Giorgio Biferali

In Che cos’è la letteratura? a un certo punto Sartre se la prende con i critici letterari, definendoli «uomini piuttosto sfortunati», «custodi di cimiteri», e si schiera dalla parte dei lettori: «Scrivere è fare un appello al lettore perché conferisca un’esistenza obiettiva alla rivelazione che io ho iniziato per mezzo del linguaggio». In quel romanzo dei romanzi possibili che è Se una notte d’inverno un viaggiatore, Calvino mette al centro del racconto un Lettore e una Lettrice, capendo che senza i loro occhi, il loro interesse, la loro curiosità e soprattutto il loro amore per la lettura e per la cultura in generale, i libri sarebbero solamente «un supporto accessorio o addirittura un pretesto». E anche Julio Cortázar, che in tenera età aveva mischiato le avventure di Tarzan ai saggi di Montaigne, i romanzi cavallereschi a quelli polizieschi fino al «grande scossone di Edgar Allan Poe», non ha mai dimenticato il piacere e la simpatia della lettura lontana dai «paraocchi dell’erudizione»: «Quando apro un libro lo apro come posso aprire un pacchetto di cioccolatini, o andare al cinema, o entrare per la prima volta nel letto di una donna che desidero; è una sensazione di speranza, di felicità anticipata, la sensazione che tutto sarà bello, sarà stupendo. Non ho nessun pregiudizio».

Anzi, Cortázar ha sempre scritto i suoi libri da lettore, più che da scrittore. A cominciare da Rayuela (1963), in cui lasciava al lettore la libertà di scegliere l’ordine da seguire per leggere i capitoli dall’1 al 155, indicando due possibili vie: quella canonica e quella del lettore Cortázar. «Tra il ’52 e il ’55 o il ’56 – avrebbe spiegato poi agli studenti americani dell’Università di Berkeley – non ho scritto altro che racconti, ma in diverse circostanze e in luoghi diversi ho riempito pagine di appunti, ricordi, a volte invenzioni, tutto molto legato alla mia esperienza quotidiana in città, in Francia, a Parigi». E così sembra aver fatto cinque anni dopo in Componibile 62, appena pubblicato da Sur (rivedendo per l’occasione la traduzione pubblicata nel ’74 da Einaudi). Un romanzo senza struttura, senza capitoli, che somiglia a un gioco e a un’invenzione della realtà proprio come Rayuela e che infatti non è altro che il suo seguito ideale. Comincia con una battuta enigmatica («Vorrei un castello insanguinato»), un ristorante, uno specchio e una lenta discesa nella città. «La scelta del lettore – scrive l’autore nella premessa, che in parte ricorda quella di Rayuela – il suo personale montaggio degli elementi del racconto, saranno in ogni caso il libro che ha scelto di leggere». Cortázar scherza con i suoi lettori anche se non li conosce, fingendosi quasi preoccupato dei loro orizzonti d’attesa: «Bisognerà raccontare, bisognerà dire qualcosa perché tutti loro stanno aspettando che tu ti metta a raccontare, il gruppetto sempre inquieto e un po’ ostile all’inizio di una storia». E quindi cominciano a sfilare dei personaggi, che sono soprattutto dei nomi, da Hélène a Juan a Nicole a Marrast a Feuille Morte a Frau Marta, che dominano l’universo parigino o viennese o londinese. «La città non si spiegava, era».

Viene nominato Michael Butor, che negli anni Cinquanta affidava i suoi romanzi ai monologhi interiori dei protagonisti. E il romanzo «componibile» di Cortázar sembra tutto un grande monologo interiore, anche quando compaiono dei dialoghi surreali, quando il narratore passa dalla terza alla prima persona, quando la prosa si avvicina alla poesia e le fa il verso: «Entro la notte nella mia città, scendo alla mia città / dove mi attendono o m’ignorano, dove devo fuggire / da qualche abominevole appuntamento, da ciò che / non ha più nome». Scrivendo quegli appunti e quei ricordi e quelle invenzioni che sarebbero divenute Rayuela, Cortázar aveva confessato di essersi ispirato all’esistenzialismo di Camus e Sartre, abbandonandosi a tutto quello che una città come Parigi aveva da offrirgli. E così sembra fare anche cinque anni dopo in Componibile 62, lasciando qualche piccolo indizio che i critici chiamerebbero «metaletteratura» e che i lettori divertiti e complici chiamerebbero «gioco del mondo» (il titolo italiano col quale ha circolato Rayuela): «Tu e io sappiamo fin troppo bene che qualcosa che non siamo noi gioca con questo mazzo di carte in cui siamo picche e cuori ma non le mani che le mischiano e le combinano, gioco vertiginoso del quale riusciamo soltanto a conoscere la sorte che si tesse e si disfa a ogni giocata, la figura che ci precede o ci segue, la sequenza con la quale la mano ci propone all’avversario, la battaglia di azzardi e di scarti che decide la posta e i ritiri. Perdona questo linguaggio, l’unico possibile».

Diversi anni dopo, in un’intervista di Sara Castro-Klaren pubblicata da Sur (Un certo Julio. Vita di Cortázar illustrata da Rep, 2014), Cortázar avrebbe confessato di appartenere a quella categoria di lettori che leggono un libro con una matita a portata di mano ma senza intenzioni critiche, di leggere più poesia che prosa, più saggistica che narrativa, più antropologia che letteratura pura, con la stessa «verginità dello sguardo, dell’olfatto, dei sentimenti» che aveva quando era bambino. E, giocando con la sua età e col titolo del suo romanzo «componibile», avrebbe lasciato a tutti il suo testamento di lettore: «Quindi ora, che ho meno tempo, che sto per compiere sessantadue anni – te ne rendi conto, no?, posso dire Scomponibile 62 –, ora succede che alcuni libri non li finisco».

Julio Cortázar
Componibile 62
traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rosini rivista da Giulia Zavagna, prefazione di Stefano Bartezzaghi
Sur, 2015, 317 pp., € 16

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