrideva mi sono domandato: ma chi sarà questa donna?»

Mentre parlava, dentro di lui danzava un desiderio:

«Sarà capace d’invitarmi un’altra volta a prendere il tè?» Leonilda lo guardava dritto negli occhi, suadente. Il suo sorriso era una debole smorfia che perforava con perspicacia l’ipocrisia dell’uomo che si sforzava invano di recitare la commedia del cittadino virtuoso. Il suo stesso silenzio sembrava a Eugenio il fragore di una tempesta, in mezzo alla quale spiccava inaspettatamente il suggerimento di Leonilda: «Si arrischi. Sono sola. Non lo saprà nessuno».

Non avevano più niente da dirsi. Eppure restavano fermi sul marciapiede, avvitati dal richiamo del sesso e dai sentimenti contraddittori che nascondevano. Eugenio prese a balbettare goffamente, con le labbra rigide per la tensione nervosa: «E così suo marito non c’è: è uscito... è uscito e l’ha lasciata tutta sola?»

Lei scoppiò in una risata; poi, abbandonando leggermente la testa sulla spalla sinistra, continuò a ridere, strinse i manici della sua borsetta e, guardandolo con aria di sfida, rispose: «Mi ha lasciata completamente sola. Sola soletta. E io mi annoiavo così tanto che sono uscita a fare due passi. Perché non viene a prendere il tè da me?»

Le pulsazioni di Karl salirono da ottanta a centodieci.

Un tremolio di esitazione comparve in fondo alle sue pupille.

«Perdere forse un amico. Solo noi due. Fin dove sarà capace di arrivare?»

Leonilda lo scrutò, un po’ beffarda. Indovinava i suoi scrupoli, e lì in piedi sul marciapiede, con la testa leggermente piegata su una spalla e un sorriso suadente da cocotte, lo spiava attraverso le palpebre socchiuse, mentre diceva con una vocina beffarda: «Pensi che a Juan dico sempre che se continua a lasciarmi sola dovrò trovarmi un innamorato.

Ah, ah! Che ridere. Un innamorato alla mia età. Può ancora desiderarmi qualcuno? Ma perché non viene? Prende un tè e se ne va. Come mai è tanto triste?» Ed era vero. Karl non si era mai sentito tanto triste come in quel momento. Pensava che avrebbe tradito un amico. Che rimorsi dopo, quando avrebbe scostato il suo ventre sporco dal ventre di quella donna. Eppure il sorriso di Leonilda era così suadente. E tornò a ripetersi: «Tradire un amico per una donna. Lui allora avrebbe il diritto di dirmi: Non sapevi che il mondo è pieno di donne? E tu sei andato da mia moglie, dalla mia unica donna. Tu. Quando il mondo è pieno di donne». Ecco la sorpresa di cui aveva avuto sentore per quel giorno.

Il cuore di Eugenio batteva come dopo una corsa di duecento metri. E non poteva resistere. Leonilda lo vinceva con la postura statica della testa piegata sulla spalla sinistra e il sorriso sfacciato che lasciava intravedere la fila di denti bianchi e le gengive rosa. Una spossatezza terribile s’impadroniva delle sue membra. Cadeva in perpendicolare fra loro ed Eugenio, circospetto, obliquo sul marciapiede chiazzato di luce gialla, percepiva la mobilità dello spazio come se si fosse trovato in cima a una nuvola, con i mondi e le città ai suoi piedi. E nello stesso tempo era ansioso di piombare nell’ignoto universo di sensualità che gli offriva la «donna sposata », ma nonostante questo desiderio non riusciva a vincere l’inerzia che lo teneva obliquo sul marciapiede che ondeggiava sotto i suoi occhi.

Lei, sottovoce, tornò alla carica: «Beve il tè e poi se ne va...»

Lui, risoluto, disse: «Andiamo. La accompagno. Berremo il tè insieme», ma intanto pensava: «Quando saremo soli le prenderò una mano, poi la bacerò e da lì a toccarle un seno, o la va o la spacca. Lei probabilmente dirà:

“No, mi lasci”, ma io la porterò a letto, l’ampio letto matrimoniale dove dorme con Juan da tanti anni».

Lei prese a camminare al suo fianco con tranquilla confidenza. Karl si sentiva ridicolo come un uomo di legno che si trascina su piedi di segatura.

