Di Daniele Vergni

Nessuno di noi è nel corpo che l’altro ci vede; ma nell’anima che parla chi sa da dove; nessuno può saperlo...”

L. Pirandello

La compagnia della contessa Ilse approda a Castel dei Mondi. Ne I giganti della montagna di Roberto Latini sono le parole a far da padrone sulla scena. L’incompiutezza del testo di Pirandello diviene sistema portante della messinscena in cui la trama scompare e i personaggi (tutti affidati a Latini e all’assenza di Federica Fracassi, come riporta il flyer) diventano presenze, fantasmi – Fantasmi è il titolo provvisorio che Pirandello diede al primo atto. I personaggi sono presenze perché sono prima di tutto delle voci, voci che suonano attraverso le parole che Latini ha scelto in un rovesciamento fisico del testo: tutto è già successo da sempre e continuerà ad accadere. Restano le parole-suoni, i suoni-luci, le luci-azioni. Resta l’immaginazione, resta la paura. Lo spettacolo si apre con un velatino che riporta la didascalia immaginazione e un gracchiare di corvi in sottofondo.

L’immaginazione è la condizione dello spettacolo. Scende il velatino e Latini si trova accerchiato da tre microfoni in cui affonda le sue voci in una polifonia fatta di ritardi, di scarti vocali, di presenza fantasmagorica, con un messaggio ben chiaro: “io ho paura”. Il velatino torna su e ci fa intravedere una scena fatta di filari di spighe di grano tagliato che creano un percorso, un lampadario tremolante che si sposta da sinistra a destra, poi arriva la pioggia e arrivano i lampi sul velatino. dietro si muove una presenza (o l’assenza della Fracassi?). Comincia questo corpo a corpo con la parola-suono, questo rapporto materico con la parola all’interno di un’anatomia del pericolo: lampi, tuoni, pioggia, il gracchiare dei corvi, i fantasmi. I velatini su più livelli accolgono parole su più livelli, che sfumano l’una nelle altre, così pura diviene paura. Sono didascalie che diventano altre voci di altri fantasmi. La compagnia della contessa Ilse è in viaggio con lo scopo di riuscire a mettere in scenaLa favola del figlio cambiato, testo di un poeta morto per l’amore non corrisposto da Ilse. La compagnia si fermerà nella villa La Scalogna, abitata dal Mago Cotrone e dagli Scalognati, esseri ambigui, situati in una dimensione metafisica e portatori di verità amare. È una villa del tempo, di un tempo scandito dai suoni delle parole e da quelli di Gianluca Misiti che sono il contrappunto al divenire di Latini in scena. Il Mago Cotrone, pur avvisando Ilse che tutto andrà male, accompagna la compagnia girovaga dai Giganti della montagna, i veri detentori del potere, coloro che distruggere il mito dell’arte. Non ci sarà rappresentazione per Ilse e la sua compagnia, e Fortebraccio Teatro non rappresenta ma crea delle dimensioni in cui le presenze e le assenze si divorano e si presentano come risonanze, come fenomeni spaziali ed è così che corpo e parola si fanno invadere da luci e fumo, dalle bolle di sapone, dal suono incessante che non può far altro che riverberarsi e dileguarsi fra gli spettatori, assieme al fumo, al gracchiare, a tutto il resto che scompare per lasciare solo Latini su un trampolino che lo fa uscire dal palco, lo fa incombere sugli spettatori. Latini riconferma il suo teatro tecnologico (arrivato agli estremi con l’Ubu incatenato del 2005) e la sua vocazione vocale-musicale (il concerto scenico Iago del 2007) attraverso l’uso del microfono come strumento che estende le possibilità drammaturgiche. Dal falsetto ai toni profondi, da andature rap alla voce nuda, dalla voce ripetuta nel delay a voci strozzate dal ricordo o dalla paura, dall’incedere di un viaggio incerto e incessante o dal sapere che non siamo noi (come riporta il velatino), come le voci non sono nostre ma ci abitano. Sono voci moltiplicate, si stagliano in cime e valli in cui la parola si fa tatto confondendosi con una scena che la segue modificandosi. È la parola concreta e spaziale di Carmelo Bene con la crudezza dell’immaginazione e la concretezza della carnosità dell’apparato fonatorio. È un fatto sonoro quello che avvolge la scena, è il suono della natura – il gracchiare, i tuoni – che si fa suono del pensiero immaginativo – le ombre striscianti e il respiro, i passi delle presenze – è il suono della parola che trasmette un portato più profondo, una condizione ben precisa: l’attore, l’artista e il suo ruolo nella vita, in questa vita in cui può scegliere il potere dei giganti o il ritirarsi degli Scalognati, o la vita dedicata all’arte che inevitabilmente si tramuta in condanna. Una condanna che gli artisti accettano con coraggio, il coraggio di chi prova paura e non arretra, scuote la testa, alza le spalle e continua con lo spettacolo non voltandosi indietro, lasciando la sicurezza ai giganti che in fondo sono piccoli esseri accomodati nell’immobile. Resta l’immaginazione e la paura.

I GIGANTI DELLA MONTAGNA – Adattamento e regia Roberto Latini. Con Roberto Latini, senza Federica Fracassi. Musiche e suoni: Gianluca Misiti. Luci e direzione tecnica: Max Mugnai. Video: Barbara Weigel. Assistente alla regia: Lorenzo Berti. Realizzazione elementi di scena: Silvano Santinelli, Luca Baldini. Organizzazione: Nicole Arbelli. Produzione: Fortebraccio Teatro in collaborazione con Armunia Festival, Costa degli Etruschi Festival Orizzonti, Fondazione Orizzonti d’Arte, Emilia Romagna Teatro Fondazione.

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