Ilaria Bombelli

Treno rapido per Bologna-Firenze-Roma è in partenza dal marciapiede 7. Ripete l’annuncio: Treno rapido per Bologna-Firenze-Roma è in partenza dal marciapiede 7. È un inverno dell’inizio dei ‘60 a Milano, e nella folla di cui è piena la Stazione Centrale, Luciano Bianchi va più fretta degli altri. Anna sta partendo. Per sempre. Avvolto nel suo frusto paltò, sciarpa al collo, sguardo torvo e mani in tasca, Luciano sguizza dalla scala mobile che lo porta su al ramo dei binari, e corre spedito verso il marciapiede numero 7. Anna è già sul treno. Luciano rimira il suo volto schermato dal vetro del finestrino di sotto in su, mentre il suo sguardo carico di risentimento lo sovrasta, grondandogli addosso come acquerugiola. Con mimica eloquente lascia intendere un rammarico, un pentimento. Lei scuote la testa, alza le spalle. Non vuole sentire ragioni. Il treno parte pigramente, abbandonando Luciano alla sua goffa pantomima. Un giovane infila all’ultimo momento una valigia dentro lo sportello aperto di una carrozza. Inciampa, urta contro un uomo, si scusa, poi sventola la mano in segno di saluto, mentre il convoglio s’affretta a lasciare la stazione.

“Che botta ragazzi!”, esclama Luciano Bianchi, che ormai, s’è capito, è l’irrequieto Ugo Tognazzi del film La vita agra. Si rivolge ora alla cinepresa, e a noi che con lui abbiamo visto Anna partire: “No, dico, che botta, quando, dopo un anno insieme, improvvisamente lei se ne va. E ci vuole proprio il saluto, il treno, gli addii per rendersi conto di certe cose”. S’avvia, spalle al treno, verso l’uscita. Lì una nave in miniatura lo traghetta nel ricordo di Anna: una manciata di minuti di flashback ci fa rivivere il loro primo incontro, l’inizio della loro relazione. Poi Luciano si ridesta di soprassalto, guarda l’orologio, corre a precipizio a consultare il tabellone degli arrivi. Il tempo di una lunga digressione per inquadrare la sua storia – di bibliofilo di Guastalla venuto a Milano per vendicare gli operai morti nell’esplosione dello stabilimento minerario dove lavorava come responsabile delle iniziative culturali e finito per diventare ingranaggio sedato di quell’acre sistema che voleva combattere – ed eccolo di nuovo al marciapiede del treno, appostato dietro un’edicola ambulante, a cercare, con gli stessi occhi ansiosi e trepidanti, non più l’amante, ma la moglie.

Il racconto tessuto nella Vita agra (“storia social-psicologica sull’integrazione. Post-miracolistica”) mette su un insieme di riflessioni circa l’aspra condizione dell’uomo moderno, strangolato nel meccanismo produttivo, indurito nell’anima e infiacchito nella volontà, cui la Stazione Centrale offre la sua immagine di quinta di second’ordine (non ha certo la stessa significanza simbolica del “torracchione” della Montecatini, della miniera di Ribolla o della pensione dove Luciano e Anna consumano la loro relazione adulterina). Pur tuttavia, la figura del treno si porge, in un qualche modo, come la piena che porta un certo scompiglio nella vita pressurizzata di Luciano Bianchi (lo eleva a quel “lassù” che è Milano, gli strappa via Anna, gli consegna la moglie, e poi il figlioletto, e infine l’amico Libero con la sua tanto millantata borsa di esplosivo, che poi si scoprirà contenere solo due fagianelle), facendo della stazione ferroviaria il luogo dello scambio (non solo di coppia) e delle relazioni: è qui che Luciano sfonda la “quarta parete” per stabilire, con chi sta al di là dello schermo, quel senso di complicità che non riesce a instaurare con gli altri personaggi del film.

Il suo vagolare privo di chiare intenzioni sul marciapiede del treno (sia che vada dalla moglie o dall’amante) assume tutto il significato di un’esistenza sospesa e al tempo grave, appollaiata sul dubbio vanto della resistenza e avviata verso un’alienante dissociazione da ogni preoccupazione di socialità, accordando al marciapiede stesso lo spazio di manovra limitato di un’identità vacillante. Dallo scorso primo maggio, l’accesso ai marciapiedi della Stazione Centrale di Milano (e di Roma Termini e Firenze Santa Maria Novella) è stato disciplinato (così recita l’annuncio sul sito delle Ferrovie dello Stato), “con appositi gate e un preventivo controllo del biglietto”. Il progetto, si legge, “mira ad aumentare la sicurezza dei passeggeri e a prevenire fenomeni di evasione, accattonaggio, attività illecite e vendite abusive in prossimità e a bordo dei treni”. La stazione viene così a essere divisa in due distinti habitat (battezzati con gergo aziendale): un’area definita “di esercizio” (dove sostano i treni, “protetta da specifiche delimitazioni architettoniche e soggetta a controlli e autorizzazioni”) e un’“area commerciale” (“di libero accesso”, dove si aspetta).

