Cristina Zappa

“Sono un’artista visiva. Ai miei tempi non esistevano né la performance né il video. Avevo studiato storia dell’arte e scultura, per performare non servivano studi particolari: la pratica scultorea non mi dava soddisfazione e partecipavo agli Happenings degli anni Sessanta, cosìcché ho trasferito nella performance il mio bagaglio culturale (storia del cinema e letteratura). Affascinata dalla concezione dello spazio di pittori rinascimentali come Cimabue, Piero della Francesca e Sassetta, mi interessava approfondire come l’immagine prende forma nello spazio.”

Joan Jonas (1936) – invitata quest’anno a rappresentare il padiglione degli Stati Uniti alla Biennale di Venezia - ha raccontato alla Naba (Nuova Accademia di Belle Arti) di Milano, la sua concezione dell’arte. L’occasione si è presentata il 18 giugno con Theatre of Learning: un evento, curato da Marco Scotini (ne avevamo già parlato qui), che implicava da parte degli studenti la rivisitazione delle performance di alcuni degli artisti degli anni Sessanta. “La strutturazione della narrazione – ha detto Jonas - è un aspetto fondamentale nei miei lavori. Ero attratta dal cinema e quando ero giovane frequentavo la cineteca del mio quartiere a New York, la Antology Cinema Archives, e anche ciò mi è servito per sviluppare la mia particolare forma di narrazione. Amo la letteratura e la poesia. Il mio lavoro è poetico, ma non nel senso romantico del termine: a me interessa la poesia modernista, intesa come struttura poetica del linguaggio, in grado di condensare immagini e significati e di veicolarli in modo telegrafico. Nel mio lavoro la poesia è il linguaggio: la tratto come un montaggio cinematografico, creo le immagini che si susseguono, una dopo l’altra, ne curo il taglio e la dissolvenza alla maniera dei poeti immaginisti”.

Agli studenti che raccontavano la loro reinterpretazione del video Waltz (2003) in una non favola digitale con musiche elettroniche (E. Baloglu), Jonas ha detto che "il suono è una componente fondamentale sia nei lavori video che nelle azioni performative, ma gli elementi sonori non hanno un significato simbolico: l'idea della ripetizione nel suono mi viene dagli studi sul rituale della nostra e di altre culture, che è un’altra parte preponderante della mia ricerca”. L'uso della maschera le deriva dalla fascinazione per il teatro Kabuki giapponese "la maschera mi trasforma e mi permette di fare movimenti che non avrei il coraggio di fare; se mi guardo allo specchio con una maschera sul viso vedo un’altra persona". Lo specchio è l’oggetto scenico per eccellenza, “il prop, il primo strumento che ho usato per alterare l’immagine, è stato lo specchio che considero il mio primo mezzo di espressione: lo uso nelle performance o nei video”. L’uso della bandiera è frequente.

In Waltz, Jonas danza il suo rituale sciamanico accompagnata da un vessillo bianco e, nella ripresa sulla scogliera, il vento fa sventolare drammaticamente una bandiera rossa. "Non ricordo quando ho iniziato ad usare le bandiere, ma cerco sempre i colori della storia che racconto; nella performance Il Ginepro (1976) ho pensato a rosso come il sangue e bianco come la neve: il bianco diventa la resa e il rosso il sangue, ma non mi piace dire che i colori simboleggiano qualcosa in particolare. Ognuno ha il suo modo di vedere e ha una propria percezione del tragico momento che viviamo. La mia consapevolezza è una componente fondamentale nella costruzione del racconto, ma la rendo invisibile; la guerra porta disperazione e può far impazzire come il re Sweeney Astray. Ho fatto così anche a Venezia dove avevo l'arduo compito di rappresentare gli Stati Uniti: in They come to us without a word “c’è la preoccupazione globale per il tema dell'ambiente, ma racconto il magico mondo delle api parametrato al linguaggio incontaminato dei bambini".

Illuminato da luci di Wood, il giardino Naba, la sera del 18 giugno, in occasione di Theatre of Learning, ha fatto da scenario alla performance Untitled, 2015. Qui, i movimenti ossessivamente stereotipati di dieci artisti/studenti vestiti di bianco (coordinati da I. Benshimol e M. Jhurry) seguivano un loro rituale. Alcuni indossavano maschere con sembianze di animali, altri chattavano o postavano selfie. I loro sguardi immobili, catturati dai monitor, rimandavano ad uno status di allucinazione annullando ogni altra percezione. Erano espedienti scenici idonei ad attivare un immaginario da dipendenza ipnotico-tecnologica che apriva a riflessioni postmoderniste da cogliere per attrazione sincronica nella mimica congelata dei visi.

"Mi affascina vedere come traducete il presente in arte: non riesco ad entrare nella vostra mente. Dite che ai miei tempi c’era l’analogico e io non conosco il digitale. I giovani artisti devono trovare la loro strada, inventare nuovi modi di vedere e di trattare la tecnologia. La difficoltà per voi non è vedere, ma tradurre il vostro modo di vedere. Ogni dipinto si riferisce ad un mito: ogni quadro ha la sua storia. Bisogna che ognuno trovi il proprio mito e lo utilizzi interpretandolo. Basta giocare e sperimentare”. Divertita, alla fine della rivisitazione la Jonas ha affermato che "più che un Waltz mi è sembrato di assistere ad un Waltz on drugs”.

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