Paolo Fabbri

Da oggi a domenica 13 settembre Camogli ospita il Festival della Comunicazione ideato e diretto da Rosangela Bonsignorio e Danco Singer e dedicato, in questa seconda edizione, al tema del linguaggio e dei suoi cambiamenti. Gli interventi saranno suddivisi in quattro grandi aree (il linguaggio della cultura digitale; il linguaggio scientifico; il linguaggio delle arti e il linguaggio delle imprese) e si chiuderanno con una lectio magistralis di Umberto Eco intitolata Tu, Lei, la memoria e l'insulto. Qui di seguito anticipiamo il contributo di Paolo Fabbri su “Figure dell'orrore: attualità dello zombi”, in programma domani.

1.

Il mostro è un promemoria semiotico, un semioforo sociale. Una decorazione a grottesca del mediascape. Il suo significato immaginario (soprannaturale), muta in ragione delle nuove interdefinizioni in cui si trova coinvolto: rispetto al nuovo statuto dell’animale e delle creature dell’automatica, la disciplina dell’automazione.

Il paleo-mostro che s’aggirava e ci aggrediva nel nostro immaginario collettivo, era l’effetto d’ un sentimento ambivalente di attrazione/ribrezzo, pietà e fascinazione per il mondo animale. Per quello prossimo, soggetto alla domesticazione (gli animali di compagnia, il bestiame) e quello lontano (la selvaggina e la belva). Ma dopo che la zootecnologia ha segnato la fine della domesticazione - le stalle/hangar - le “bestie” devono smettere di essere delle macchine proteiche cartesiane. E diventeranno con noi gli attanti di un nuovo contratto di co-domesticazione, preconizzata da Esopo, Fedro o Lafontaine. Alle scimmie superiori è stata è chiesto (e finora rifiutato) di estendere la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo!

Il mostro diviene l’attrattore e repulsore di una nuova ibridazione tra l’uomo e la macchina; non il robot e la macchina mostruosa, ma il Cyborg, di cui si è lungamente ipotizzato, discettato e sognato con i termini di post-umano o Terminator. E il “sex appeal dell’inorganico”, per le commistioni con automatismi di ogni ordine e grado, meccanico ed informatico; una dissolvenza incrociata tra umano e inumano; un morphing comprensibile nel mondo digitale delle macchine cerebrali che pullula di “angeli”, cioè di messaggeri catodici e digitali, gelati e disincarnati.

2.

C’è tuttavia un (brutto) semioforo ad indicare che l’Occidente può ancora produrre favole e che i “miti possono continuare a fluire”(Wittgenstein). Un nuovo attante collettivo, l’apice attuale del la mostruosità, il quale non ibrida la natura e la cultura, l’animato e l’inanimato, ma si colloca tra la vita e la morte: lo Zombie. Il Non Morto, figuro eso-darwiniano evoluto dal ghol caraibico di A&I, fino ad occupare, scervellato com’è, i laboratori neurali e i manuali di filosofia analitica (col nome di Zimbo). “ This disconcerting fantasy helps to make the problem of phenomenal consciousness vivid (sic!) especially as a problem for physicalism”, recita la Stanford Encyclopedia of Philosophy nell’ampia voce a lui dedicata.

I Non Morti, testimoni di un macabro decadentismo suburbano, sono diventati icone della mondializzazione. Il luogo sinistro dei loro sepolcreti abbandonati, lo Zombistan, è infiltrato nell’immaginario collettivo fino a suscitare sfilate carnevalesche di maschere neogotiche e grottesche. Halloween bachtiniano in cui i giardini tornano alla loro origine, il cimitero , così come le città alle necropoli. Folle di giovani attivisti, tra contestazione e parodia, partecipano perinde ac cadaver a marce festose e civilmente impegnate di Non Morti semimarciti. I morti non ridono, ma i Non Morti azzannano. “Si ride invece di divorare” (Canetti); il morso infetto dello zombi è sostituito dal riso di simulatori travestiti. Sono Zombie walk, flash mob” semi-spontanee, performance alternative rispetto al modello processionale dei cortei politici.