Si capisce come il provvedimento renda ragione della corrente domanda di sicurezza a tutti i livelli. “Per stazioni più sicure” è il luminoso adagio a sostegno dell’iniziativa (che a volte per negligenza viene da leggere “Per stazioni più scure”: agguati dell’inconscio). La mitologia della sicurezza è del resto sorretta da tutto un battage tanto direttivo quanto assistenziale. Sempre dal sito ci fanno sapere che: “Presso i gate è prevista la presenza di personale qualificato nell’uso di defibrillatori e nelle manovre di disostruzione delle vie aree, anche pediatriche, per garantire un primo soccorso in caso di necessità e offrire un valore aggiunto anche in chiave di safety”. Decisamente rassicurante. C’è però da dire che la presenza di un dispositivo discriminante (di rifiuto o accettazione) quale è il gate presidiato all’interno delle stazioni, finisce inevitabilmente per contrarre e irreggimentare quell’area prossima ai treni, detta “di esercizio”, al punto che “chiunque si trovi al suo interno sprovvisto del titolo autorizzativo e senza alcuna ragione per sostarvi oltre il tempo consentito, sarà sanzionato e invitato ad allontanarsi, in caso di necessità con il concorso della Polizia Ferroviaria”.

Tutto questo leggero prurito di non-lieu (la parola “gate” naturalmente è mutuata dal linguaggio aeroportuale) fa sì che non sia più possibile in nessuna occasione accompagnare un amico fin sopra il treno, aiutarlo a portare la valigia o schiaffeggiare il suo faccione affacciato al finestrino, come nella memorabile scena del ceffone in Amici miei. O schioccargli un bacio sulla guancia al fischio del capotreno o recapitargli una lettera prima che s’imbarchi, come quella che Sam consegna a Rick in Casablanca. I marciapiedi che corrono lungo i binari si spogliano dunque di tutto un bagaglio d’immagini del sentimento per inaugurare un periodo monastico, dove a prendere terreno sono i meccanismi collettivi della sorveglianza e dell’inibizione (qui, pure con il biglietto, l’attardarsi oltre i 40 minuti è punito con sanzioni amministrative o denunce penali). È il vecchio caro tema del controllo e del guinzaglio: si soppesa e scandaglia per dispensarci dall’intralcio e dall’imbarazzo. La cartografia dei flussi, degli incontri e degli affetti che fa di una stazione il luogo del viaggio, viene così ad essere ridisegnata, a vantaggio dell’efficienza, della sicurezza, della disaffezione.

Avevo un amico poeta, si chiamava Ernesto Guardalà. Persona col cuore, e un braccio solo. Di convinzioni al tempo stesso elementari e assolute. La Stazione Centrale era il suo personale pianeta: delle partenze, degli addii, dei sentimenti. Là viveva molte sue giornate, camminando su e giù per i marciapiedi, con lo sguardo posato sui viaggiatori in partenza. Fantasticava forse di andar via con loro. Diceva che gli veniva dal suo nome l’abito di spingere in là lo sguardo (anche se era miope). Gli veniva fatto di osservare i volti al di là dei finestrini, e di fermarsi su certe espressioni o smorfie, come chi sta con l’occhio alla fessura e guarda. Non sapeva dire quando e in che modo era cominciata quell’abitudine, che a dirla così può sembrare per lo meno una stramberia. Forse in seguito a un treno che aveva perso per un soffio, e che lo aveva costretto per ore nella sala d’attesa ad aspettare il successivo. Oppure sarà stato un altro motivo, forse che il padre era macchinista. Come che sia, se andavi in Stazione Centrale con una certa cadenza, là prima o poi lo trovavi. A guardar la gente partire. Lui no, non partiva mai. Ernesto Guardalà viaggiava per procura.