Leonilda, per dire qualcosa, gli domandò: «È sempre separato da sua moglie?»

«Sì».

«E non le manca?»

«No».

«Ah! Voi uomini, come siete... come siete...»

Per un paio di secondi Eugenio ebbe una gran voglia di mettersi a ridere fragorosamente e ripeté fra sé: «Come siamo noi uomini... E lei, che mi porta a prendere il tè in assenza del marito?»; ma, tornando al pensiero di ritrovarsi da solo con Leonilda nella sua stanza, non poté evitare l’immagine di Juan. Lo vedeva alla fine dell’orario di lavoro raggiungere di corsa un postribolo clandestino e scegliere le puttane con un culo favoloso, e allora osservò con una certa curiosità Leonilda, domandandosi se lui l’avesse abituata ai suoi gusti sessuali, e all’improvviso si trovò di fronte una porta di legno; Leonilda estrasse un mazzo di chiavi e, sorridendo stancamente, aprì. Salirono una scala, e ora si arrischiavano appena a guardarsi negli occhi.

«Se mi trovassi vicino a una cascata non avrei tanto rumore nelle orecchie», pensava Eugenio.

Cigolò un’altra serratura, davanti ai suoi occhi si fece più buio, poi scorse i mobili dello studio, un interruttore girò, e curve di luce gialla rimbalzarono sulle spalliere dei divani. Intravide le tende verdi alle pareti e d’un tratto, affaticato, si lasciò cadere su una poltrona. Gli facevano male le articolazioni, la sua mente era corsa troppo in fretta verso il desiderio, e in quel momento l’ansia rendeva inutilizzabili le articolazioni. Il sangue sembrava precipitarsi in un immenso blocco coagulato verso una linea orizzontale del suo cuore, e una certa mollezza che gli era penetrata nelle giunture delle ginocchia lo teneva prostrato in quella poltrona di pelle fredda, mentre la voce del marito assente sembrava sussurrargli all’orecchio: «Canaglia, era la mia unica donna. Non lo sapevi? L’unica donna che avevo al mondo!»

Un sorriso beffardo si delineò sul volto di Eugenio:

«Tutti i mariti hanno un’unica donna, quando questa è sul punto di andare a letto con un altro».

Si rese conto che lei era ancora nella stanza quando gli disse: «Con permesso, Eugenio, vado a togliermi il cappotto».

Leonilda scomparve. Karl, facendo un grande sforzo, si alzò e, tenendo immobile il busto, cominciò a scuotere energicamente la testa. Conosceva questo metodo per averlo visto utilizzare dai pugili sull’orlo del knock-out. Aspirò profondamente e, una volta padrone di sé, si rannicchiò sul divano. Era incuriosito da sé stesso. Come si sarebbe comportato in presenza della donna?

Leonilda riapparve con un vestito aderente di lana merino scura. Anche lei sembrava padrona di sé stessa, e allora Eugenio buttò lì la domandina in tono quasi beffardo: «E così si annoia molto, eh?»

Lei, seduta su una poltrona di fianco al divano, con le gambe accavallate, finse di pensare e quando si fu decisa rispose: «Sì, molto».

Ci fu un silenzio tenebroso, durante il quale entrambi si studiarono reciprocamente, guardandosi negli occhi, e una sorta di film sonoro riversò nelle orecchie di Karl queste parole: «Soli. Dieci minuti fa te ne andavi in giro per le strade cittadine ammorbate dalla noia domenicale, senza sapere come avresti occupato il tuo tempo, e speravi in un’avventura brillante. Ah, la vita! E adesso non sai in che modo iniziare la commedia. Afferrarla per la vita, baciarle una mano, stringerle un seno inavvertitamente. Non c’è donna che resista a un uomo quando lui le accarezza i seni».

Un rumore di cascata scrosciava vicino alle orecchie di Eugenio, e allora, di nuovo, forzando le parole che gli si strozzavano in fondo alla gola asciutta e al linguaggio esitante, mormorò con il sorriso falso di chi non trova un argomento di conversazione: «E non fa niente per non annoiarsi?» «Vado al cinema».

«Ah. Che attrice le piace?»

