Guido Mazzoni

Uscito nel 2008 in Francia e tradotto splendidamente da Lorenzo Flabbi per L’orma, Gli anni è il capolavoro di Annie Ernaux e una delle opere più importanti uscite in Francia nell’ultimo decennio. È quasi inevitabile cominciare a parlarne partendo dalla dichiarazione di poetica che il libro esibisce nel finale, come accade anche nel grande modello cui Ernaux guarda con ammirazione e spirito antifrastico, la Recherche: «sarà una narrazione scivolosa, in un imperfetto continuo che divori via via il presente fino all’ultima immagine di una vita»; «in quella che lei vede come una sorta di autobiografia impersonale non ci sarà nessun “io”, ma un “sì” e un “noi”».

Il libro racconta la storia di una donna nata nel 1940 che vive esperienze comuni a molte persone uscite dal suo milieu e dal suo moment: un’infanzia relativamente tranquilla negli anni della ricostruzione, la guerra conosciuta soprattutto attraverso le parole dei genitori e dei parenti, la tormentata scoperta adolescenziale del corpo, la gioventù, il matrimonio, la nascita dei figli, la separazione, una nuova pseudogioventù tardiva da single, con i figli ormai autonomi e lontani. Cresciuta nella Francia rurale, Ernaux diventa adulta in un paese che abbandona i modi di vita tradizionali, contadini e religiosi, e si trasforma in una società laica, edonistica e inurbata che vive per consumare merci. Come molti dei coetanei che appartengono al suo ceto (è un’insegnante), nel maggio del 1968 vive l’illusione di un nuovo inizio; come molti dei coetanei che appartengono al suo ceto, negli anni Ottanta confluisce in una nuova classe media perfettamente integrata nel sistema. Vive gli anni Novanta e gli anni Zero in un mondo che diventa globale e in cui la vita privata si scinde dagli eventi pubblici e questi ultimi prendono l’aspetto di meccanismi astratti (la governamentalità neoliberale), di conflitti incomprensibili (le guerre etniche degli anni Novanta) o di eventi televisivi (l’11 settembre 2001); vive con distanza e stupore la rivoluzione informatica prodotta dalla rete e il rinnovamento perpetuo imposto dalla tecnologia.

Sembra una trama autobiografica classica oltre che tipica. Ciò che la rende singolare è l’inversione del rapporto ordinario fra il primo piano soggettivo e lo sfondo impersonale. Negli Anni la superficie narrativa è occupata per due terzi dal milieu: dall’epoca, dalle forme della vita sociale, dai costumi, dal rapporto fra le generazioni e fra i sessi. Per raccontare l’ambiente che sta intorno e dentro le biografie, Ernaux dilata l’imperfetto di secondo piano col quale Flaubert aveva creato, come scrive Proust in un saggio famoso, un modo nuovo di vedere le cose, costruendo un universo narrativo in cui la vita scorre via come se i personaggi non avessero mai una parte attiva nell’azione. Ernaux se ne serve in modo estremistico e lo rafforza usando il pronome di prima persona plurale:

Non si pensava a valutare la propria posizione rispetto ai discorsi politici o a quanto accadeva nel mondo […]. Più eravamo immersi in ciò che dicevamo essere la realtà – il lavoro, la famiglia – più provavamo una sensazione di irrealtà. […]

Noi che fino ad allora ci eravamo schierati solo blandamente dalla parte dei lavoratori, che compravamo cose senza desiderarle davvero, ci riconoscevamo negli studenti poco più giovani che lanciavano sampietrini contro i poliziotti .

Eravamo passati all’anno 2000. A parte i fuochi d’artificio e un’ordinaria euforia urbana non era successo nulla di rilevante […]. Nulla cambiava, era solo strano dover scrivere un 2 al posto dell’1.

Negli Anni l’Impersonale (lo Zeitgeist, lo spirito oggettivo, l’abitudine, ciò che Heidegger chiamava das Man, il «si», ovvero ciò che «si fa» e «si dice») precede e sovrasta le scelte personali. Queste ultime accadono nelle lacune del testo, non vengono raccontate. Ernaux parte dal commento delle foto o dei video che la ritraggono in una certa stagione della vita, ma gli eventi decisivi che hanno dato forma a questa stagione restano negli spazi bianchi. Il passato non entra nel testo come Bildung, esperienza vissuta o intermittenza del cuore: entra come immagine irrelata, esposta in frasi nominali cariche di un’aura tutta privata («salvare / il balletto della automobiline nell’autoscontro di Bazoches-sur-Hoëne / la camera d’albergo in rue Beauvoisine, a Rouen, non lontano dalla libreria Lepouzé in cui Cayatte aveva girato una scena di Morire d’amore»), e più spesso come registrazione, documento, traccia. Il passato è monade lirica o lettera-morta (anzi, immagine-morta) che l’interpretazione a distanza prova a dotare di senso usando categorie storiche, sociologiche e antropologiche; sapendo però che fra la bambina, la ragazza o la donna registrate dal documento e colei che si rivede a distanza di decenni sussiste una relazione tenue o inesistente.

