Andrea Cortellessa

Che cosa successe, quell’estate, se lo ricordano tutti. Anche quelli, come me, che non c’erano. Erano gli anni di Renato Nicolini e Roma, letteralmente, bolliva. Un’effervescenza che sovvertiva non solo gli schemi del PCI al potere, ma più in generale la politica culturale di una città che, allora come oggi (e più di oggi, se sindaco aveva fatto Giulio Carlo Argan…), di cultura dovrebbe vivere. Già due anni prima, nelle caves di Trastevere, erano andate in scena le letture di poesia teatralizzata che nella primavera ominosa del ’78 venivano documentate da un libro sulfureo, corredato d’immagini, di Franco Cordelli. Il titolo, tutto un programma: Il poeta postumo. Era chiaro, cioè, che la poesia – per come la si era conosciuta, e consumata, sino a quel momento – era finita. Quella che cominciava era un’epoca nuova, elettrizzante e minacciosa. Proprio come quella che nello stesso tempo si viveva al piano di sopra, sulle strade. Sotto, s’era rintanata la poesia. Inabissata nelle proprie aporie, nel risentimento della propria marginalità, ma anche nell’incipiente mito risarcitorio di se stessa. Il punto, in letteratura come a teatro e nelle arti visive (dove l’evento chiave, nel ’73, era stato la mostra Contemporanea, del pari inabissata da Achille Bonito Oliva nel garage di Villa Borghese), era lo spostamento. Era stata la grande scommessa delle avanguardie del decennio precedente (il maestro in ombra di Nicolini, Cordelli e soci, Giuseppe Bartolucci, ne aveva scritto su Quindici): ma dalla teoria, e dalle sperimentazioni radicali (come, nell’estate del ’69, l’ Orlando Furioso di Ronconi e Sanguineti), si era venuti alla prassi. D’improvviso, l’arte era dappertutto – tranne che nei luoghi deputati.

Come una molla a lungo compressa, due anni dopo, la poesia esplodeva – stavolta, fuori. Dal 28 al 30 giugno del 1979, sulla spiaggia di Castelporziano, andò in scena quello che gli ideatori (Simone Carella e Ulisse Benedetti, oltre a Cordelli) chiamarono Primo festival internazionale dei poeti: perché il principio di teatralizzazione «testualizzava», anziché i testi scritti (la «poesia»), la persona fisica, la sagoma caratteriale, la voce che quei testi incarnava. Non solo la poesia si spostava nel territorio del teatro; non solo fisicamente i «lettori» si spostavano dalla topica cameretta al plein air della spiaggia (già nel Poeta postumo Mariella Bettarini aveva trascinato il pubblico sino a Ostia, a ricordare la morte di Pasolini di due anni prima); ma la parola in quanto tale esplodeva fuori dal libro, si sprigionava dalla rigidità del testo lineare. Come avevano sognato, da sempre, le avanguardie. E infatti, insieme ai poeti post-68, accettarono la sfida almeno tre avanguardie diverse: quella italiana (c’erano Antonio Porta, Alfredo Giuliani ed Elio Pagliarani – anche se questi ultimi due alla fine non se la sentirono di leggere), quella francese (Marcel Pleynet, Jacques Roubaud, Jacqueline Risset) e, attesissimi proprio per la ben nota consuetudine live, i Beat americani (Gregory Corso, Amiri Baraka, Peter Orlovsky).

Ma il vero evento fu la caduta di un’altra parete, sino a quel momento invisibile: quella che divideva i poeti dal loro pubblico. Già nel ’75 Alfonso Berardinelli e lo stesso Cordelli avevano intitolato Il pubblico della poesia un’antologia che documentava l’allargarsi di una generazione, quella post-avanguardistica, sino a idealmente coincidere col proprio stesso pubblico. Era un paradosso intellettuale, ma quattro anni dopo lo si vide materializzato alla lettera. Il pubblico (un migliaio di persone, la prima sera; alla terza erano quasi trentamila…), molto semplicemente, salì sul palco e si prese il microfono. Carella aveva riservato dei momenti al cosiddetto open mic, ma da subito tutte le scalette saltarono, e l’ordine delle letture venne deciso da chi materialmente s’impossessava dello spazio. Quella poi mitologizzata come «battaglia di Castelporziano» non fu tale solo per metafora: a un certo punto volavano le sedie. Non tutti gli invitati riuscirono a esibirsi; ci fu chi, come Dacia Maraini, lasciò atterrita il microfono alla baraonda tumultuante sotto di lei; e chi, come Dario Bellezza, si sgolò dando degli «stronzi fascisti» a chi rumoreggiava. Alla fine il palco di fortuna, dopo tanti sconquassi, cedette; e lentissimo crollò sino ad accartocciarsi sulla sabbia (per miracolo, senza nessuno sotto). Fu la conclusione, da tutti avvertita come emblematica, di un’esperienza rimasta unica e irripetibile (anche se gli anni seguenti si tentò di ripeterla, in spazi assai meno «trasgressivi»; a un certo punto si pensò di far tappa, annunciando un’altra deriva degli anni seguenti, persino all’Università).

