Alfredo Giuliani

Wallace Stevens, il più raffinato poeta statunitense del Novecento, il più schivo, quello dalla vita più borghese e defilata, il poeta apparentemente più astratto, pensoso e impenetrabile, gode oggi, a quasi quarant’anni dalla morte, di una magica presenza. Ho sentito più di un americano, con tutto il rispetto per Ezra Pound e per T.S. Eliot, dire: «è il più grande»; sebbene alcuni continuino a giudicarlo un «poeta per poeti» (la stessa alta ma restrittiva opinione che Majakovskij aveva di Chlebnikov).

Il suo capolavoro giovanile, il poemetto Mattino domenicale, diventò famoso (tra quattro gatti letterati) fin dalla sua apparizione in rivista, credo nel 1914. La cosa sorprendente non è che Mattino domenicale sia diventato sempre più noto, ma che sia talmente un valore in corso che uno scrittore popolare può permettersi di citarne i memorabili versi d’apertura, per bocca del suo protagonista, in un romanzo d’azione. Questo è accaduto a Robert B. Parker, epigono di Chandler, nel «giallo» Pallidi re e principi, uscito nel 1987 e puntualmente pubblicato da Mondadori l’anno dopo. Ve l’immaginate un qualche nipotino del nostro Ciccio Ingravallo recitare, in un momento opportuno, un celebre passo da Ossi di seppia? Sarebbe possibile, ma non mi risulta. Teniamo in mente che l’investigatore di stampo chandleriano è un eroe mitico (e che Parker è laureato in lettere).

Alcune qualità conferiscono alla poesia di Stevens una crescente resistenza al tempo: calma lucentezza, ispirazione pittorica, sottigliezza di intenso rinnovamento che animava la fine del XIX e il principio del XX secolo (era nato nel 1879 a Reading in Pennsylvania). A differenza di Pound e Eliot, pressappoco suoi coetanei, poco inclini verso la grande poesia romantica inglese, Stevens da giovane ne fu attratto, così come fu ovviamente influenzato dai decadenti francesi. L’originalità di Stevens fu di togliere ai romantici l’aura decorativa e allegorica, ai decadenti l’aura simbolista. Finì con l’interpretarli attraverso l’arte di Cézanne, dei pittori cubisti e fauves (più Matisse che Picasso). Credo che per tutta la sua vita di scrittore, che durò fino a pochi mesi dalla morte (avvenuta nel 1955), Stevens abbia perseguito uno stile di metafore fluttuanti in un perpetuo mutamento, in modo che nessuna di esse potesse diventare ineluttabilmente simbolo, ovvero segnale di qualche altra cosa più o meno indefinibile. Ma negli ultimi anni volle denudare e scarnire le metafore, per cogliere direttamente il senso del mutamento. Il suo problema era di suonare le cose come sono, sapendo che nella poesia le cose come sono cambiano, sorprese dall’immaginario. È questo il tema di un altro capolavoro della maturità del poeta, il poemetto L’uomo dalla chitarra azzurra apparso nel ’37.

Negli Adagia, breviario di massime o credenze a volte tratte dalle sue stesse poesie, possiamo cogliere ciò che Stevens più amava di pensare: che poesia è sperimentare e immaginare, è ricercare l’inesplicabile, è aggiungere un senso (non un significato) all’esperienza della realtà contro la sventura, poesia è un fagiano che scompare nella macchia. Ecco il punto, che è insieme romantico e moderno: la stessa natura fa poesie per proprio conto, orride o sublimi, fa la terra, fa i corpi, che sono poesie grandi, e fa la loro morte. Il poeta arriva alle parole proprio come la natura arriva ai rami secchi (e forse sarebbe meglio intendere comes to del testo nel senso del disusato francese aboutir: sbocca nelle parole, sbocca nei rami). Risultato fatale, sebbene il poeta cerchi di portare la vita dentro la poesia; e la vita è un processo che elimina ciò che è morto. Il linguaggio del poeta oltrepassa il paradosso della distruzione, crea una precaria natura parallela. È votato all’astrazione, eppure insiste che le parole siano esattamente le cose che vogliono rappresentare.