Uomo di routine, Ernesto Guardalà scendeva ogni giorno nell’ora sonnolenta del primo pomeriggio dal suo angusto appartamento in Via Marco Polo, nella zona 2 di Milano, con un fazzoletto giallo annodato attorno al collo. Dopo una sosta al tabaccaio all’angolo per acquistare le sigarette, s’avviava, con quel suo modo sbilenco di camminare su piedi calzati di scarpe risuolate molte volte, verso Piazza della Repubblica. L’attraversava da parte a parte, e voltava dentro Via Vettor Pisani, che s’incunea diritta nello sterno della Stazione Centrale, oltre Piazza Duca D’Aosta. Provava uno speciale piacere, in quei pochi minuti che metteva a raggiungere la stazione, nel vederla farsi avanti a ogni suo passo, ingrandire e continuare a ingrandire e snebbiarsi in fondo alle sue pigre pupille. Svelargli per gradi le maestose colonne, e i due trionfali cavalli alati, messi lì a rappresentare, com’è noto, il “Progresso, guidato dalla volontà e dall’intelligenza”. Anche se, pensava Ernesto Guardalà, la ridda di senzatetto che abitava la stazione la notte, e che era andata gonfiandosi negli anni, avrebbe volentieri affidato ai due destrieri volanti tutta un’altra simbologia.

Nella luce itterica che illumina l’ingresso della Stazione Centrale, Ernesto Guardalà si fermava a interrogare il tabellone delle partenze, tamburellandosi sul petto con le dita, fino a che un luogo, una città, non assumeva la forma di un invito. Si dirigeva quindi verso il marciapiede da dove si figurava di salpare, e là, nella confusione delle voci e dei dialetti, restava a osservare i turisti, i pellegrini, gli agenti di commercio, i piazzisti in partenza, fantasticando sulle loro vite. S’accorgeva di certe cose per minimi indizi. Gli veniva fatto di stupirsi di un certo modo di ancheggiare o di trascinar le gambe, un cenno del capo, un suono inarticolato. Ma sopra ogni cosa, a irretirlo era l’incanto di cui s’ammanta quell’affascinante rituale che va sotto il nome di saluto. “Partire è morire un po’”, ripeteva citando Campanile, mentre i suoi occhi appuntavano quei barlumi di sentimento che s’accompagnano alle parole (un addio, un arrivederci) e che le parole non sanno decifrare. Quelle recite improvvisate e del tutto spontanee (“Ho come il senso di una scena da teatro”, usava dire spesso) lo scaldavano quel tanto da cacciare la solitudine di una vita trascorsa alla finestra.

Per Ernesto Guardalà accedere a un marciapiede della Stazione Centrale era come salire su una passerella d’imbarco. Si sentiva avvolgere – lui che non poteva abbracciare – dallo stesso senso di elettrizzante sospensione, mentre la fenomenologia del commiato si manifestava in tutte le sue forme. Con la recente introduzione dei gate d’accesso nelle stazioni ferroviarie e lo spostamento in avanti del binario del controllo (sdoppiato: dentro e fuori dal treno), al saluto stracotto e brodoso che la fiacca dipartita del treno prima prostrava per lunghissimi attimi, si sostituisce il salutino trafelato, scambiato con tutte le valige appresso, nell’andirivieni ansiogeno prossimo agli esercizi commerciali o ai tappeti mobili, scagliato al di là del gate. Privato del suo canto, il segno del saluto risulta così scollato e allontanato dall’immagine del treno che gli era propria (e appiccicato, per esempio, all’immagine sovreccitata di un video al plasma). Non più sincronizzato e collegiale (il treno lasciava la stazione nello svolazzo congiunto di mani e fazzoletti), il saluto è ora distintivo, sbrindellato, dislocato. Ha assunto un esorbitante carattere di esclusività.

Oggi la Stazione Centrale ha tutta l’apparenza della biancheria lavata con l’acqua di varechina. Lo “sporco” è stato finalmente espulso dal suo interno, offrendo il confronto di due scompartimenti di cui uno è più bianco e più pulito dell’altro. È infatti evidente come la presa di distanza imposta dall’introduzione dei gate, faccia sì che i termini di chi viaggia e chi resta si suppongano ora molto lontani. Messi in quarantena (ma solo per 40 minuti) nell’asettica “area di esercizio”, i viaggiatori in partenza sono al riparo da ogni accidente, come se una stazione fosse sempre e solo la minaccia di un furto o un raggiro. Tutti gli altri, tagliati fuori, pigiati nell’“area commerciale”, non sono tenuti a impegnarsi in alcun esercizio, se non quello indirizzato agli acquisti. Quando l’impersonale annuncio vocale chiama il nostro treno, non si prospetta altro partito che dirigersi in solitaria verso il gate d’accesso, e da lì al ramo dei binari, senza far caso alla nuova alienazione che contiene. Dove là si vedevano Luciano Bianchi affrettarsi tra la folla ed Ernesto Guardalà comporre sonetti, ora si riconosceranno solo viaggiatori. Spogliati d’ogni scorta affettiva, affetti dalla stessa introversione.

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