Giancarlo Alfano

Chi entri in una qualunque libreria francese troverà sempre in bella esposizione gli eleganti volumi di formato quadrato e di colore bianco listato di blu che contengono le opere di Claude Simon, pubblicate dalla casa editrice Minuit. Nonostante il premio Nobel del 1985, da noi è invece stato difficile negli ultimi vent’anni procurarci i suoi straordinari romanzi, spesso basati sul dialogo con la pittura e quasi sempre incentrati sull’esperienza della guerra, quella combattuta in proprio e quella, suddivisa in centinaia e centinaia di conflitti, che per millenni ha agitato l’Europa.

Con tanto maggior compiacimento bisogna allora salutare le iniziative che alcuni editori stanno realizzando in questi ultimissimi tempi, a cominciare da Lavieri, che nel 2012 ha coraggiosamente pubblicato la grossa mole delle Georgiche (edizione originale 1981), ben tradotto e presentato da Emilia Surmonte. Su questa stessa linea si mettono adesso Neri Pozza, che ripresenta La strada delle Fiandre (edizione originale 1960, rivista dall’autore nel 1982) nella splendida traduzione di Guido Neri (uscita da Einaudi nel ’62) e la vivacissima Nonostante, che offre al lettore italiano quella che è la prima edizione nella nostra lingua dell’ultimo romanzo di Simon, Il tram: pubblicato nel 2001 quando l’autore aveva 88 anni.

Si può partire proprio dal Tram, il cui esordio è particolarmente significativo di una tecnica e anzi di tutta una concezione della scrittura che caratterizza il lavoro di Claude Simon. Chi apra la prima pagina di questo breve romanzo, molto ben reso in italiano da Stefania Ricciardi, leggerà queste parole: «Le graduazioni in bronzo giallo e in rilievo disegnavano sul quadrante un arco di cerchio verso il quale puntava una sporgenza solidale con la leva che, per mettere in moto o prendere velocità, il conducente spingeva con piccoli colpi del palmo aperto». Il periodo prosegue ancora per due volte la lunghezza delle righe che ho appena citato, fornendo una dettagliata descrizione del meccanismo di guida del tram. Si vede qui subito un tipico lavoro della scrittura, in cui la memoria soggettiva (Simon bambino in piedi nella cabina di guida) viene riprodotta in maniera puntuale. Non si tratta però di fedeltà al ricordo, restituzione di un momento intimo a esclusivo valore individuale (anche se tutto il romanzo, in fondo, altro non è che la riproduzione del cinema che si proietta nella mente di un anziano). Si tratta di un procedimento che mira alla resa allucinatoria di un episodio di realtà percepita, oggettivamente percepita.

Lo stesso troviamo nella Strada delle Fiandre, per esempio nella descrizione delle gocce che cadono da una grondaia, prolungata per dodici righe come similitudine per descrivere il movimento sempre uguale delle gambe di un cavallo durante la ritirata dell’esercito francese, o nella splendida descrizione «narrativa» di un cavallo morto dal cui ventre esce fuori quell’erba e quella paglia di cui si è nutrito, e da cui verrà a sua volta inghiottito nel processo di decomposizione.

Grande narratore di Storia (Histoire, 1967, Prix Médicis, s’intitola quello che è forse il suo capolavoro), Claude Simon è innanzitutto uno scrittore visivo (si vedano le considerazioni che gli ha riservato Alberto Casadei in Romanzi di Finisterre, Carocci 2000): una visività del tipo che abbiamo appena definito allucinatorio-memoriale, e che si risolve soprattutto in un sapiente uso della sintassi e soprattutto delle risorse verbali della lingua francese, almeno quanto della sua varietà lessicale.

Sintassi. È questo il punto estetico del lavoro di Simon: rendere il lettore partecipe di un processo. Certo, poiché Simon «racconta», i suoi romanzi si sviluppano lungo una trama; ma il racconto procede in primo luogo attraverso una fortissima soggettivazione percettiva, ulteriormente mossa da associazioni interiori. Ne vien fuori un’organizzazione mobilissima ad alto impianto paratattico (lo svolgimento della sintassi lavora all’interno di ciascun «episodio», o “istante” narrato): una serie di quadri icastici, il cui forte impatto visivo è il frutto del radicamento percettivo. Chi legge ripercorre una sequenza di episodi visivi e uditivi attraverso i quali la storia/Storia viene sviluppandosi in maniera dinamica.

L’écriture blanche, alla quale può essere ascritto anche Simon («Scrittura bianca», proprio, s’intitola la collana – direttamente ispirata al mondo letterario che in Francia s’identifica immediatamente nelle candide copertine di Minuit… – in cui l’editore Nonostante ha inserito Il tram e, già l’anno scorso, aveva riproposto dello stesso autore L’erba, opera del ’58 tradotta da Einaudi nel ’61), è quella in cui prende corpo, insomma, proprio quanto cinquant’anni fa Giacomo Debenedetti osservava in polemica con le pretese d’impersonalità dell’école du regard: una presenza «personale» (quella del «personaggio-uomo», per dirla appunto con Debenedetti), ancorché camuffata. Ed è appunto questa presenza che riscalda la scrittura, facendola arrivare, in certi casi, al «calor bianco»: che sia radicato in un corpo che percepisce il quadro spettrale di una ritirata drammatica o che ricordi, confitto nel suo letto in un reparto di geriatria, gli episodi del suo passato individuale, il lettore è invitato a ripetere il teatro celebrale di quel corpo, disappropriato delle proprie coordinati abituali, e scaraventato in un altro deserto; non troppo dissimile, in effetti, da quello in cui si trova ogni giorno. Purché sappia tenere gli occhi aperti: come fanno le opere di Simon, che ri-presentano ciascun «istante» della narrazione davanti alla mente del lettore.

Chi avrà voglia di leggere Il tram e La strada delle Fiandre, due capolavori della narrazione moderna, dovrà rendersi disponibile a questa imposizione allucinatoria. Sebbene forse non lo desideri, questo lettore resterà a occhi aperti.

Claude Simon

Il tram

traduzione di Stefania Ricciardi, postfazione di Patrick Longuet

«Scrittura bianca», Nonostante, 2015, 137 pp., € 17

La strada delle Fiandre

traduzione di Guido Neri

Neri Pozza, 2015, 272 pp., € 14

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