Si squadrarono un’altra volta con occhiate dense. Leonilda, appoggiata obliquamente al bracciolo della poltrona, sorrideva in modo incoerente, con le palpebre socchiuse, e così le pupille sprigionavano una luce maligna, intollerabile, come se indovinasse ogni pensiero di Karl e si burlasse di lui perché non era abbastanza ardito. Tenendosi un ginocchio fra le mani lunghe e sottili, in certi momenti sembrava eccitata per l’avventura, e Karl insistette di nuovo: «Così si annoia?»

«Sì».

«E lui che dice?»

«Juan? Cosa vuole che dica? A volte pensa che non ci saremmo dovuti sposare. A volte, invece, dice che ho tutta l’aria di una donna nata per avere un amante. Le pare che possa essere amata da qualcuno? E anch’io mi domando: perché ci siamo sposati?»

Eugenio ricorse alla sigaretta. Aveva notato che l’inquietudine si sfoga inconsciamente in qualche gesto intimo, meccanico. Aspirò piano il fumo fino a riempirsi la bocca, poi lo sbuffò fuori piano e con voce estremamente calma, ormai padrone di sé, domandò: «Juan non le ha mai chiesto se desiderava avere un amante? O meglio... non le ha mai suggerito di trovarsi un amante?»

«No...»

«E allora perché lei oggi mi ha proposto di venire qui? Vuole essere infedele a suo marito. E per questo ha scelto me?»

«No, Eugenio. Che sciocchezza! Juan è molto buono. Lavora tutto il giorno...»

«E siccome lavora tutto il giorno ed è buono, lei mi invita a prendere il tè?»

«Cosa c’è di male...?»

«In effetti, non c’è niente di male. Lei corre soltanto il rischio di incappare in uno sfacciato che cerchi di gettarla sul letto».

Leonilda si drizzò con violenza: «Urlerei, Eugenio, può starne certo. E poi, mi annoio, e anch’io lavoro tutto il giorno. Però mi annoio fra queste quattro mura. È orribile. Lei sa cosa passa per la testa di una donna rinchiusa tutto il giorno fra le quattro mura di un appartamento?» Si ribellava. Bisognava fare attenzione.

«E lui non si rende conto di quello che succede dentro di lei?»

«Sì...»

«E...?»

«Sono stanca».

«Perché non si distrae leggendo?»

«Non mi parli di libri, per favore. Sono orribili! Cosa vuole che legga? Posso imparare qualcosa dai libri...?» Ora si era appoggiata allo schienale della poltrona e sembrava triste sotto la luce soffusa che le tingeva l’epidermide di una sfumatura lignea.

Confessò ansiosa i suoi sogni: «Sa, Eugenio, mi piacerebbe vivere da un’altra parte...»

«E dove?»

«Non so. Mi piacerebbe andarmene lontano, senza sapere dove fermarmi. Invece, sa cosa fa Juan quando arriva? Si mette a leggere i giornali».

«Sui giornali compaiono notizie molto interessanti».

«Lo so, lo so... È spiritoso lei. Lui legge i giornali e risponde a tutte le mie domande con un “sì” o un “no”. E questo è tutto quello che ci diciamo. Non abbiamo niente da dirci. A me piacerebbe andarmene lontano... Viaggiare in treno, con tanta pioggia, mangiare nei ristoranti delle stazioni... Non creda che sia pazza, Eugenio...»

«Non credo niente...»

«Lui, invece, non esce mai di casa, solo quando io non resisto più. Sembra l’uomo degli angolini. Proprio così, Eugenio. L’uomo degli angolini. A quanto pare, tutti gli uomini quando arrivano a trent’anni vogliono rannicchiarsi nel loro cantuccio e non muoversi più di lì. E a me piacerebbe andarmene lontano... Vivere come le dive del cinema. Secondo lei è vero quello che raccontano i giornali sulla vita delle dive del cinema?»

«Sì... un dieci per cento è vero...»

«Vede, Eugenio... quella è la vita che mi piacerebbe fare.

Ma adesso non è possibile».

«Già... ma perché mi ha invitato?»

«Avevo voglia di fare quattro chiacchiere con lei».

Leonilda scosse la testa come per respingere un pensiero inopportuno. «No, non potrei mai essere infedele a Juan. No. Dio me ne scampi. Si rende conto... Se i suoi amici sapessero... Che vergogna orribile per lui. E lei sarebbe il primo a dirlo: “La moglie di Juan lo tradisce, con me”».

«E non è mai stata infedele a Juan?»

«No».

«Ne è sicura?» Eugenio non poté evitare un sorriso malizioso e insistette: «Non so perché, ma ho l’impressione che lei mi stia mentendo».

