Giovanni Palmieri

Toute chose qui perd son
idée est comme l'homme
qui a perdu son ombre -
elle tombe dans un délire
où elle se perd.
(Baudrillard)

Luoghi storici in cui la merce si celebrava feticizzandosi mentre il capitalismo prendeva coscienza di sé, le prime Esposizioni universali (Londra 1851 e Parigi 1855) hanno inaugurato la modernità.

Marx pare sia rimasto affascinato dalla fantasmagoria delle merci esposte a Londra, e Baudelaire ha visitato e descritto l'Expo di Parigi. Siamo lontani!

Fiera non più delle vanità ma delle velleità, non più delle merci ma dei simulacri, non più della realtà ma delle rappresentazioni, non più dei messages ma dei media, non più dei feticci ma del fittizio, Expo 2015 ha aperto le porte del suo celebratissimo falansterio nel silenzio delle merci e sul vuoto delle pure immagini. Una via di mezzo tra Disneyland e L'Artigiano in fiera!

Nei padiglioni le merci (com'è noto) non ci sono e sono state sostituite dai segni o dai simboli agroalimentari con cui i vari Paesi partecipanti hanno voluto rappresentare se stessi e onorare il tema. In sostanza, ciò che si trova nei padiglioni (al di là della loro architettura, sovente molto bella, e a un certo numero di assistenti che sembrano terminali di un computer) sono scritte, foto, installazioni più o meno allegoriche, simulazioni video, immagini, filmati 3D e filmicchi, musichette repellenti e qualche "oggetto" alimentare sparso qua e là. Ma è la costruzione scenografica e teatrale interna ciò che attira di più il visitatore. Si consideri ad esempio la fittizia foresta del padiglione brasiliano. Un'elaborata simulazione descritta con queste parole nel sito ufficiale:

Il cuore pulsante del Padiglione del Brasile è una rete interattiva che collega i tre piani. Camminando sulla rete sospesa, i visitatori interagiscono con l'ambiente circostante: dei sensori, infatti, rilevano i movimenti trasferendo impulsi che modificano il suono[soprattutto il canto degli uccelli] e la luce circostante. La visita inizia da un'area aperta (Green Gallery), con ortaggi, piante, fiori e frutti accompagnati da tavoli interattivi, che offrono giochi e informazioni sulle etnie del Brasile. Una rampa porta al primo piano, dove una proiezione guida i visitatori. Al secondo piano, un'altra proiezione su uno schermo trasparente mostra un video che si attiva grazie ai sensori di prossimità.

[...]

Basandosi sul tema "Sfamare il mondo con soluzioni", il padiglione brasiliano adopera la metafora della rete - flessibilità, fluidità, decentralizzazione - per mostrare la connessione e l'integrazione dei diversi soggetti grazie ai quali il Brasile ha conquistato il ruolo di primato mondiale come produttore di cibo.

(http://www.expo2015.org/it/partecipanti/paesi/brasile)

In questa eclissi di realtà, sembra dunque che l'unico divertimento dei visitatori consista nel trovarsi in un luogo che si dice deputato al divertimento, un sedicente parco-giochi senza giochi. Questo esserci-non-importa-dove che è il vero Dasein contemporaneo, orfano di realtà ma ricco di immagini, basta effettivamente a se stesso. Niente dover essere, niente poter essere, niente rivolta, niente repressione... e niente desiderio. Semmai una leggera forma estatica di isteria ebetizzante. Expo non è solo il simbolo d'una eclissi di realtà ma è anche il simbolo della perdita di ogni orizzonte dialettico, critico e pulsionale. Alla nevrosi dialettica fondata sulla realtà del conflitto e determinata dall'interdetto, dal desiderio e dalla sublimazione, oggi si è infatti sostituita l'isteria della pura costruzione fantasmatica.

Non si può neanche affermare che Expo sia "artificiale" perché ciò implicherebbe una realtà alle sue spalle di cui essa sarebbe l'artificio. Invece questa realtà non esiste più perché è stata saturata dall'artificialità delle sue rappresentazioni. Dunque anche l'artificio - storico e nobilissimo velamento della cosa, pronao dell'arte - non esiste più. Perlomeno non esiste qui. Dove tutto è artificiale, nulla lo è. Dove tutto è estetizzato, la dimensione estetica non esiste più.

