Antonio Syxty

Dopo aver trascorso due giorni a Santarcangelo di Romagna a prendere visione dei 12 finalisti del Premio Scenario 2015 giunto alla sua 15a edizione sono stato accompagnato da un pensiero costante. Un pensiero che è durato per tutto l’avvicendarsi dei 20 minuti di teatro che ognuno dei 12 candidati ha dovuto frequentare in solitaria e assoluta concentrazione per apparire al meglio davanti a una giuria di esperti uomini di teatro in grado di individuare un X-Factor da poter lanciare in un futuro prossimo sulla scena italiana.

Ebbene, questa alternanza di 20 minuti di teatro e 30 minuti di pausa per il montaggio della performance successiva mi ha fatto capire quanto il teatro sia diventato fragile. Un corpo al limite della consunzione, come le nostre identità del resto, sempre di più frammentate su schermi, server farms e protesi tecnologiche di ogni tipo, che ci portiamo addosso o che incontriamo nei luoghi che frequentiamo. Ma la cosa straordinaria di Scenario sta appunto nella forma del contest, nell’arena per gladiatori, nella formula dei 20 minuti di gara.

In quei 20 minuti passano i corpi di un teatro fatto di confessioni personali, comportamenti patologici imitati in malo modo, sit-com in forme dialettali, frammenti di storie mal cuciti, innocenti esibizioni autolesioniste, imitazioni drammatiche alla moda, tentativi di docufiction, e via di seguito, ma soprattutto un bisogno patologico di mostrarsi, esibirsi per come si è, mettendosi in scena ad ogni costo, anche senza un motivo preciso, usando il teatro per frequentare un enclave come Scenario in grado di accogliere tutti, quasi fossero profughi alla deriva e in cerca di una terra promessa. A volte tutto ciò è stupefacente: casualità, emotività, comportamento sociale e disagio si mescolano in una forma di mini flash-mob dai contorni oscuri e insondabili.

L’accoglienza nell’enclave Generazione Scenario si compone di un infinito catalogo di selfie, di pose, di atteggiamenti che si potrebbero definire teatrali, proprio come risulta teatrale ogni esibizione fuori dai canoni della normalità. Ma alla fine è proprio una normalità consunta, depredata di ogni valore, che viene assunta a prova teatrale di 20 minuti. La formula di una corrida, di un’arena, è quella che consente ai corpi dei performer in gara di mettersi in mostra, come in un circo, per il bene e alla scoperta di qualche possibile genio nascosto del teatro di domani. Ma il teatro qui è assente. Ha lasciato il posto a una comunità di persone che guardano (spettatori e giurati) e ridono degli schiamazzi, dei versi, delle movenze appositamente coatte e impacciate, dei giochi di parole arguti e così déjà-vu di chi in scena tenta più o meno drammaticamente di assomigliare a un interprete di qualcosa, ma si trova a essere solo autore di se stesso, e quindi si trova irrimediabilmente a confessarsi, cercando in molti casi di risultare simpatico al pubblico degli spalti, a coloro che sono lì per guardarli e decretarne una fine ingloriosa o - al contrario - a incoronarne la fronte con il lauro di un futuro di gloria da spendere nelle polverose periferie piene di detriti del Regno Teatrale Italiano.

E non sto parafrasando Mad Max - Fury Road, anche se in quel caso la mutazione è già avvenuta ed è pericolosamente diventata il sistema in cui e di cui vivere. Qui non è così, ancora. Qui la mutazione è ancora troppo simile a un brutto raffreddore ed è ancora lontana dal trasformarsi in una forma virale del linguaggio in grado di cambiare i connotati alla comunicazione, creando un reale cortocircuito fra attore e spettatore, fra ministro del culto e partecipante.

Non avevo mai visto Scenario, ne avevo solo sentito parlare, ed è stata un’esperienza personale toccante e illuminante, che mi ha fatto capire quanto il teatro sia diventato sempre più fragile, indifeso, nascosto, privo di un pensiero che possa ridargli il vigore che necessita in un’epoca come la nostra, votata all’auto-esibizione, alla costante ricerca di una posa da assumere nel mare magnum dei likes e dei tags. Il teatro si nasconde da coloro che lo cercano affannosamente. Il teatro è ancora mistero e alchimia, per fortuna. Il teatro non ne vuole sapere di mostrarsi e far parte di coloro che lo usano solo per una forma di autocompiacimento intellettuale, o di coloro che pensano che con il teatro ci si possa lamentare della realtà, denunciarne i fatti di cronaca al pari di un inchiesta televisiva o di un interpellanza parlamentare. Il teatro, nella sua fragilità - condizione tutta neo-moderna - rifugge dai talent show accreditati dei maitre à penser del momento, così impegnati a riconoscersi in una wellness society alla costante ricerca di mostri da baraccone, di freaks da mostrare ai loro simili, a quelli che la pensano come loro, a color che frequentano le stesse spa del linguaggio intelligente e politicamente corretto, neo-acculturato, neo-borghese, da talk-show di fine serata.

Nel 1987 quando è nato Scenario il mondo era molto diverso, e di conseguenza anche il teatro. C’è da chiedersi se vale la pena di capire che senso ha ancora portare avanti una formula “movimentista” - ormai post, per non definirla drasticamente vintage - che è nata in anni in cui già molti di noi proponevano un approccio più concettuale al fare teatro, quasi che il teatro potesse sviluppare, incrociare e contaminarsi – già in quegli anni – con le tracce lasciate dall’art-performance, dall’happening, dalla body-art, dalla postmodern dance, dalle analisi dei nouveaux philosophes degli anni Settanta. Ma si sa, la forza della natura è appunto quella di resistere, in ogni caso, alle intemperie dei cambiamenti.

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Una Risposta a Fragilità del teatro, forza della natura

  1. Carlo A. Borghi scrive:

    Antonio. Concordo su tutta la tua linea di analisi. Posso vantarmi, nel mio piccolo, di aver dichiarato la “morte dell’art performance” su un palco di un teatro all’aperto, a Cagliari nel 1988 in occasione del festival Interaction. Da allora, come ex performer mi sento orfano e penso che sia stata proprio una certa forma di “teatrismo” da centro commerciale a far fuori la performance come atto di ricerca. Qui siamo.

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