Fabio Pedone

L’Irlanda è un Paese piccolo, in cui l’ambiente della letteratura, dell’editoria e del giornalismo culturale è ancora più ristretto: è difficile che uno scrittore e un recensore che si è occupato di un suo libro (specialmente se anch’egli scrittore in proprio) non si siano già conosciuti o non si incontrino a un festival oppure a una presentazione. In un lungo articolo uscito il 16 luglio sull’«Irish Times», Martin Doyle racconta che il clima di generale benevolenza che regnava negli ultimi tempi sulle pagine dei supplementi culturali è stato incrinato da una recensione particolarmente feroce di Eileen Battersby a un romanzo appena pubblicato di Paul Murray, The Mark and the Void.

Intervento che ha colto di sorpresa molti lettori, dato che qualche anno fa la stessa Battersby aveva portato alle stelle con entusiasmo il precedente libro di Murray, Skippy Dies. Su facebook e su twitter si è ovviamente dato libero sfogo alla polemica. Alcuni scrittori hanno reagito con irlandesissimo humour graffiante, mentre altri hanno alluso a vertiginose pseudocospirazioni accademiche nell’ombra o si sono appigliati al ritratto spietato di una critica letteraria che appare nel romanzo di Murray, come se questo mascherasse un riferimento a chiave.

Secondo Martin Doyle il problema dipende in parte dalla tendenza di alcuni recensori a risparmiare le critiche quando scrivono di un romanzo; atteggiamento vòlto non tanto a compiacere, quanto a non ferire o almeno a smussare i possibili elementi di conflitto. Così ogni volta che compare una recensione sfavorevole sulle pagine culturali di un quotidiano nazionale le suscettibilità di molti vengono urtate e le reazioni, da parte degli scrittori come del pubblico, sono sempre sovradimensionate. Certo anche i critici si espongono alle valutazioni di chi li legge, e hanno diritto a essere trattati con correttezza e rispetto. Doyle riporta allora i risultati di una sua piccola inchiesta tra le firme dell’«Irish Times» a proposito del livello di franchezza che è possibile mantenere recensendo libri in Irlanda, con una scena letteraria così circoscritta, e a proposito delle loro reazioni, da scrittori, quando ottengono una recensione negativa: si può evitare di prenderla sul personale?

Fintan O’Toole, che ha scritto sulle pagine culturali dei giornali sia negli Stati Uniti che in Irlanda, dice che qui è molto più difficile, visto che il critico fa parte della piccola scena letteraria irlandese e si dà per scontato che abbia un atteggiamento di sostegno nei confronti di tutti i suoi scrittori. Proprio per questo l’onestà in articoli e recensioni è difficile ma ha un’enorme considerazione, e scatena sempre reazioni spropositate. Lo sa bene John Boyne, che «in un’era che celebra la mediocrità» dice: «La verità, e lo so per esperienza, è che non puoi più neanche fare una critica al libro di un altro scrittore irlandese senza essere accusato di invidia per un collega». Secondo lui a questo punto sarebbe meglio far recensire i libri degli irlandesi a persone completamente estranee a tutto, che non siano influenzate da motivazioni personali né da vincoli amicali. Quanto alla sua reazione da scrittore a un giudizio negativo, dichiara che essere indifferenti e non prenderla sul personale sarebbe non avere a cuore il proprio lavoro letterario, e questo non si può chiedere a uno che scrive.

L’autrice del casus belli, Eileen Battersby, rimarca la responsabilità morale della sincerità nei confronti di una platea di lettori accorti e raffinati come sono gli irlandesi. Anche Peter Murphy, come Boyne, è stato alternativamente da entrambe le parti della barricata, ma a lui non è piaciuto il tono del pezzo di Battersby, e comunque dice di fidarsi sempre meno delle recensioni e sempre più delle opinioni degli amici. Martina Evans cita Dennis O’Driscoll («I libri non si inviano più perché siano recensiti, ma solo perché se ne parli bene»), mentre per Rosita Boland recensire opere di autori irlandesi in una terra così piccola, dove tutto diventa personale, non vale la fatica enorme che richiede. Anche perché il giornale di oggi servirà a incartare le uova domani. Altri scrittori e critici fanno notare che il dovere primario di un recensore è verso il lettore, che scrivere di un libro è prima di tutto un atto di servizio e che l’essere onesti in una recensione di uno scrittore irlandese è possibile, ma comunque non è esente da rischi in una nazione tutto sommato provinciale, che sconta ancora una certa chiusura.

Uno scrittore rimasto di necessità anonimo ha dato la risposta più rivelatrice e ironica, scrivendo a Doyle di non poter dire quello che davvero pensa sull’argomento in quanto potrebbe nuocere alla sua carriera di autore, che una sua risposta eventuale all’inchiesta sarebbe incredibilmente obliqua ed evasiva e che il suo agente lo ha sconsigliato di inviarla. Un’altra verità amaramente saggia, da scrittore, l’ha detta John Banville, che ha alle spalle quarant’anni di attività come romanziere ma anche come critico e recensore sulla stampa: «Non leggo mai le recensioni ai miei libri. Naturalmente puoi sempre contare sul fatto che il tuo migliore amico ti chiami per dirti tutto su quelle più dolorosamente negative».

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