Leonilda esitò un istante. Si guardava intorno come se si fosse trovata su un’altura traballante. E anche se Eugenio avesse voluto spiegarsi dove era radicato il suo segreto, in quel momento era impossibile. Lei sembrava ingentilita dalla trasparenza di un’atmosfera inconcepibile, come se si trovasse fra cielo e terra.

«Mi promette di non farne parola con nessuno?»

«No».

«Be’, una volta un amico di Juan mi ha baciata».

«E lei sperava che la baciasse».

«No... è successo così... di sorpresa».

«Ma le è piaciuto o no?»

«In quel momento mi ha fatto una rabbia tremenda. L’ho buttato fuori di casa. È successo diversi anni fa».

«Ed è tornato?»

«No... adesso però lei penserà male di me».

«No».

«Be’, spesso mi sono chiesta, dispiaciuta, perché quell’amico non è più tornato».

«Gli si sarebbe concessa?»

«No... no... ma mi dica, Eugenio, cosa succede a un uomo quando bacia così bruscamente la moglie di un amico? Di un amico a cui vuole bene, perché lui voleva bene a Juan».

«In generale è difficile stabilire cosa succede, se ci si pone su un terreno metafisico. Se invece si interpreta la questione da un punto di vista materialista, quell’uomo doveva essere eccitato dalla sua presenza, e probabilmente lei se ne rendeva conto. Ed è ancora più probabile che abbia deliberatamente contribuito a eccitarlo. Lei è quel tipo di donna a cui piace stuzzicare gli amici del marito».

«Questo non è vero, Eugenio... perché, come vede... fra noi non succede niente...»

«Perché io mi controllo».

«Lei si controlla? Be’, non mi è sembrato».

«Ecco perché mi ha invitato a prendere il tè. Invece sì, mi controllo, e poi mi diverto quando mi controllo».

«Si diverte... e in che modo?»

«Osservando l’altro. È un po’ come il gioco del gatto con il topo. La guardo negli occhi e in fondo vedo la tempesta del desiderio e degli scrupoli».

«Eugenio».

«Cosa...»

«Dirà a sua moglie che l’ho invitata a prendere il tè?» «No... perché sono separato. E anche se non fossi separato non glielo direi, perché correrebbe a raccontarlo

alle amiche: “Sapete che la moglie di Juan ha invitato mio marito a bere il tè da solo con lei?”»

«Che perfida!»

«Assolutamente no. È una donna onesta. Tutte le donne oneste sono più o meno come lei. Più o meno sfrontate e più o meno annoiate. In certi momenti vorrebbero andare a letto con gli uomini di cui si sono incapricciate; poi si tirano indietro e quasi non vanno a letto neppure con il marito».

«E cos’ha pensato quando l’ho invitata a prendere...?»

«Quando mi ha rivolto l’invito, l’ho declinato. Subito dopo ho pensato: sono stato uno stupido a non accettare. Se mi invitasse ancora, accetterei. E quando lei ha insistito perché venissi, ho provato una grande emozione e curiosità...»

«Continui... continui... mi piace molto ascoltarla».

«Curiosità ed emozione. Ecco. Avventura imminente.

Pensavo mentre camminavo al suo fianco. È da parecchio tempo che non vado a letto con una donna sposata, e soprattutto con la moglie di un amico...»

«Lei è un barbaro. Non le permetto di dire certe cose».

«Allora taccio».

«No, continui».

«Bene, come le dicevo... dove eravamo rimasti...? In questi ultimi anni mi sono votato all’amore spirituale... cioè, all’amore per le ragazzine. Non mi spiego perché si dice che le donne giovani sono spirituali».

«Si è innamorato di qualcuna?»

«Oh, no... però le piccole borghesucce che ho avuto mi hanno dimostrato che le più intelligenti sono di una ristrettezza mentale spaventosa. Per esempio... tempo fa conosco una ragazzina, mezza letterata e mezza tubercolosa.

Andiamo a prendere un caffè insieme e dopo cinque minuti mi sta parlando dei suoi pigiami colorati, delle sue mani “eburnee e pallide”, del tabacco biondo e della musica di Debussy... Sa cos’ho fatto? Be’, ho interrotto di colpo le sue confidenze d’arte trascendentale domandandole se aveva il mestruo regolarmente e se andava di corpo tutti i giorni...» Le risate di Leonilda risuonavano con fragore.