Pochi autobiografi hanno saputo raccontare così bene l’oggettiva inappartenenza della vita personale alla persona che la vive. Negli Anni il senso di spossessione è triplice perché riguarda la relazione col proprio passato, la relazione con gli altri e la relazione col proprio tempo. Della prima abbiamo già parlato: chi scrive fatica a riconoscersi nei mondi che rievoca o nelle immagini che rivede. Il rapporto con gli altri è sempre fragile: ripensando al suo ex-marito o ai figli a distanza di anni, la donna che prende la parola stenta a ritrovare ciò che queste persone hanno rappresentato. A un certo momento compare ciò che Ernaux chiama la «sensazione palinsesto», l’impressione che ogni nuovo incontro sia la replica di incontri simili avvenuti in passato, come se gli altri fossero differenze minime in una serie portata via dal tempo: i pranzi di famiglia e le feste comandate che scandiscono Gli anni, con i loro microeventi e i loro volti sempre diversi e sempre uguali, vogliono dire questo. Infine l’epoca di cui facciamo parte cambia senza che il cambiamento sia generato o governato da un soggetto politico. Se gli individui galleggiano nel collettivo e ne sono trascinati, anche il collettivo sembra privo di soggettività: più che essere prodotta, la storia accade. È interessante riflettere su come Ernaux racconti il cambiamento. La rivoluzione industriale e la rivoluzione francese fondano la nostra percezione del presente perché scandiscono l’emersione delle due grandi forze che in epoca moderna hanno generato storia: la tecnica come rivoluzione permanente della seconda natura e la grande politica come progetto utopico di una società nuova. Nel racconto di Ernaux la politica produce fiammate occasionali o accadimenti lontani, mentre è la tecnica che modifica l’ambiente e costringe gli individui a cambiare:

Non ci si capacitava di tutto il tempo risparmiato grazie al minestrone in busta, alla pentola a pressione, alla maionese in tubetto […]. Ci si meravigliava delle invenzioni che in un istante cancellavano secoli di gesti e sforzi. […]

Solo i fatti mostrati in televisione davano accesso alla realtà. Tutti avevano un televisore a colori. […]

Ci straniva il pensiero che, con i DVD e altri supporti, le generazioni successive avrebbero saputo tutto della nostra vita quotidiana più intima, dei nostri gesti, di come mangiavamo, parlavamo e facevamo l’amore, tutto sui nostri mobili e la nostra biancheria.

Alcune pagine degli Anni parlano di passioni politiche (il Sessantotto, l’elezione di Mitterrand), ma Ernaux non perde mai il proprio realismo, cioè il proprio scetticismo verso le speranze utopiche di cambiamento, e la consapevolezza che, in condizioni normali, fra la vita privata e gli eventi pubblici c’è un’assoluta separazione:

Tra ciò che accade nel mondo e ciò che accade a lei non c’è alcun punto di intersezione. Due serie parallele, una astratta di informazioni ricevute e subito dimenticate, l’altra di piani fissi. […]

Non c’era alcun rapporto tra l’occupazione quotidiana di ciascuno e quello che era successo a New York, se non che eravamo stati vivi nello stesso momento di quei tremila esseri umani che stavano per morire ma lo ignoravano fino a un quarto d’ora prima.

Lo stesso realismo emerge nel modo perentorio, disilluso e sempre brutalmente vero con cui Ernaux fissa il Volksgeist:

Gli ideali del Maggio si convertivano in oggetti e in intrattenimento. […]

Nel mondo le guerre seguivano il loro corso. L’interesse che suscitavano in noi era inversamente proporzionale alla loro durata e alla loro distanza, dipendeva più che altro dall’eventuale coinvolgimento di Paesi occidentali. […]

Informatici, segretarie o vigili urbani [figli di immigrati], in segreto si riteneva assurdo che si definissero francesi

Se Proust è il grande modello che l’autrice di un’opera come questa non può ignorare, il modello è assunto soprattutto per antifrasi. Mentre la Recherche cerca di rendere il proprium di una vita trattandolo come una materia ricca, piena di aura e di dettagli, Gli anni si fissano sulla serialità dei destini; mentre la Recherche si dilunga nelle sfumature perché racconta la vita di persone che socialmente si distinguono dalla massa, Gli anni narra le esistenze ordinarie di contadini inurbati e di membri della middle class postbellica, frequentatori di supermercati, pendolari sulla RER o sulle tangenziali; mentre la Recherche dura sette volumi anche perché il mondo di cui si parla merita che la scrittura rincorra le minime differenze di una sensazione o di un ricordo, Gli anni si chiudono in meno di trecento pagine perché alla fine tutto sembrerà identico, tutto sparirà.

La forza che domina e che permane è il tempo come puro divenire, metamorfosi senza telos, distruzione continua. Ernaux non cerca di recuperare l’illusio che anni prima l’ha spinta a credere in qualcosa o a agire in un certo modo: in questo senso Gli anni sono il contrario di un romanzo empatico, di un romanzo che cerca di ricostruire i mondi degli altri, o i mondi che noi stessi abbiamo creduto essere veri quando eravamo altri. Ciò che resta è lo sguardo analitico, riflessivo, gettato sull’Impersonale e la Stimmung elegiaca con cui Ernaux fissa alcuni dei suoi ricordi. Ciò che resta è un’immagine della condizione umana: l’esistenza impropria che stiamo vivendo è a tutti gli effetti la nostra vita; la accogliamo come se fosse solo nostra anche se sappiamo che non è così; cerchiamo di trovarvi una felicità e un senso momentanei; vorremmo salvarla dal tempo perché è tutto ciò che abbiamo.

Annie Ernaux
Gli anni
Traduzione di Lorenzo Flabbi
L’orma, 2015, 276 pp.
€ 16

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