Florinda Fusco

Il pamphlet di Alessandro Tarsia muove le mosse da un interrogativo rivelato sin dallo stesso titolo: perché la ‘ndrangheta? Il libro è sorretto da una puntuale intenzione ovvero scavare nelle ragioni strutturali che hanno permesso al fenomeno della mafia calabrese di nascere, di svilupparsi e di persistere nel territorio. Lungi dall’essere un libro che intende illustrare il fenomeno ‘ndrangheta o solo studiarne le modalità e i caratteri, il saggio di Tarsia intende capire, comprendere, ragionare. È il frutto di una mente pensante, un indipendente antropologo calabrese che, invece di lasciarsi ammaliare dall’esotico, ha voluto indirizzare parte del suo lavoro e del suo pensiero alla sua terra con la quale intrattiene un rapporto profondo e insieme critico che parte dall’ambiente e giunge al piano sociale e politico. In una nota all’apertura del libro, Tarsia avverte: «l’autore di questo pamphlet è un cittadino che ama la sua regione e i suoi abitanti, così come qualsiasi altra terra e altro popolo». Ed è a partire da questa affermazione che va letto e compreso il suo libro.

È proprio ai calabresi, d’altra parte, che Tarsia dedica il suo saggio: ad una fetta sociale rimasta eticamente integra e nello specifico «a tutti i calabresi che non si riconoscono in questo libro e alle vittime della ‘ndrangheta, ovunque nel mondo». E sono tutti i calabresi che non si riconoscono nel suo scritto che possono potenzialmente creare insieme a lui un solido giardino di opposizione e resistenza, espressione usata argutamente da Mariano Baino in riferimento allo stesso saggio di Tarsia. Uno dei punti di forza di questo libro è appunto il respiro corale che lo attraversa: un coro sussurrato di sottofondo da parte di tutti i calabresi che non accettano che la loro terra sia un luogo che continua a far proliferare una delle organizzazioni criminali più pericolose al mondo. In questo senso l’autore ha scritto il saggio non solo per gli altri, ma con gli altri. Dinanzi a questo coro si staglia tragicamente un deserto eliottiano «che genera lillà di terra morta»: una cultura popolare intrinsecamente mafiosa, un modo di pensare e di percepire il reale scalfito dalla corruzione. La ‘ndrangheta, spiega Tarsia, non è cosa distinta dalla cultura popolare calabrese, al contrario è ad essa coesa: lì trova le sue radici e il suo sostentamento. Auspicio dell’autore è che il cittadino comune, dunque, leggendo il suo libro capisca di essere non vittima di un sistema, bensì responsabile dello stesso e che da questa profonda comprensione possa scaturire in lui una reazione positiva, un moto di cambiamento.

L’attenzione antropologica polarizzata sui concetti di natura-cultura porta Tarsia ad un’accurata analisi sia della natura che della cultura della‘ndrangheta: ed in queste due dimensioni si dispiega il pamphlet. L’autore si addentra in un suggestivo percorso storico che mette al centro un’economia e una cultura baronale e latifondista (che persiste in Calabria sino al 1945) basata sullo sfruttamento dei braccianti schiacciati dalla povertà e dall’ignoranza: un tessuto sociale e culturale in cui s’innesta il brigantaggio, antecedente del fenomeno mafioso.

