Ginevra Bria

Nel II secolo A. C., Ipparco di Nicea, decise di suddividere le stelle in base alla loro luminosità. Ipparco misurava gli astri in grandezze (con lo stesso significato di magnitudo, che deriva dal latino) non solo perché, secondo le idee vigenti, si riteneva che le stelle più brillanti fossero fisicamente più grandi, ma anche perché queste sulla retina dell’occhio producessero un’immagine di maggiori dimensioni. La scala così concepita, tramandataci da Tolomeo, non era del tutto arbitraria, poiché rispettava le sensazioni della nostra vista, che sono di tipo logaritmico e non lineare. La magnitudine apparente (m) di un corpo celeste sovverte le analisi empiriche di Ipparco, essendo diventata oggi una misura della sua luminosità rilevabile da un punto di osservazione, di solito la Terra. Il valore della magnitudine è stato corretto in modo da ottenere la luminosità che l'oggetto avrebbe se la Terra fosse priva di atmosfera. Maggiore è la luminosità dell'oggetto celeste minore è la sua magnitudine.

Seguendo l’inversione proporzionale di un rapporto che regola la distanza della visione dalla sua risultante fenomenologica, si potrebbe definire, allo stesso modo, il legame tra l’oggetto pittorico di Agnes Martin (1912-2004) e la reclusione, la perdita nel dolore dell’ego narrante. Due dimensioni, due unità di misura che si incontrano strusciandosi sulla retina dell’occhio producendo, comunque sia, un’immagine di sempre maggiori dimensioni. Martin è la protagonista della mostra attualmente in corso alla Tate Modern fino all'11 Ottobre. Si tratta della più importante retrospettiva nel Regno Unito dal 1994, dedicata all'opera dell’artista canadese, naturalizzata americana.

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Agnes Martin, Untitled 1977 - Photograph courtesy of Pace Gallery - © 2015 Agnes Martin / Artists Rights Society (ARS), New York.

La mostra copre l'intero arco della sua carriera artistica sin dalle prime, e meno note, sperimentazioni con diversi materiali che vanno dalle forme biomorfe all'astrazione formale con le affascinati tele realizzate con griglie e strisce, divenute poi il suo segno distintivo. Il percorso è suddiviso in undici gallerie all’interno delle quali è affrontato, con estrema, archeologica dovizia, un tema e un periodo diverso della sua carriera. Per la prima volta, pubblicamente, sono state serrate le une affianco alle altre le composizioni geometriche dei primi anni Sessanta che portarono alla definizione delle note griglie quadrate di Martin nei dipinti: The Island, Friendship e A Grey Stone (Galleria n. 4); mentre nelle sale 8 e 9 troviamo alcune variazioni sul tema delle griglie geometriche con linee e fasce nelle tonalità del grigio o del bianco, tracce della grande fascinazione subita dall’artista nei confronti della filosofia e spiritualità asiatiche.

Senza la consapevolezza della bellezza, l'innocenza e la felicità, scrisse, non si possono creare opere d'arte. Spesso associata al minimalismo, amava considerarsi un'espressionista astratta. Attraverso continue ricerche, riflessioni e studi, influenzati anche dall'arte e dalla filosofia orientale, arrivò a elaborare un linguaggio di scoperta, più che di mera ricerca, trascendente. Nei suoi dipinti, attraverso griglie composte da segni lineari, sottili linee a matita disegnate a mano con leggeri tratti di colore pallido o, invece, luminose fasce cromatiche, propone sottilissime modulazioni di spazio, di luce, di colore dal potere apotropaico.

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Agnes Martin, Happy Holiday 1999 - Tate / National Galleries of Scotland © estate of Agnes Martin.

La mostra rappresenta una panoramica dell'intera vita artistica di Agnes Martin, ponendo una particolare attenzione alle opere e alle sperimentazioni dei primi anni e a quelle degli ultimi decenni della sua carriera, caratterizzati da straordinari dipinti visionari. Alla fine del percorso sono esposte le sue ultime opere, più piccole e delicate, in cui compaiono anche alcuni lavori su carta.

Agnes Martin ha vissuto e lavorato a New York, diventando una figura chiave nella scena artistica del dopoguerra, unico riferimento femminile in un gruppo di astrattisti, tra il 1950 e 1960, prevalentemente maschile. Una pittura influenzata anche dai suoi viaggi negli Stati Uniti e in Canada, che l'hanno portata poi a stanziarsi in New Mexico, come Mark Rothko, DH Lawrence ed Edward Hopper avevano fatto prima di lei.