Tutto questo, a parte la memoria (spesso traditrice) degli allora presenti, era sino a oggi confinato in due oggetti a loro volta mitologici. Uno è il film di Andrea Andermann, Ostia dei poeti, e l’altro il libro che nel 1983 pubblicò Cordelli (senza immagini, stavolta) coll’emblematico (e nabokoviano) titolo Proprietà perduta. Oggetti parziali: l’uno per la selezione e l’altro per la trasfigurazione concettuale, di materiali invece «esplosi» proprio per la radicale non-selezione, e la scandalosa immediatezza, di quanto accaduto.

Quello che con sua mossa tipica propone ora Marcello Baraghini, facendo arrivare al famoso pubblico un assemblaggio realizzato da Carella (insieme alla compianta Paola Febbraro e a Simona Barberini) in occasione dell’ultimo festival della serie (a Ostia antica nel 1999), è un oggetto alieno. Perché ha il partito preso di riprodurre, in forma perturbantemente scritta, tutto quanto venne detto al microfono in quei tre giorni. Tutti i battibecchi e i tempi morti, tutti gli imbarazzi e tutti gli scazzi. Sintomaticamente, le poesie in effetti lette sono trascritte senza alcun rispetto della prosodia, totalmente fuse col resto del magma verbale, come in effetti furono percepite; e l’alternarsi delle lingue (peccato non siano riprodotti in originale i testi letti in francese, in inglese, in russo), dei dialetti, dei berci e dei voli lirici, compone una polifonia oscena e schiamazzante, un coro dissonante che a ragione, bachtinianamente, si è pensato d’intitolare «romanzo». Ma, sebbene Nicolini nelle poche ma brillanti pagine scritte nel ’99 ci tenga a smarcarsi dalle vulgate sociologistiche, lui stesso dice che «alla fine degli anni Settanta si era diffuso nella società italiana qualcosa che sta tornando oggi, non più nella forma dei movimenti, ma in quella dell’antipolitica». Ed è davvero impossibile, in effetti, non leggere queste pagine anche come un documento che – sulla mutazione allora in corso, e oggi compiuta – dice più di tanti saggi.

Se Allen Ginsberg vinse la sfida ammaliando il pubblico col suo mantra sul padre morto, la vera protagonista del festival, tale restata nella memoria collettiva, fu una ragazza che tenne banco per tutta la prima serata , e che malgrado le ricerche è restata da allora perfettamente anonima: la «Ragazza Cioè». Bassa e bruttina, coperta solo da una t-shirt bianca, strategicamente abbarbicata alla sua posizione, con tono petulante e un pesante accento meridionale interveniva di continuo e interrompeva tutti – senza che nessuno osasse toglierle il microfono dalle mani. E, ciò che più conta, senza dire assolutamente nulla (a parte tambureggiare «cioè», appunto, ogni tre o quattro parole) – se non il suo desiderio di esprimere le proprie «vibrazioni». Le sue parole, trascritte, sono la stele di Rosetta di una presenza al tempo stesso perfettamente aliena e, ahinoi, perfettamente a tono: «… cioè, perché non ti interessano le mie vibrazioni? Cioè non penso che non aggio parlato… il tempo che sono stata qui… […] cioè, sul fatto che io stongo qua e per voi vi crea fastidio che io stongo qua in un determinato modo […] … cioè a sto punto penso che c’è comunicazioni mie, vibrazioni mie, tutto quello che sento io sia totalmente eliminato, cioè per che cosa, cioè chi giudice supremo che decisione…». A un certo punto Carella riesce a toglierle il microfono per darlo ad Amelia Rosselli, che legge un suo testo. Ma prontamente la Ragazza Cioè se ne rimpossessa per dire, lei aliena, quanto alieno le appaia quel linguaggio: «Come fai a sentire così? Come fai a sentire le cose così? A dirle così? Com’è possibile che si senta così, che uno possa sentire così una persona…[…] ma cioè… questa unicamente scrive e non chiede l’espressione la comunicazione la parola la comunicazione di tutto». Nella confusione apparente, ed effettiva, la Ragazza Cioè dice una cosa precisa. Che non a caso viene ripresa da un esponente di non so quale gruppo politico, il sedicente «Pino», che legge un comunicato contro il modo in cui la stampa borghese ha dipinto il festival: «qui, noi con la nostra presenza, con la nostra energia, la nostra potenza, abbiamo senz’altro dimostrato contro la poesia e la cultura che non sono espressione e comunicazione. […] E ci teniamo a dire a tutti ad alta voce che i veri momenti creativi più veramente genuini e di ricerca […] sono stati rappresentati dagli interventi della ragazza […] che dice: tengo le vibrazioni e devo comunicare le mie vibrazioni!».

