Mario Gamba

Chiedono spesso: e la musica? Dove va, in che stato è, che cosa ci arriva e che cosa possiamo aspettarci dalla musica? Quella d’oggi, s’intende. Spesso si risponde: è un pieno vuoto, non possiamo aspettarci niente. Ditelo a noi che abbiamo ascoltato il Large Ensemble diretto da Evan Parker al festival Ai confini tra Sardegna e jazz. Ditecelo e ci arrabbieremo un po’. Oltre alla musica in generale, con uno scatto in avanti, è qui implicata l’intera storia dell’improvvisazione libera, della composizione istantanea, delle avanguardie e neoavanguardie jazzistiche e non. Di più. È implicata la questione politica cruciale del nostro tempo, se pensiamo che esperienze trasformative siano ancora possibili. La questione è quella della massima sollecitazione ed espressione delle singolarità nel realizzarsi in divenire del comune.

Niente di più niente di meno? Non saranno esagerazioni o, peggio, intrusioni improprie di istanze politiche dove l’argomento è un altro e il rischio è di riprendere le prediche dei tempi dell’engagement? Buoni, state buoni. Nelle arti avvengono fatti di relazione con le idee e tra gli attori delle performances artistiche. Vengono compiute azioni nelle quali le esistenze e le loro proiezioni hanno un peso costitutivo. Le azioni non sono sempre le stesse, non utilizzano strumenti identici e non giocano relazioni allo stesso modo. Soprattutto, non mettono in campo materiali dello stesso grado di propulsività, novità, curiosità, radicalità, qualità, comunicatività. Se succede che materiali di stupefacente interesse, materiali sonori in questo caso, vengano usati con modalità di relazione nelle quali libertà e creatività personali e cooperazione di gruppo siano gli ingredienti, ecco che abbiamo l’evento politico. Rivoluzionario.

Il Large Ensemble internazionale convocato da Evan Parker, inglese, improvvisatore ai sax di importanza storica nota ma qui nella sola veste di direttore/coordinatore, comprende quattordici musicisti di tre generazioni. Che vale la pena di citare. Sono tutti solisti e a loro volta leader di varie formazioni nell’avant-jazz e nella «contemporanea». Giancarlo Schiaffini (trombone), Peter Evans (tromba e cornetta), Caroline Kraabel (sax), Hannah Marshall e Walter Prati (violoncello), John Edwards e Barry Guy (contrabbasso), Paul Lytton e Hamid Drake (percussioni), Alexander Hawkins (pianoforte), Pat Thomas (tastiera elettronica), Orphy Robinson (vibrafono), Sam Pluta (computer), William Parker (shakuhachi). Il grande contrabbassista e bandleader William Parker è l’ospite speciale con uno dei suoi strumenti secondari.

Il concerto dell’Ensemble ha un titolo: Homage to Butch Morris. Tutto il festival è dedicato alla memoria di questo compositore mediante conduction, sistema di segni con cui l’opera viene elaborata «in progress» dal conduttore in stretta interazione con gli orchestrali improvvisatori/compositori istantanei. Ma Evan Parker chiarisce: il mio metodo di coordinazione è diverso. Infatti si capisce subito. Non solo per l’assenza di una «segnaletica» particolare - Parker indica ai musicisti quando devono intervenire, punto e basta – ma per il tipo di musica che viene prodotta e per il tipo di svolgimento del lungo brano, non diviso in movimenti ma in un avvicendamento di episodi ben caratterizzati. La musica è la sintesi e l’ulteriore innovazione idiomatica della free improvisation soprattutto europea e di alcuni elementi delle scritture uscite dalle neoavanguardie seriali e «informali». Una mirabile, eccitante, vivissima, meditatissima, spontanea, preparata sintesi e ulteriore innovazione idiomatica.

Qui il concetto di costellazione sonora trova un’applicazione straordinaria. A momenti di caos e di tempesta, quasi mai in «tutti» ma a sezioni sempre cangianti dell’Ensemble, succedono distese quiete/inquiete di suoni dove puntillismo ed effetti elettronici «a fasce» si fondono a contrasto. Non il recupero ma la sovversione amorosa della tradizione jazzistica passa attraverso l’assolo di Schiaffini tanto avant-garde quanto ellingtoniano, reso appena disincantato dai rimandi e dalle rielaborazioni all’impronta del computer di Pluta. Il duetto Lytton-Drake è da perderci la testa e il cuore: uno stile/sonorità metallico, «industriale», e uno stile/sonorità tribale, postmomoderno, con echi di tamburi africani, producono una sequenza di suoni mai sentiti eppure con una lunga storia di sperimentazione alle spalle. Kraabel al sax contralto, poche note, assorte, limpide, sembra partire da una linea Desmond-Konitz per arrivare a Polifonica-Monodia-Ritmica di Nono e superarlo verso la consapevolezza di quanto si sta bene nella libertà di tutti.

Evan Parker ha nel programma del festival una sorta di monografia. Suona in solo in apertura della rassegna. Incanta ma mostra una certa propensione alla neoclassicità, che conferma, come solista, nel meraviglioso Quartetto (con Peter Evans, Barry Guy e Paul Lytton, vale a dire il più classico trio dei primi tempi della free music europea – Parker/Guy/Lytton - più il giovane straripante innovativo trombettista americano) e nell’altrettanto meraviglioso Quintetto (con Evans, ormai partner d’elezione, Alexander Hawkins, un pianista spregiudicato e lussureggiante, John Edwards, che fa pensare a un impossibile idillio Pollock-Kafka, e Hamid Drake, presenza, quest’ultima, «anomala» ma assai perturbante, in senso del tutto positivo, per ricchezza di nuances).

William Parker con Drake e il sassofonista John Dikeman, un emulo di David S. Ware ma nient’affatto scolaro, porta il messaggio del post-free al calor bianco degli Sati uniti. Attualissimo. La Nublu Orchestra, che Butch Morris nei suoi ultimi anni di vita dirigeva ogni lunedì a New York, dà due affascinanti concerti nei quali l’aspetto ritmico e anche concettuale dell’avanguardia rock/funky (prevalenza delle spezzature dei fraseggi e degli accenti sulla pulsazione regolare) è messo in primo piano e i procedimenti morrisiani ricordati senza inutili ricalchi. Il battito rock/disco più standard sostiene invece i sovracuti ultra-ayleriani dei solisti durante il concerto della Fire! Orchestra diretta dal baritonsassofonista svedese Mats Gustafsson. E qui divertimento e noia si danno la mano.

Festival Ai confini tra Sardegna e jazz

Sant’Anna Arresi (Cagliari)

1-6 settembre 2015

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