Un giorno nel 1961 la pittrice fu trovata in uno stato catatonico a girare per le strade di New York. Poi fu portata in ospedale e le fu diagnosticata la schizofrenia che intermittentemente la afflisse fino alla fine dei suoi giorni. Forse non è mai un atto legittimo, autentico, speculare sul lavoro di un artista rileggendo la sua biografia alla luce delle sofferenze vissute. Ma nel caso di Martin, la conoscenza della sua malattia mentale trasforma il nostro comprendere, il nostro sentire di fronte ai suoi dipinti, creando uno strano effetto, un riflesso, forse di magnitudine apparente. Quando si considera i suoi classici dipinti proto-minimalisti degli anni Sessanta caratterizzati da velature cromatiche, sottili come fantasmi e dall’utilizzo di elementi minuti, ripetuti all’interno di una griglia spesso tremula, disegnata dal centro di una tela squadrata, riquadrata con infiniti tratti di matita, ci si avvicina con coscienza ad un universo ascetico e misurato, decifrando l’epitome del controllo celebrare del sé.

Martin, Agnes (1912-2004): Friendship, 1963. New York, Museum of Modern Art (MoMA)*** Permission for usage must be provided in writing from Scala.

Agnes Martin, Friendship 1963 - Museum of Modern Art, New York © 2015 Agnes Martin / Artists Rights Society (ARS), New York.

Dozzine di tele bianche riempiono il cuore della retrospettiva. The Islands I-XII del 1979 si staglia sospeso da un’’illusione, su una parete leggermente rosata, sprigionando tranquillità. Più lo si guarda, più si ammirano sottili variazioni. Bande bianche, leggere si alternano a fasce più spesse, formando sviluppi chiari e scuri. Suddivisi in larghi pannelli di luce ed ombra, si trasformano entrambi in riflessi meticolosi, luminosi, attraverso profondità che solo lentamente si dispiegano. Come se l’artista, osservando con attenzione, avesse deciso di dipingere la superficie di uno specchio rivolto ad un mondo che solo lei poteva scorgere.

Fra le pareti bianche della Tate Modern la retrospettiva, a sua volta, nuovamente, immacolata si presenta come un elemento rivelatore. Qui l’esteso e intricato tessuto di opere appare così occupato dalla forza intrinseca della propria esistenza che i dipinti sembrano emergere direttamente dal fondo di una pace raggiunta come una conquista, contro imprescindibili discese della mente. Come conseguenza di questo raggiungimento, la sua pittura, che inizialmente può apparire impersonale o anche meccanica, diventa molto più umana e coinvolgente. L’astrazione geometrica fredda della Martin è continuo dispiegamento di ali.

Nata nel mezzo delle praterie erbose del Canada, l’artista si è rivolta all’arte relativamente tardi, all’età di trent’anni, studente alla Columbia University di New York. Durante gli anni Cinquanta i suoi dipinti si trovarono in dialogo con moderni come Klee e Mirò. Untitled (circa 1955), ad esempio, è ricolmo di forme biomorfiche che galleggiano in un fluido senza superficie e senza nemmeno fondale. Un ovale triangolare nero posto sullo sfondo potrebbe essere assimilato ad una vagina, mentre una stella dipinta velocemente in cima richiama la parte anatomica, una mano, ad esempio dell’anatomia di un amante.

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Agnes Martin, Untitled #3 1974 - Des Moines Art Center, Iowa, USA. © 2015 Agnes Martin / Artists Rights Society (ARS), New York.

Un altro lavoro senza titolo, dello stesso periodo, contenente più liriche, longilinee forme, mantiene un debito con Arshile Gorky, pioniere dell’Espressionismo astratto. Martin, infatti, è spesso considerata il pivot dell’Espressionismo Astratto e l’iniziatrice di una nuova tendenza del Minimalismo, mosso all’interno di un loft nel quale si cucivano vele, in un distretto della bassa Manhattan. Qui lei fraternizzò con una generazione di artisti più giovani come Jasper Johns, Ellsworth Kelly e Robert Rauschenberg che modificarono l’approccio al suo lavoro. Poi cominciò a sperimentare forme geometriche e pattern ricorsivi come Buds del 1959, mentre The Heavenly Race (Running) appare come un diagramma retro-fasciato, ma evoca anche le ali piumate di un volo immaginario.

Appena iniziati gli anni Sessanta, Martin diede espressione ad uno stile più maturo, costruendo composizioni ottenute da griglie disegnate a mano, come un mantra. Friendship (1963) si presenta come un largo pannello di foglie d’oro incise per produrre una griglia di sottili rettangoli scintillanti, scranno sontuoso come un muro di icone religiose. Morning del 1965 coinvolge, invece due griglie che si compenetrano, una disegnata in grafite e l’altra in matita rossa, su campo bianco. L’effetto complessivo è sorprendentemente potente, mentre nel dettaglio l’accenno al rosso evoca la prima sfumatura dell’alba, a stento contenuta dalla linearità. Come spesso succede nel lavoro di Martin, tutto comunque, sorge, infatti, allo stesso tempo luminoso, pallido e rigorosamente deviante.

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