di Giorgio Mascitelli

Non so se il governo britannico metterà effettivamente in pratica il divieto di residenza per i cittadini comunitari disoccupati, come annunciato dal suo ministro degli interni Theresa May. Da un lato esso sembra più un’uscita estemporanea nel quadro della campagna sul referendum sulla cosiddetta Brexit ( ossia l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea), sia perché il primo ministro Cameron non si è esposto in prima persona su un provvedimento così pesante sia perché le norme per impedire il cosiddetto turismo del welfare ( disoccupati che si trasferiscono da un paese UE all’altro in cerca di un sussidio di disoccupazione migliore) esistono già; dall’altro lato c’è da dire che da quelle parti il paroliberismo nei politici non è cosi apprezzato come da noi e, se qualche esponente di primo piano del governo presenta una progetto del genere, cercherà di attuarlo.

Nel caso venisse realizzato qualcosa di simile a quanto prospettato da Theresa May, soprattutto in forme socialmente percepibili, la città di Londra si troverebbe paradossalmente a subirne notevoli danni: infatti bisogna pensare che Londra è il vero polo di attrazione dell’emigrazione verso la Gran Bretagna, molto più di quanto lo siano Parigi per la Francia, Berlino per la Germania o addirittura New York per quella verso gli Stati Uniti. Riferendomi agli svantaggi non alludo a quelli finanziari e in particolari fiscali, che pure ci sarebbero secondo gli economisti Tommaso Frattini e Christian Dustmann citati da Il sole 24 ore, ma a quelli simbolici e in definitiva ideologici.

Londra è la città globale per eccellenza, perlomeno a livello europeo, nell’immaginario collettivo, specie giovanile, è il luogo dove si vive il mondo veramente, dove si realizzano le promesse della globalizzazione, che altrove non possono essere adempiute a causa della corruzione, dell’incapacità e della pigrizia delle popolazioni locali. Questo fattore simbolico è importante non solo per coloro che emigrano, ma in qualche modo anche per coloro che restano, che sanno di poter accedere almeno in linea teorica a questo luogo dell’anima contemporanea. Prova ne sia che la Gran Bretagna è stata spesso in questi ultimi anni in cima alle classifiche delle mete europee di immigrazione, in particolare di quella comunitaria e italiana, o tutt’al più al secondo posto, tallonando da vicino la Germania. Ora questo primato sulla Germania è molto strano se si considerano solo i tradizionali fattori demografici ed economici di spiegazione dell’immigrazione, ma diventa meno sorprendente prendendo in considerazione quel fattore simbolico. Esso spiega anche il motivo per cui molti giovani italiani accettino posti di lavoro poco qualificati e talvolta pagati in maniera così insufficiente da richiedere il sostegno finanziario delle famiglie d’origine, pur di rimanere a Londra.

Parlare di Londra nell’immaginario collettivo e segnatamente giovanile significa chiamare in causa il discorso mediatico che la celebra come capitale delle occasioni e misura del successo personale. Ovviamente questo discorso è efficace e persuasivo perché si fonda su dati oggettivi, l’effettivo primato economico e culturale della città, e su fattori grosso modo spontanei, per esempio l’ammirazione per il suo ruolo di capitale della musica rock e pop o, in molti paesi dell’Europa centrorientale, per il prestigio politico della Gran Bretagna. Il discorso mediatico ha però trasformato Londra nella vetrina europea di uno dei suoi principali messaggi ideologici, ossia dell’emigrazione come strada maestra per il successo personale, e soprattutto del suo fondamentale corollario, secondo il quale a livello individuale è sempre possibile evadere da condizioni sociali difficili o frustranti e pertanto non bisogna curarsi di nessuna dimensione collettiva nella soluzione dei propri problemi.

E’ abbastanza evidente che, se il governo britannico realizzasse le misure annunciate, tale efficacissimo sistema simbolico subirebbe un colpo. A essere colpita, in questa equiparazione dei cittadini comunitari poveri agli extracomunitari, non sarebbe tanto l’idea della libertà di movimento, che ormai nella mentalità comune è connessa con la disponibilità economica, quanto il diritto alla felicità ossia all’aver successo e al diventare ricchi. Il che sarebbe una bella ironia per un governo conservatore inglese, la cui parte politica ha avuto un ruolo significativo negli scorsi decenni nella costruzione di questo sistema simbolico.

D’altra parte i conservatori inglesi devono essere votati dalle classi medie impaurite del resto del paese, tra le quali naturalmente l’immaginario dell’invasione dello straniero è particolarmente efficace per guadagnare consensi , e non dai giovani aspiranti londinesi di tutta Europa. In questo conflitto tra immaginari possiamo vedere un riflesso sul piano simbolico di quel processo economico, caratteristico della globalizzazione, che tende a isolare all’interno dei singoli stati aree di successo con obiettivi, dinamiche e rapporti ormai propri che le distinguono dal resto della nazione. In una prospettiva di ripoliticizzazione dello spazio pubblico contemporaneo questi conflitti d’immaginario aprono spazi inediti e interessanti per chi si assumerà il rischio di guardare allo stato di cose rinunciando al rassicurante filtro delle idee dominanti, fossero anche nella loro versione progressista.

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Una Risposta a Il discorso su Londra

  1. virginia scrive:

    Disapprovo l’atteggiamento britannico, anche complessivo, nei riguardi della propria presenza nell’unione europea.
    Vivo in campagna, nel Lazio; diversi ragazzi della zona hanno soggiornato a Londra, spesso per alcuni anni, svolgendo lavoretti saltuari. Erano attratti dalla caratteristiche di cui parla l’articolo ma, soprattutto, dall’indennità di disoccupazione e dalle altre provvidenze. Una coppia ha persino deciso di avere figli lì, per beneficiarne, ed è rientrata quando la bambina aveva tre anni.
    I sussidi si sono però molto già da un po’,e la “mini emigrazione” mi risulta in netto calo.

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