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Condivisioni

Quanti di voi possiedono un trapano elettrico?” chiese Rachel Botsman, autrice di The Rise Of Collaborative Consumption, al pubblico presente al TedxSydney nel 2010. Com'era prevedibile, quasi tutti alzarono la mano. “Quel trapano – continuò Botsman, con tono ironicamente esasperato – verrà usato in tutto tra i 12 e i 15 minuti. Ridicolo, no? Perché quello di cui avete bisogno è un buco, non un trapano”. E dopo una breve pausa, la soluzione: “Perché non noleggiare il trapano, o darlo a nolo e cavarne qualche soldo?”. (…) Ma oggi, sebbene alcuni esempi della promessa originale di condivisione siano sopravvissuti, quasi tutti sono lontanissimi dall'idea di villaggio globale. Non si sa come, quando una delle più importanti catene alberghiere stringe una partnership con una società da cinquanta miliardi di dollari, si spaccia l'accordo come sharing economy. Ma la sharing economy, quella vera, è morta. L'idea era ottima e all'inizio è piaciuta molto, ma quando si è dissolta, nessuno se n'è accorto. E nessuno si è chiesto come mai un'idea cosi popolare e sensata sul piano pratico e sociale si sia trasformata nel puro e semplice capitalismo che è oggi.

Sarah Kessler, The “sharing economy” is dead and we killed it, Fast Company, 14 settembre 2015

Presentazioni

Quest'estate, quando ho visitato lo sterminato campus della Mattel a El Segundo, una proto-HelloBarbie stava ben eretta sul tavolo di vetro di una sala conferenze, la bionda chioma raccolta su un lato e spiovente sulla spalla sinistra. Sembrava una normalissima Barbie, ma Aslan Appleman, un capo designer del prodotto, mi ha spiegato che le sue cosce erano lievemente irrobustite per poter contenere ciascuna una batteria ricaricabile e una miniporta USB era sistemata in fondo alla schiena. Un microfono, nascosto nella collana di Barbie, entrava in azione quando l'utente premeva la fibbia della cintura della bambola. (…) ‘‘Barbie, come ti chiami per esteso?’’ le ha chiesto Appleman. ‘‘Oh, pensavo lo sapessi’ ha risposto Barbie. ‘‘Il mio nome completo è Barbara Millicent Roberts’’.

James Vlahos, Barbie Wants to Get to Know Your Child, New York Times Magazine, 20 settembre 2015

Ripetizioni

I risultati di due esperimenti suggeriscono che le persone a volte non riescono a usare appropriatamente le loro conoscenze” quando si tratta di valutare una determinata affermazione: questa la conclusione a cui sono giunti i ricercatori della Vanderbilt University guidati dalla psicologa Lisa Fazio in uno studio pubblicato ora sul “Journal of Experimental Psychology: General”. Sembra invece che tendiamo a dare più importanza alla “scorrevolezza" – l'agio o la difficoltà nel captare un'informazione. Dichiarazioni ascoltate più e più volte sono più facili da elaborare e questa facilità porta le persone “alla conclusione spesso errata che siano più veritiere”. La maggiore (e più sconfortante) rivelazione dello studio è che esempi di questa disgraziata dinamica sono emersi “anche quando i partecipanti sapevano bene qual era l'informazione corretta”.

Tom Jacobs, The Persuasive Power of Repeated Falsehoods, Pacific Standard, 17 settembre 2015

 

a cura di Maria Teresa Carbone

 

 

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