Lo Zombi, salma imperfetta, è ricollocato in nuova cladistica del genere orrorifico, in una tassonomia teratologica che ha redistribuito. Il Non morto barcolla ormai definitivamente nella mediasfera contemporanea; è una sillaba di contenuto della parola Orrore. Il suo turpe genere occupa un posto di spicco nella biodiversità immaginaria della cultura de-massificata (4). La sua strategia di sopravvivenza lo obbliga ad evolvere adattandosi all’ambiente e a lottare per durare. Si è già confrontato con tutti i supereroi, dall’Uomo Ragno a Hulk, da Giant-man a Wolverine. Si è posto in relazione e tensione con tutti i figuri dello spavento: Luciferi e Robot, Cyborg e Alieni, Replicanti e Cloni, Fantasmi e Mummie, Licantropi e Ultracorpi, Estraterrestri e Vampiri, con cui condivide differenze che si somigliano. “ Lo Zombi, solidamente intra-terrestre è contrario, per la sua corrotta fisicità, agli ectoplasmatici Angeli e Fantasmi e alla perfezione meccanica del Robot(…). Tra i morti di ritorno dalla loro società di conservazione, lo Zombi si ridesta come la Mummia o lo Scheletro, da cui si differenza per lo stadio di decomposizione. Lo scheletro è secco e articolato come il Robot, mentre il Non Morto suscita il disgusto per l’avanzato marciume che li deforma e trascolora; la Mummia, meglio conservata, pour cause, si situa tra lo Scheletro e lo Zombi di cui condivide, con il Golem, l’incerta andatura. Ma è nel Vampiro, per i condivisi istinti cannibali, che il Non Morto trova il competitor dai maggiori addentellati nella semantica sepolcrale. Un “mitema” che le stesse proprietà “emergenti”, ma ne differisce nello stile di vita e di consumi: il Vampiro è (ancora, ma per poco) l’elegante abitatore di dimore e sepolcri, gli Zombi frequentano fosse comuni in periferia e supermercati middleclass , parchi di attrazioni, isole-prigione e persino set del Grande Fratello; il seducente per quanto declassato Vampiro sugge sangue da zone erogene, mentre gli Zombi, sfuggiti appena agli inceneritori, escono sgualciti dalle bare e divorano surplace lacerti di carni umane, crude e scondite”. Ne abbiamo già detto altrove (Fabbri, 2013 v. bibliografia), ma un tratto ci punge ancora l’attenzione. Zombi è il nome collettivo di ribelli alle tautologie cadaveriche dell’ontologia: “chi muore giace e il vivo si da pace”. I Non Morti però non vanno in Massa come quella invisibile dei morti - le “strapotenti masse dell’Aldilà” (Canetti) - coi quali pur condividono alcuni tratti salienti : apertura, accrescimento, lentezza ritmica, eguaglianza, concentrazione, ecc.. Gli Zombi sono un rizoma in movimento, una Muta di deleuziana memoria, un collettivo in tensione permanente verso un’unica meta: la caccia all’uomo. Una preda che, nella prospettiva astiosa del morto, sopravvive indebitamente. La muta - che è etimologicamente, movimento, sommossa e partita di caccia - è volta ossessivamente alla comunione di un tacito pasto collettivo. ” Tutti afferrano, mordono, masticano, inghiottono la stessa cosa” (Canetti), cioè gli esseri umani, ridotti ad una massa di Disintegrati. Senza tema di buonismo, C. Lévi-Strauss, ragionando di cannibalismo, vedeva la vita sociale come “limite inferiore della predazione” e riteneva che “Tutto sommato, il mezzo più semplice di identificare l’altro a se stessi è ancora quello di mangiarlo”. La convivenza collettiva sarebbe l’effetto della deliberata sospensione della differenza primaria e divorante tra prede e predatori, e gli Zombi una sospensione regressiva di questa stabilizzazione.

3.

Gli Zombi ci fanno orrore poiché non sono Loro, i radicalmente Altri; sono insieme Noi e Voi, con un’umanità che ci ributta per l’atroce sospetto di farne parte. Ma più ancora ci spaventano come protagonisti dell’Ipercalissi delle pandemie postmoderne, le estinzioni di massa che hanno il pianeta come teatro di operazioni. Nella finzione i Non morti si rappresentano come il rumore epidemico che infesta lo stato di salute dell’umanità, la manifestazione infettiva e virale della morte nel suo ritorno in vita. La loro conquista planetaria anticipa e forse preconizza un mondo ecatombale ed ossidionale. I Vivi superstiti, assediati in isole settarie di cacciatori, devono far ri-morire gli Zombi risorti e insorti, mentre questi contagiano i vivi e li risuscitano come Non Morti. La vita resiste alla morte e il Non morto assalta la vita. Come un kamikaze, avanza verso l’avversario vivente senza tema di rimorire. Il risultato complessivo è la fine di ogni forma d’inumazione e una Non umanità, incivile – direbbe Vico - perché insepolta. Votata quindi ai fantasmi divoranti della propria carne: necrofobia e necrofilia. Nella simulazione tecno-scientifica esiste già un modello diagnostico di questi parassiti paradossali, con prognosi calcolate. Per sradicare l’infezione sono previste riduzioni quantificabili del numero degli Zombi: con attacchi rapidi e violenti si potrebbe evitare il collasso dell’umanità, soverchiata dai nuovi barbari estinti. E’, appunto, l’Ipercalisse.

