Manuela Gandini

Sembra una notte senza alba il percorso della mostra “La Grande Madre”, curata da Massimilano Gioni e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi, a Palazzo Reale a Milano. I fantasmi infestano il tragitto. Eterei come sempre ti guardano sogghignando. In realtà sono le tre del pomeriggio di una giornata di sole, ma questa è una notte dell’anima che si manifesta in un percorso tortuoso: sublime miserrimo violento. Si tratta di una mostra generativa. Una mostra di intelletto e di carne che propone una pluralità di opere e documenti. Dalle foto delle suffragette alimentate a forza durante i loro scioperi della fame alle mostruose anatomie di Louise Bourgeois; dai puppets di plastilina sessuati e deformi del film di Nathalie Djurberg It’s the mother (2008) alla Phallic Girl (1967) di una Yajoi Kusama perennemente ossessionata dal pene; dalle sequenze di Psycho di Alfred Hitchcock, all’orinatoio di Duchamp e all’orinatoio d’oro di Sherrie Levine intitolato Fountain (Madonna) (1991). Falli e vagine, stilizzazioni del femminile e del maschile, si alternano in un’impossibilità dialettica. Presto si ha la sensazione di essere in un labirinto nel quale tutto diventa liquido, come gli umori corporali. L’idea edulcorata di maternità è sconvolta, perché, attraverso la causticità dell’arte, è confermata la reale complessità che gli è propria. Il curatore, con la sua propensione all’enciclopedia e alla “vertigine della lista”, ricostruisce con 139 artisti e 400 opere, passaggi novecenteschi sulla percezione del femminile sfidando l’archetipo più potente. Tutto verte sulla relazione con l’immaginifico, il sociale, il politico. Le opere si legano alla celebrazione e al rifiuto della maternità, all’incarnazione e al delitto, alla divinizzazione e alla scomparsa della madre. Come afferma Barbara Casavecchia descrivendo i Body Mask di Sherrie Levine: “Svuotata del proprio contesto e contenuto, colonizzata, appropriata, moltiplicata, serializzata, placcata in oro come un orologio di marca, la maschera della maternità è ormai solo un feticcio del consumo”. C’è un piccolo acquarello di Meret Oppenheim, intitolato Angelo strangolatore (1931), che rappresenta una creatura angelica con in braccio un neonato sgozzato. L’artista, che rifiutava radicalmente la maternità, lo ha realizzato come anticoncezionale per scongiurare un’eventuale gravidanza non voluta.

“La Grande Madre” si è aperta il giorno stesso nel quale il curatore – direttore del New Museum di New York - è diventato padre. Se il personale è ancora politico allora tutto coincide. La vita di chi ha partorito la mostra è in sintonia con tutti i passaggi che intelligentemente vengono proposti secondo una visione sia aulica che critica e disagevole del mito della maternità. La mostra non inizia con la fotografia di Sigmund Freud che lo ritrae, con la barba già bianca, a braccetto dell’anziana madre, ma comincia da un film muto, La fata dei cavoli (1896) di Alice Guy Blanché, nel quale la prima regista donna della storia ritrae una leggiadra fanciulla che estrae neonati da sotto le piante di cavolo.

Nella sala successiva incontriamo le immagini storiche e preistoriche della dea madre. E le tavole esoteriche della spiritualista teosofa Olga Froebe Kapteyn che, analizzando le dee creatrici - dalle azteche alle minoiche alle babilonesi - ha fondato, negli anni Trenta del secolo scorso, un’imponente archivio iconografico. Installazioni, documenti, spezzoni di film, manifesti, testimonianze, proclami, costituiscono il panorama psichico della mostra. Ana Mendieta con la perenne Silueta, scavata nella terra, fatta di sangue, di acqua e di fuoco è accanto all’uovo rosa di Lucio Fontana, un Concetto spaziale, la fine di Dio con un fortissimo impatto aulico e drammatico. Accostamenti stridenti, opere in collisione, visioni estreme intrecciano la narrazione di Gioni che, suddividendo il percorso in argomenti, illustra le azioni delle donne futuriste nel loro scontento dinamismo, come Valentine de Saint-Point che contesta il marinettiano “disprezzo della donna”, scrivendo il Manifesto della Donna Futurista (1912) e il Manifesto Futurista della Lussuria (1913). Poi la mostra individua l’istanza femminista surrealista in figure come Valentine Penrose, Dora Maar, Maria “Nusch” Eluard. Dalla visione teosofica del femminile ai movimenti di liberazione, la mostra sconfina – passando attraverso due versioni de L’Origine du monde di Rosmarie Trokel e di Lee Lozano - nella brutale fisicità del contemporaneo. Esseri invisibili sovrastano fabbriche e tribunali nelle tavole di Max Ernst, o vegliano il sonno androgino della figura dipinta da Leonor Fini o ancora fluttuano come energie sui fogli disegnati da Benedetta. La storia che si dipana lungo le 29 sale parla di una costante tensione delle donne a disarcionarsi dal limite del proprio ruolo biologico e culturale. Come in ogni mostra di Gioni i riferimenti spaziano nelle differenti aree del sapere e della vita, dal manifesto fascista sulle “mamme d’Italia” alla Torture machine, la macchina da tortura del racconto di Kafka “La colonia penale” ricostruita nel 1975 per la mostra “Le macchine celibi” di Harald Szeemann. Il curatore - che dedica una sezione alle lotte femministe degli anni Settanta con manifestazioni di piazza, collage di Ketty La Rocca, il Manifesto di “Rivolta femminile” e i cortei delle Madres della Plaza de Mayo – ha tratto ispirazione dal saggio di Adrienne Rich “Nato di donna”. Partendo dall’assunto di Simone de Beauvoir che dice: “Donna non si nasce, lo si diventa”, Gioni scrive: “E’ di questa trasformazione che la mostra vuole rendere conto: di questo passaggio dalla descrizione della donna come creatura mono-dimensionale, appiattita sulla sua condizione biologica, a una concezione della donna come soggetto polimorfo, molteplice e complesso; da oggetto passivo a soggetto attivo della propria rappresentazione”.

La notte non è ancora finita, ti rimane dentro anche in pieno sole. La mostra è invasiva, assoluta, entra con prepotenza nel nostro vissuto e stacca, sala dopo sala, alcuni pezzi del nostro inconscio portatore di tenerezze, potere, adorazione, collera, violenza, bellezza. Gioni tratta il bene e il male con gli stessi guanti, non giudica, osserva e ritrae. La culla sbilenca di Robert Gober e il grande deposito di passeggini rotti, dismessi e abbandonati di Nari Ward (1993), sono un’allucinazione collettiva. Una promessa o una discarica dell’infanzia?

La Grande Madre. Donne, maternità e potere nell’arte e nella cultura visiva, 1900-2015.

Palazzo Reale, Milano, sino al 15 novembre. Catalogo Skira .

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