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Serena Fineschi, Il vento mi porta dovunque, 2015, abrasione su cartone pressato, dal ciclo Dans le désordre du paysage, Courtesy dell'Artista e Galleria FuoriCampo (Siena).

Antonello Tolve

Plurilinguistico e transdisciplinare, il lavoro di Serena Fineschi disegna un programma versatile che investe di nuovo senso il mondo della vita e dei mille significati che la riguardano per dar vita a progetti coinvolgenti, minimali, la cui minimalità tocca questo o quel tasto per far vibrare l'anima.
Le recenti abrasioni proposte con il ciclo di lavori chiusi Dans le désordre du paysage, orientano lo spettatore in un calmo Disordine essenziale (2015), in una sorprendente Sonata muta per paesaggio (2015) o in un poetico interrogativo che instaura un rapporto di partecipazione con il pubblico (Vuoi che mi prenda sul serio?, 2015) – opere legate al ciclo che si pone come uno sguardo – offrono una piacevole ed elegante atmosfera, una cosmografia fatta di speranze (Non è vero che la felicità non esiste è un lavoro del 2013), una piattaforma idiomatica dove è possibile leggere un silenzio insistente, disarmante, emotivo, visivo, fisico.

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