Ecco. Esattamente come oggi dell’antipolitica, che nel ’79 e anche nel ’99 poteva apparire liberatoria, constatiamo l’incapacità di agire e cambiare il mondo, assoggettandosi di fatto a poteri che con la politica non hanno niente a che fare, nello stesso modo grazie a queste pagine possiamo contemplare, nel trentennio e più che ci separa da quelle serate, che fine abbia fatto un’arte ridotta all’ideologia – da allora e sino a oggi sempre più dominante – dell’espressione e della comunicazione. (Quando alla Ragazza Cioè imperante sul palco il presentatore Victor Cavallo timidamente dice che è venuto il tempo di Bellezza, inteso come Dario, lei coerentemente risponde che «non si tratta di bellezza o meno».) L’invasione calibanica dei «minestrones» fumiganti, intenzionati a sbranare i poeti «ufficiali», non è diversa dallo schiamazzare della nuova spiaggia «libera» dell’espressione: è naturalmente il web, oggi, quello che uno dei contestati di allora, Dario Bellezza appunto, giocando col titolo di Calvino di vent’anni prima, aveva chiamato mare della soggettività. E non è meno intollerante, a dispetto delle apparenze normativo, e ferocemente autocentrato, della Ragazza Cioè. Quando sulla spiaggia attacca a leggere William Burroughs, che di mostri se ne intendeva, parla di una mutazione avvenuta dopo «un grosso incidente nucleare». Era, quella, una visione proiettata nel futuro; oggi, che l’esplosione s’è verificata da tempo, il palco sta ancora crollando. Interminabilmente.

Il romanzo di Castelporziano. Tre giorni di pace, amore e poesia

a cura di Simone Carella, Paola Febbraro, Simona Barberini

Stampa Alternativa, 2015, 176 pp., € 15

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4 Risposte a La bella estate di Castelporziano

  1. Ennio Abate scrive:

    “Se Allen Ginsberg vinse la sfida ammaliando il pubblico col suo mantra sul padre morto” (Cortellessa)

    Io, come ho già scritto in un commento sotto il post sullo stesso argomento apparso su LE PAROLE E LE COSE (con un interessante battibecco tra me e Anna Cascella:http://www.leparoleelecose.it/?p=19739), vissi Castelporziano come l’imbocco di “VIA AMERICANIZZAZIONE”.

    ***

    CASTELPORZIANO DA LONTANO

    [“La page ne va pas à la plage” Jacque Roubaud su “il manifesto” 1.7.1979]

    C’è l’abisso – te lo dicevo, Concetta, anche per quel tuo cineforum –
    fra culturale e sociale, paura di leggere, paura del pubblico
    le poesie tradizionali più comunicabili di quelle moderne
    (quando i pubblici erano più obbedienti e simili ai poeti).

    In pubblico il testo cambia. Diventa un fischio, un borbottio.

    Il contenuto (cibo sesso danaro) non è più così importante.
    Per chi ce l’ha.

    Ginsberg è la poesia recitata.
    Organizza spettacoli
    a cavalcioni della poesia.
    È esaltante sia per chi legge
    sia per chi ascolta: è americano.

    Bisogna inchinarsi a chi ha l’arte di governare,
    di consumare in modo così immediato
    anche la poesia.

    E pertanto questa lettura di Cortellessa, tutta intenta a stabilire un’analogia tra quei tempi e l’oggi, tra “rifiuto della politica” (e della poesia ufficiale) di allora e l’antipolitica di oggi, mi pare unilaterale e reticente.
    Se in quell’occasione, “insieme ai poeti post-68, accettarono la sfida almeno tre avanguardie diverse: quella italiana (c’erano Antonio Porta, Alfredo Giuliani ed Elio Pagliarani – anche se questi ultimi due alla fine non se la sentirono di leggere), quella francese (Marcel Pleynet, Jacques Roubaud, Jacqueline Risset) e, attesissimi proprio per la ben nota consuetudine live, i Beat americani (Gregory Corso, Amiri Baraka, Peter Orlovsky)” non bisognerebbe chieder conto a tutte e tre delle «tragiche coglionerie delle avanguardie» (Fortini), che si comportarono ( e perché?) davvero da “apprendisti stregoni”? (Invece di prendersela solo con “l’invasione calibanica dei «minestrones» fumiganti, intenzionati a sbranare i poeti «ufficiali»?).

  2. cetta scrive:

    pessimista come Berardinelli,allora?

  3. Ennio Abate scrive:

    Non mi pare che Berardinelli si lamenti dell’americanizzazione. O almeno non dalle sponde mie, se pubblica su “Il foglio” del cosiddetto elefantino,dopo aver cancellato in un certo modo (abbastanza vile) un pezzo del suo passato politico-letterario.

  4. sergio falcone scrive:

    Alfonso Berardinelli, a sua detta, pubblica sul Foglio perché tutti gli hanno chiuso la porta in faccia.
    Alcuni dei suoi interventi mi trovano d’accordo, altri meno. Rimane il fatto che mi sarei ben guardato dallo scrivere sul quotidiano di Giuliano Ferrara. E’ una evidente stonatura.

    Castelporziano? Distante mille anni luce dal degrado che oggi sopportiamo. Al degrado, e ai suoi alfieri, dedico https://youtu.be/VDj4NbFs-SM

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