Anche per questo nella visita ad Expo il puro collezionismo di padiglioni è diventato il vero sport, la vera meta "culturale", della gente. In una coda fatta per entrare da qualche parte, ho sentito questo ameno dialoghetto:

- Tu quanti padiglioni ti sei fatto? -

- Otto, e tu? L'hai fatto il Giappone? - Eccetera.

Come con l'album delle figurine di quanto eravamo bambini... È chiaro che chi "ha" più padiglioni, ha vinto o almeno si è divertito più di altri. Tornano così in mente le profetiche considerazioni di Baudrillard e di Debord su rappresentazione e spettacolo che hanno preso il posto della realtà, diventando così l'unica realtà esperibile per l'uomo contemporaneo incapace di pensare se non col filtro di un certo numero di protesi tecnologiche.

Pare però che tutti siano beatamente felici di annegare in questa semiosfera fittizia che pone se stessa come unico referente rimuovendo così la realtà di ogni autentico desiderio e il desiderio di ogni autentica realtà. Che poi sarebbe il sintomo dell'isteria. Avrei voluto fare una foto a uno che faceva una foto (col telefonino) ad una foto truccata esposta all'interno di un padiglione di carta-pesta. Ma non avevo il telefonino...

Come non ci sono più realtà ma solo immagini di realtà, così non ci sono più simboli ma solo residui di simboli. Prendiamo il cosiddetto Albero della vita: antichissimo e nobile simbolo, questa scultura Kitsch ha perso qui ogni riferimento culturale, storico o religioso. È diventata il simbolo di se stessa. In altri termini è diventata un'icona nel senso moderno della parola. Lo spettacolino serale di luci, giochi d'acqua e musica priva di discorso e sviluppo che si svolge intorno all'installazione è attrazione seguitissima da ossimoriche masse individuali che non fanno altro che fotografare coi telefonini in mano. Un rito tribale e collettivo che però ha perso ogni coscienza di sé ed è diventato soltanto una sorta di orgasmo isterico.

Se c'è un rimosso, c'è però anche un "ritorno del rimosso" e la realtà umana e anche quella della merce ritornano. Fa dunque piacere osservare che alcune arcaiche e obsolete funzioni dell'essere umano (camminare, stancarsi, sudare, avere fame, sete, desiderio di urinare ecc.) non siano state del tutto eclissate nel mondo parallelo dell'Expo. Così come fa piacere constatare che (non contando le numerosissime esposizioni degli sponsor e le onnipervasive immagini pubblicitarie, indistinguibili dalle altre) un robusto e volgarissimo merchandising di cibi, bevande e oggettistica varia sopravvive tenace, ruotando intorno a tutta l'Expo. Addirittura, a causa del percorso obbligato verso l'ingresso ai padiglioni, molti scambiano i luoghi di ristoro (costosissimi) per i padiglioni veri e propri (gratuiti). Ma tutto ciò fa piacere perché almeno ci ricorda che esiste ancora la realtà mercantile tradizionale. Mancano le prostitute...

Insomma, a parte le eccezioni sopra considerate, ad Expo la legge della merce vige ancora ma non significa più, un po' come accade alla Legge nella novellina di Kafka analizzata da Benjamin. La merce mette dunque in scena le proprie immagini (pubblicità d'immagine?) ma, al tempo stesso, riesce in qualche modo a venderle. Così valore d'uso (dominio della natura), valore di scambio (dominio mercantile) e valore del segno (dominio del codice) spariscono, senza scomparire, in una sostanziale indistinzione degli ambiti e nell'insignificanza di un'indeterminazione priva di referenti.

Expo è un sintomo? Sì, ma qual è la sua causa? Non c'è una causa, almeno di non voler dire che la causa consista proprio nel fatto che la nostra società non produce più cause ma solo sintomi. Ma questo è un altro discorso e per di più dialettico...

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