E’ difficile, se non acrobatico, correlare gli sciami acefali dell’immaginario mostruoso con le complessità dei collettivo socio-culturale, con la storia sociale della tecnologia e l’idea dell’umano, ma è nel cuore delle nostre mitologie che l’anti-comportamento dei vivi provoca il contatto coi morti. Come evitare allora soluzioni sociologiche chiavi in mano: lo Zombi come geroglifico sociale, “sintomo di insoddisfazione culturale e crisi economica” ed altri solecismi: la desacralizzazione e la modernizzazione, e via dicendo? Eppure, nonostante tutto, ci attendiamo etimologicamente dall’Ipercalisse, rivelazioni che rispondano alle domande più cogenti sulla necrosi individuale e la narcosi collettiva. Sullo statuto attuale della persona, le sue identità e appartenenze, reso fluido dalla medicina: i pazienti in coma profondo - PDV, stato vegetativo permanente - sono ancora vivi (quasi-soggetti) o non morti (quasi-)oggetti? Ancora. L’esigenza biblica che i morti seppellissero i morti era un provvedimento d’estradizione per impedire la permanenza dei trapassati come Antenati ingombranti. Da piangere ritualmente per liberare o almeno schiarire l’avvenire. Oggi dai Non Morti, Lazzari ridestati da trascendenze incognite, giunge al presente dei vivi un interrogativo “storico” ineludibile: “ Come convivere con le esperienze del passato? Senza una tensione progettuale per il futuro!?” Per il presentismo contemporaneo i vivi e Non morti non sono forse equipollenti? In assenza di risposte, le immagini decomposte e cannibali degli Zombi continueranno ad inquietare i nostri incubi.

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Una Risposta a Ipercalisse Zombi

  1. alberto abruzzese scrive:

    orienterei la lettura di questa riflessione di Paolo Fabbri nella direzione della sua ultima parte: “Gli Zombi sono un rizoma in movimento, una Muta di deleuziana memoria, un collettivo in tensione permanente verso un’unica meta: la caccia all’uomo. Una preda che, nella prospettiva astiosa del morto, sopravvive indebitamente. La muta – che è etimologicamente, movimento, sommossa e partita di caccia – è volta ossessivamente alla comunione di un tacito pasto collettivo. ” Tutti afferrano, mordono, masticano, inghiottono la stessa cosa” (Canetti), cioè gli esseri umani, ridotti ad una massa di Disintegrati. Senza tema di buonismo, C. Lévi-Strauss, ragionando di cannibalismo, vedeva la vita sociale come “limite inferiore della predazione” e riteneva che “Tutto sommato, il mezzo più semplice di identificare l’altro a se stessi è ancora quello di mangiarlo”. La convivenza collettiva sarebbe l’effetto della deliberata sospensione della differenza primaria e divorante tra prede e predatori, e gli Zombi una sospensione regressiva di questa stabilizzazione.” Cerco di dirlo a modo mio. L’ossessione dell’immaginario contemporaneo per gli zombi è anfibia, condannata ad una sorta di radicale, ultimo, desiderio di sopravvienza o autodistruzione del soggetto umano. La sua tragedia sta tutta nella differenza che passa tra dire “gli” zombi o dire “lo” zombi. Assai improprio e sconveniente ed anzi sospetto di irriducibile individualismo è dire, come accade per automatismo, “gli” zombi, in quanto “gli” è un plurale, somma di singoli e in quanto tali dotati di memoria e affettività personale, temporale: un modo di dire che appartiene quindi ad una paradossale, estrema, necessità di sopravvivenza oltre-umana dell’essere umano. Salvare la pluralità che è alla base del sociale a prezzo della morte della singolarità (non pochi eventi del presente potrebbero essere interpretati in questa direzione). Dire “lo” zombi costruisce una sorta di mitologia alla rovescia, in senso contrario, rispetto al nascere dei miti collettivi moderni: qui siamo di fronte ad una natura divenuta putrida e anonima ma organica “terra” che finalmente divora la massa dei soggetti viventi invece che esserne divorata. E’ la finzione di una sorta di resa umana alla “vendetta”, rivendicazione, della materia viva di cui l’umanità si è nutrita per divenire tale e continua a nutrirsi per protrarre l’esistenza del proprio regime di dominio. Ma in realtà (il reale dell’inconscio risposto nell’immaginario) è il segno di un impulso ecologico, appunto alla rovescia, di ritorno, che si fonda sulla “inclusione” – forma di inclusione, non più sociale ma cannibale, di annientamento del linguaggio umano nel proprio regime animale di pasto nudo, di vita senza più pensiero ma soltanto pura necessità biologica. E’ l’eliminazione del ciclo generativo tra natura non umana e natura umana. Ed è anche il riscatto dell’animale dalla sua condizione umanizzata (lo zombi è spinto dalla necessità di divorare carne umana ma non si soddisfa di quella degli animali). Le variazioni della fiction sullo “zombismo” combinano di continuo le declinazioni in “lo” e “gli” con cui esso viene nominato e si nomina.

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