«Eugenio... Eugenio... lei è un vero selvaggio».

Karl proseguì: «Non se l’è presa... e poi, la vedevo così magrolina che mi ha fatto pena. Ho deciso di aiutarla. Le ho organizzato un programma di vita magnifico... ginnastica svedese, agrumi a colazione, e mi creda, Leonilda... sono arrivato a informarmi non solo se faceva i suoi bisogni ogni giorno, ma perfino della consistenza dei suoi escrementi, e le ho detto che l’escremento ideale è quello con l’aspetto di una composta di mele».

«Eugenio, cambi argomento...»

«No, Leonilda... voglio che lei sappia che buon cuore ho. Non è quello di un selvaggio. Dicevo a questa ragazza: prima devi mettere su dieci chili, e dopo perdere la verginità. Lei non crede, Leonilda, che a quattordici anni le donne abbiano il diritto di andare a letto con chi vogliono?»

«E i figli?»

«Si evitano, Leonilda. Ma è orribile costringere una donna a proteggere la propria verginità... Be’, sta di fatto che per quella ragazza le mie lezioni erano poco spirituali e mi ha lasciato, probabilmente per un uomo dai capelli ricci che aveva letto Jean Cocteau e calzava guanti gialli».

Mentre Karl parlava, Leonilda diceva fra sé: «Com’è pettegolo quest’uomo». Ma stando attenta a non manifestare l’improvviso malumore che si propagava nei suoi nervi, allungò un braccio per sistemare un fiore di stoffa nel vaso e disse: «Diceva, Eugenio?»

«Si annoia?»

«Cosa glielo fa pensare?»

«Senz’altro aveva la testa da un’altra parte».

«Ha ragione, Eugenio. Ricordavo quello che lei ha pensato quando ci siamo incontrati».

«Come le dicevo, il primo impulso è stato quello di trovarmi all’inizio di una meravigliosa avventura. Perlomeno di un’avventura torbida. D’altra parte, in un certo senso è piacevole correre il rischio che il marito e l’amico ti ammazzino con una pistola. E forse neanche questo. Lei che ne dice... Juan sarebbe capace di ammazzarmi?»

«No, non credo. Il poveretto ne avrebbe un dispiacere...» «Lo vede... noi mariti moderni non siamo neanche capaci di torcere il collo a una canaglia che ci porta via la moglie.

Certo, non torcere il collo alla coniuge è una conquista del pensiero e della civiltà... ma, ad ogni modo, a volte è piacevole uccidere qualcuno... in nome di una superstizione. E poi, Leonilda... se Juan non ammazzasse né lei né me, non sarebbe per bontà, ma semplicemente perché capirebbe che mettendogli delle corna grandi come una casa lei si limiterebbe a farsi un po’ di giustizia da sola... ma torniamo al punto di partenza... quando sono entrato pensavo in che modo avrei iniziato la commedia amorosa con lei, baciandole la mano o palpandole un seno».

«Eugenio...»

«Era quello che pensavo».

«Non le permetto...»

«Adesso è lei che fa la commedia...»

«Be’... però non parli così».

«Perfetto... cancellata la descrizione del capitolo massaggio».

«Eugenio...»

«Leonilda... lei non mi lascia esprimere con coerenza».

«Parli in modo decente».

«Il fatto è questo. Quando siamo entrati io speravo che lei si mettesse a ballare e mi dicesse: “Guardi come sono coraggiosa: oggi ho deciso di mettere le corna a mio marito”.

Desideravo che mi dicesse questo, Leonilda. Oppure, slacciandosi la vestaglia: “Mi baci l’attaccatura dei seni”.

Oppure: “Si inginocchi qui, ai miei piedi, e posi la testa sulle mie ginocchia”. Anche quando è entrata... per un istante ho pensato: “Sarebbe meraviglioso se si presentasse nuda, solo avvolta in una robe de chambre”».

«Ma lei è pazzo...»

«Leonilda... sono supposizioni... non dico che lei

avrebbe dovuto fare per forza così, né niente di simile...

Mi limito a suggerire quanto sarebbe stato piacevole se fosse successo...»

«Grazie a Dio».

«Lo so... non è successo... Quando siamo entrati lei ha detto: “Mi annoio”, e a quel punto, mi creda, l’anima mi è scesa in fondo ai piedi».

