G.B. Zorzoli

Qualche numero aiuta a meglio interpretare le reazioni europee di fronte a quella che viene comunemente definita un’ondata migratoria; immagine, questa, dilatabile a piacere, fino a configurare il rischio di uno tsunami in grado di distruggere tutto sul suo percorso (è lo scenario, con parole più rozze e volgari, evocato da Salvini).

La popolazione dell’Unione europea rasenta i 510 milioni: come numero di abitanti siamo terzi al mondo, dopo Cina e India. Supponiamo che in qualche anno gli immigrati accolti arrivino a 5 milioni: rappresenterebbero circa l’1% della popolazione già residente e, qualora ne accettassimo il doppio, si tratterebbe comunque di un numero agevolmente “digeribile” da un’area geografica ed economica come la nostra. In realtà, siamo in presenza di un’onda sulla quale un buon surfista riesce a praticare lo sport preferito senza mettere a repentaglio la propria vita.

Solo che in Europa non tutti sono buoni surfisti. Le reazioni del governo ungherese che, come ogni fascismo, non rifugge dalle peggiori turpitudini, e quelle, solo leggermente più soft, delle autorità ceche ci colpiscono come un pugno allo stomaco, anche perché si tratta di paesi che dalla loro storia recente avrebbero dovuto imparare la differenza fra una vera invasione e l’arrivo di umiliati ed offesi, armati soltanto dal desiderio di trovare un luogo dove sia possibile vivere. Tuttavia, l’atteggiamento degli altri stati orientali, membri dell’UE, non è sostanzialmente diverso. Non si parla di loro semplicemente perché finora il flusso migratorio li ha toccati solo marginalmente. Sulle posizioni assunte dai paesi dell’est pesano indubbiamente i numeri delle loro economie (basta una rapida occhiata ai dati di Eurostat per rendersene conto), ma ancor più la non ancora esaurita reazione di rigetto dei decenni di retorica “socialista” e vuoto di progressi reali, che si manifesta in forme di egoismo individuale e collettivo senza se e senza ma.

Altri numeri spiegano invece la posizione assunta dalla Merkel, dove di sorprendente c’è soltanto l’insolita rapidità con cui è stata presa.

La Germania è il paese al mondo con la più bassa natalità: per ogni donna vengono alla luce 1,55 bambini, mentre, per conservare l’equilibrio tenendo conto dei casi di sterilità, dovrebbero essere 2,2. Oggi nel paese vivono 46 milioni di individui in età lavorativa. Senza immigrazione, in trent’anni scenderebbero a 29 (37% in meno): una situazione palesemente insostenibile, pur senza mettere nel conto anche i posti di lavoro tendenzialmente rifiutati dai nativi tedeschi.

La Germania ha dunque bisogno di una quota sostenuta di immigrati, preferibilmente con professionalità e basi culturali che ne facilitino l’integrazione economica e civile. La Siria risponde a questi requisiti. Per decenni è stato un paese con una notevole stabilità politica ed economica, che ha consentito lo sviluppo di un ceto medio mediamente più istruito, più agiato, più colto e laico di quello presente negli altri paesi di provenienza dei migranti. Inoltre, la parte più povera della popolazione siriana ha potuto trovare rifugio in stati limitrofi a rischio relativamente contenuto, in primo luogo in Libano. Parliamo di 2 milioni di bambini, donne, uomini che, non avendo i soldi per pagare i servizi dei trafficanti di uomini e disponendo di alternative “sopportabili” vicino alla porta di casa, hanno per lo più evitato di percorrere le impervie vie per procurarseli.

La selezione economico-sociale ha quindi notevolmente ridotto la presenza fra i migranti siriani di persone non rispondenti ai requisiti richiesti e la Merkel ha colto la palla al volo, dichiarandosi pronta a concedere asilo politico a tutti i siriani che ne faranno richiesta; per di più incassando un notevole dividendo politico. È bastato l’annuncio perché partisse un’operazione mediatica che ha sostituito il volto di una Germania arcigna ed egoista con quello della nazione portabandiera della solidarietà internazionale nei confronti di un’umanità in fuga dalla guerra.

Gli altri paesi dell’UE sono stati presi in contropiede. Chiamata, come ormai accade da anni, a coprire il ruolo di finto partner, la Francia ha ringraziato, capovolgendo senza titubanze la posizione assunta fino a poche ore prima; l’Italia si è subito allineata. Anche il Regno Unito di Cameron si è visto costretto a modificare leggermente il proprio atteggiamento, con la promessa di ospitare alcune migliaia di migranti. Sul banco degli accusati sono finiti i paesi dell’est, minacciati di sanzioni se non si dimostreranno abbastanza “generosi”.

Un Taillerand redivivo giudicherebbe la decisione della Merkel molto meglio di un atto umanitario: una scelta politica azzeccata.

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Una Risposta a Migrazioni

  1. Gennaro Di Bisceglie scrive:

    I paesi dell’Est, la cui politica avversa ai migranti è da condannare senza titubanze, hanno tuttavia una qualche minima, sia pure non giustificabile, attenuante: non hanno partecipato alla colonizzazione e ai bottini con cui il civile occidente ha distrutto l’Africa, e non solo. E un aggravante : alcuni di aver rimosso con i regimi anche gli ideali socialisti, gli altri di aver rimosso non solo i regimi, ma anche i dettami minimi del cristianesimo. E in tutta la drammatica situazione, tutti dimenticano che quanto si sta consumando ha alla sua base, ha come origine la politica dissennata degli USA che, però, “loro le fanno, gli Europei le pagano!” Gli Europei, cioè i cittadini, perché i governanti sono compiaciuti bracci politici della politica dettata dagli USA.

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