Caterina Venturini

Negli ultimi anni, gli studi critici su Amelia Rosselli hanno messo a fuoco progressivamente l’importanza fondante della sua formazione musicale. Vanno in questa direzione sia la pubblicazione delle lettere inedite al musicista americano David Tudor nel volume Due parole per chiederti notizie a cura di Roberto Gigliucci, sia l’ultimo numero della rivista «Moderna», Quadrati, cantoni, cantonate: topografie poetiche di Amelia Rosselli, a cura di Chiara Carpita e Emmanuela Tandello, 2015 (vol. XV/2, 2013), che contiene un’anticipazione delle stesse lettere che Amelia scrisse al musicista dal 1960 al ’69, conservate presso il Getty Center di Los Angeles.

Il fatto che Amelia Rosselli, nata a Parigi nel 1930 dal padre esule antifascista Carlo e dall’inglese Marion Cave, avesse ricevuto una formazione cosmopolita (anche se lei si ritenne sempre, e non a torto, una rifugiata), la quale oltre a intense letture in tre lingue originali comprendeva studi musicali e un’attività di ricerca di un certo rilievo (tanto da farla apparire nella prima antologia del Gruppo 63 come musicologa e non come poeta), non costituisce di per sé una novità. Apparve infatti subito chiaro a critica, amici ed estimatori che Amelia provò per buona parte della sua giovinezza a comporre e suonare professionalmente, nonostante fosse consapevole di aver intrapreso piuttosto tardi l’una e l’altra attività.

Solo da adolescente, infatti, comincia a studiare violino, pianoforte e composizione alla Saint Paul’s School di Londra, per proseguire poi privatamente in Italia con Luigi Dallapiccola. Dopo il 1950, stabilitasi definitivamente a Roma, entra in contatto con l’avanguardia musicale romana (Vlad, Evangelisti, ecc.), a Parigi studia Bartók e i sistemi armonici del «Terzo mondo», a Milano frequenta lo Studio di Fonologia della RAI fondato da Berio, a Palermo si reca spesso per le Settimane Internazionali di Nuova Musica. Del 1954 è il suo saggio di teoria strumentale La serie degli armonici e dal ’59 inizia a frequentare i mitici corsi estivi a Darmstadt, dove insegnano i maggiori musicisti dell’epoca: Cage, Stockhausen, Boulez e proprio quel David Tudor (1926-1996), di Cage stretto collaboratore, con cui, oltre a una breve relazione, intratterrà per un certo periodo una stretta collaborazione musicale scrivendo per lui dei pezzi (i «grafici» di cui parla nelle lettere) e suonando in una serie di concerti a Roma.

Questi ultimi studi, che si avvalgono dell’epistolario rosselliano e della sua personale biblioteca conservata a Viterbo e ora completamente censita da Chiara Carpita (vi appaiono testi musicali fittamente postillati), da un lato ci mostrano come Amelia Rosselli non fosse un’isolata, ma al contrario una presenza assai viva nell’ambiente musicale italiano e internazionale, e dall’altro proseguono sempre più analiticamente una strada critica che porta dalla sua teoria musicologica al suo sistema metrico in poesia. Almeno fino alla fine degli anni Sessanta, accanto a una parallela produzione in versi che vede l’esordio nel 1964 (con Variazioni Belliche, un titolo «musicale», presso Garzanti), Amelia riterrà un’opportunità credibile il potersi affermare e mantenere con la musica, nonostante i molteplici ricoveri in clinica, l’altrettanto febbrile attività letteraria e frequenti momenti di abbattimento per una carriera che non decolla, nonostante alcuni primi risultati come gli spettacoli con Carmelo Bene e la realizzazione di uno strumento simile all’organo da lei progettato, seguendo la teoria di scale non temperate.

Le lettere di Amelia Rosselli al pianista e compositore americano testimoniano, anzitutto, proprio questa sua acuta volontà di affermarsi nel mondo della musica. In quasi tutte c’è, da parte sua, una più o meno velata richiesta di aiuto: che sia per pubblicare La serie degli armonici in America, o per ottenere da Cage il permesso di utilizzare nastri e partiture per un ciclo di concerti che lei stessa sta organizzando per il PCI, o per avere sempre da Cage una risposta sui diritti di traduzione di un suo testo per Bompiani. Le richieste non sono del tutto limitate al campo musicale: Amelia è sempre ben attenta ad aggiornare Tudor sulla sua attività poetica (soprattutto editoriale), sebbene questa non sia al centro dell’attenzione come nelle coeve lettere pasoliniane (pubblicate sempre da San Marco dei Giustiniani nel 2008); al musicista chiede anche consiglio in merito alla pubblicazione di Sleep, la raccolta delle sue poesie in inglese che vedrà la luce, da Garzanti, solo nel ’92. Ma le lettere a Tudor confermano anche la difficoltà e al tempo stesso una sovraesposizione nell’espressione del Sé, che portano Amelia a parlare ripetutamente della sua «illness».

Un disagio che nomina in modo sempre diverso: morbo di Parkinson, meningite, cervicale, febbre, «cellule celebrali bloccate nella testa». Insomma, è sempre qualcosa di fisico; anzi, in una delle lettere precisa che la salute mentale è a posto, nonostante siano quelli anni di elettrochoc, di entrate e uscite da ospedali di vari paesi, dall’Italia alla Svizzera all’Inghilterra. Il ritratto che appare in queste lettere è tuttavia quello di una giovane donna che prova a costruirsi un futuro, cercando di non arrendersi alla malattia e alle difficoltà di un mondo artistico le cui logiche non sempre è in grado di capire e dominare, soprattutto nell’ambiente musicale romano «con i suoi intrighi e infinite sequenze di cocktail».

Amelia Rosselli
Due parole per chiederti notizie. Lettere inedite a David Tudor
a cura di Roberto Gigliucci, prefazione di Emmanuela Tandello
San Marco dei Giustiniani (2015), 72 pp.
€ 13

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!