«Perché?»

«Non so. Istintivamente lei e Juan mi avete fatto pena».

«Pena... pena per lui...»

«E per lei». Ora Eugenio camminava da un angolo all’altro dello scrittoio. «Certo, mi ha fatto pena. Ho capito il suo problema... e il suo problema era lo stesso di tutte le donne sposate. Il marito sempre in ufficio e loro eternamente sole, fra le quattro mura di cui mi ha parlato».

«Non abbiamo niente da dirci, Eugenio».

«Ed è naturale, Leonilda. Da quanti anni è sposata?»

«Dieci...»

«E vorrebbe avere qualcosa di nuovo da dire a un uomo dopo aver vissuto con lui per dieci anni, cioè tremilaseicento giorni...? No, Leonilda... no...»

«Lui arriva, si rannicchia in questa poltrona e legge i suoi giornali. I giornali sono la quinta parete di questa casa. Ci guardiamo e non sappiamo cosa dirci, o lo sappiamo a memoria...»

«Non mi dice niente di nuovo. Questo succede in tutti i matrimoni e anche tra fidanzati. I fidanzati si annoiano tremendamente, tanto più quando non sono stupidi. E io e lei, Leonilda, se ci frequentassimo per molto tempo finiremmo per ritrovarci nella stessa situazione».

«Può darsi...»

«Sono contento che ci creda, Leonilda. In realtà, conoscere una donna è una tristezza in più. Ogni ragazza che passa nella nostra vita fa arrugginire qualcosa di prezioso che abbiamo dentro. Probabilmente ogni uomo che passa nella vita di una donna distrugge in lei un aspetto della bontà che altri avevano lasciato intatto, perché non avevano trovato il modo di spezzarlo. Siamo pari. Siamo un bel branco di canaglie...»

«Lei non crede in niente».

«Vuole che creda in lei, Leonilda, per caso?»

«E la vita sarà sempre così, allora?»

«E come vuole che sia?»

«Non so... Non so... cioè, tutte le coppie tirano avanti

come me e Juan».

«Più o meno, il novantanove per cento...»

«Che fare allora?»

Fino a quel momento la conversazione si era svolta secondo un ritmo pacato e subdolo; ma d’un tratto un’emozione straordinaria esplose dentro Karl. Afferrò brutalmente la donna per una mano, l’attirò a sé e la baciò sul viso.

Lei sfuggiva le sue labbra. Allora la lasciò e, guardandola affettuosamente, disse: «Ti ho baciata perché sei una povera donnetta. L’eterna ragazzina che crede nelle panzane del cinema. Guardami negli occhi. (Lei si era rannicchiata nella sua poltrona, rossa di vergogna.) Lo vedi. Sono esente dal desiderio. Cerchi (smise di darle del tu) di amare Juan. È un brav’uomo. Anch’io sono un brav’uomo. Tutti siamo bravi uomini. Ma di ognuno di noi si prende gioco qualche donna, e di ogni donna da qualche parte si prende gioco un uomo. È come le dicevo prima: siamo alla pari».

Uno di fronte all’altra, quasi tranquilli, si osservavano come se fossero stati assolutamente isolati sulla rotondità del pianeta. Non avevano niente da imparare né da dirsi.

Karl si alzò.

«Signora, a presto».

Lei sorrise, ambigua. Con cautela domandò: «Si arrabbierà? Quando rientrerà Juan stasera gli dirò che lei è stato qui».

«Come? Glielo dirà?»

«Abbiamo forse fatto qualcosa di male?»

«Ha ragione. A presto».

Senza muoversi dal divano, Leonilda lo vide avanzare, di spalle, verso la porta di legno massiccio.

Il racconto di Roberto Arlt Una domenica pomeriggio dà il titolo a una raccolta dello scrittore argentino, che comprende altri due testi (Il gobbetto e Le belve ) e che esce nei prossimi giorni dalle Edizioni Sur per le cure di Raul Schenardi. Ringraziamo la casa editrice per averci concesso questa anticipazione.

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Una Risposta a Roberto Arlt: Una domenica pomeriggio

  1. jurij scrive:

    Che bravo Arlt! Orgogliosi d’averne portato in Italia le migliori ‘acqueforti’: http://www.miraggiedizioni.it/demo/component/content/article/41-rivista/95-catalogo-atti-impuri-5.html

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