Un nodo essenziale del libro è la simmetria tra relazione con la natura e relazione con la criminalità. Due entità apparentemente inassociabili vengono messe in stretto rapporto da Tarsia sebbene in modo oppositivo: la tensione alla criminalità è proporzionale al disprezzo per la natura. La cultura popolare calabrese è segnata secolarmente da un profondo odio «per una natura che storicamente non solo non gli apparteneva, ma che lo condannava persino a morte tramite siccità e carestie». Quest’odio è per Tarsia proprio «la culla del pensiero ‘ndranghetista». Ad esso corrisponde per contrasto l’amore per il cemento, simbolo, nella stessa cultura popolare calabrese, della solidità e dell’imperituro opposto alla mutevolezza e alla fragilità della natura. Il cemento è «resistente», «è bello, eterno, non sporca», mentre ciò che è naturale è «fondamentalmente sporco»: il cemento è dunque «ciò di cui [il calabrese comune] ricoprirebbe l’universo». Ogni tipo di artefatto umano, non solo il calcestruzzo, ma altresì l’illuminazione elettrica o i fuochi d’artificio sono una sorta di celebrazione della vittoria dei calabresi sulla natura. In egual modo il costante sterminio dei boschi è una vittoria della civiltà del cemento. Gli stessi giardini della ‘ndrangheta sono «oasi del cemento» costellate da pochi alberi o piante esotiche. Di fronte ad una Calabria nelle mani della ‘ndrangheta «che brucia, si desertifica, si cementifica, s’imbruttisce», si comprende dunque come la personale dedizione dell’antropologo Tarsia alla permacoltura (come mostrano le sue progettazioni nel rispetto e nel potenziamento dell’ecosistema naturale) sia in primo luogo una scelta etica e politica in senso ampio, dunque parallela e fortemente connessa con la scelta etica e politica sottostante la stesura di questo saggio. La permacoltura, spiega l’autore, suscita in Calabria, invece che interesse, ilarità. Aggiunge l’autore: «Il principio guida più importante resta quello dello sfruttamento della natura: meglio piantare un albero che dia frutti commestibili, piuttosto che una pianta inutile».

Al perseguimento del principio di utilità proprio del calabrese comune, Tarsia oppone una percezione opposta delle cose che richiama il concetto di inutilità del bello di Simone Weil: la bellezza naturale, oltre quella artistica, come un territorio dove siano sospesi i concetti di causa ed utilità, un territorio non regolato da alcun fine esterno, ma regolato solo su se stesso e che abbia come fine e modello solo se stesso; in altri termini una bellezza che è necessaria solo per se stessa.

Il grande allarme che dà Tarsia in conclusione del suo libro è quello della calabresizzazione dell’Italia, ossia la propagazione del modello calabrese, propagazione, peraltro già in atto: il sopruso ambientale, le truffe e i traffici illeciti portati avanti dalle imprenditorie locali, la disoccupazione, il lavoro precario, lo sfregio alla dignità umana, la violenza sociale, l’indifferenza e la corruzione della classe politica. Per distruggere tale modello è necessaria, per l’autore, una strenua e comune difesa del diritto al lavoro oltre che un impegno etico e umano: il lavoro è il vero è proprio «vaccino anti-‘ndrangheta».

«Si vive», scrive Giuliano Mesa, «nella costante rimozione del tragico, delle tragedie: al plurale, una per ogni vita che soffre». E proprio su tale rimozione è puntato lo sguardo di Tarsia e a questa l’autore oppone una visione profonda e lucida del tessuto sociale calabrese e più in generale italiano. Non possiamo permetterci, ci sta dicendo l’autore, di accettare come un dato di fatto inamovibile la cultura mafiosa, il vivere e il pensare in modo mafioso, così come non possiamo permetterci il silenzio e l’astensione da una lotta etica e sociale. Non possiamo permetterci la rassegnazione. Scrive Camillo Berneri in epoca fascista: «Non vi è ragione di disperare. La sfiducia negli uomini è un veleno del quale occorre svelenare noi stessi e quanti altri sia possibile. La sfiducia è la giustificazione che inganna la nostra presunzione; le nostre viltà, l’animale attaccamento alla vita. Quando si giunge a dire gli uomini non meritano, è la dignità umana che si bestemmia, è il sogno più bello della nostra generosità che si rinnega, è la diserzione non solo dalla lotta per tutti che si accetta ma è anche la rinuncia a qualunque disciplina morale».(I tempi nostri e no). Dobbiamo guardare, capire, agire muovendoci verso un radicale cambiamento di percezione. È proprio questo che compie il libro di Tarsia.

 

Alessandro Tarsia
Perché la‘ndrangheta? Antropologia dei calabresi
Pungitopo, 2015, 200 pp., € 15

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