Insomma: La teoria della poesia è la teoria della vita.

Nella raccolta intitolata Transport to summer (letteralmente Trasporto per l’estate) del 1947 c’è una poesia – Uomini fatti di parole – che forse è il caso di citare:

Che potremmo essere senza mito del sesso,
sogno a occhi aperti o poesia della morte?
Evirati cantori di pappa lunare –
Vita consiste di asserzioni sulla vita. Fantasticheria è solitudine,
qui combiniamo le proposizioni strapazzate dai sogni,
da tremende fascinazioni di sconfitte e dalla paura
che sconfitte e sogni siano una sola cosa.
L’intera umanità è un poeta che annota le stravaganti asserzioni del destino.

Questa è, appunto, una poesia teorica, non tra le più affascinanti di Stevens, ma utile per capire da quali limiti o tradizioni era sorretto quando non andava a caccia di fagiani (di immagini da uccellare) quando pensava le cose come sono e non era incantato dalle sorprese dell’immaginario.

Tradurre Stevens è operazione delicata e spesso frustrante. Richard Ellmann in un saggio del ’57 raccolto in Fluidofiume (Leonardo) osservò che il poeta «scriveva in inglese come se fosse francese». Ora, tra le massime degli Adagia, c’è una dichiarazione personalissima: «Francese e Inglese costituiscono un’unica lingua».

Forse si capisce meglio tale strana asserzione aggiungendo che per Stevens gli americani non hanno una «sensibilità britannica». Nadia Fusini, che qualche anno fa pubblicò una versione del poema Note verso la finzione suprema (Arsenale), opera del 1942, parlò nell’introduzione di uno spaesamento in cui cade dapprima il lettore-traduttore. Sembra che l’ultima referenza, dice Fusini, «non sia più lì, nell’inglese», la sostanza sonora del testo accenna «a una sorta di ecumenismo delle radici e delle fonti». Il fatto è che Stevens, pur non avendo mai dimorato in Europa, è molto più intimamente europeizzante di Eliot e di Pound. Mi ricordo quanto mi intrigò leggere la prima volta Stevens nel volume einaudiano Mattino domenicale e altre poesie di Renato Poggioli, che risale al 1954. Più o meno nello stesso periodo lessi, tradotte da Glauco Cambon (ma senza testo a fronte), Note verso una suprema finzione. Nei primi versi di Mattino domenicale l’autore ambienta la situazione e disegna uno stato d’animo. Ne deduciamo che lei quella mattina s’è compiaciuta di far tardi, non è andata in chiesa, e per un po’ si sente a suo agio, come se l’angoscia cristiana del rito della messa («sacrificio e resurrezione») si fosse dissipata. Ma poi comincia un intenso dialogo di toni alti, tra lei e lui, pro e contro la religione. L’attacco era stupendo:

Complacencies of a peignoir, and late
coffee and oranges in a sunny chair,
and the green freedom of a cockatoo…

Poggioli traduceva «Lusinghe di vestaglia»; bello ma una forzatura, si attribuiva al peignoir un atteggiamento compiacente di colei che lo indossa. In seguito un altro traduttore cercò di cavarsela con un calco: «Compiacimenti del peignoir». Ora, il carattere particolare di quell’attacco è nell’uso deliberato di due parole inglesi di stampo francese, e lo stretto accostamento produce un effetto irriproducibile in italiano. C’è uno squisito tocco d’ironia e il senso potrebbe almeno essere salvato tenendo presente una versione in prosa, un tantino interpretativa, che suonerebbe così: «Lo stare bella comoda in vestaglia, e a mattina inoltrata caffè e arance nella poltroncina soleggiata, e la verde libertà d’un pappagallo, si mescolano sul tappetino a dissipare il santo silenzio del sacrificio antico». Verrebbe quasi di chiosare: il «santo zittio che assiste al sacrificio antico», perché il poeta usa la parola hush (un silenzio che interviene, accade, una soppressione del suono o rumore).

Ho presentato un esempio forse fin troppo semplice e scoperto forse appena, sufficiente a far sospettare quanto sia disagevole voler catturare Stevens in italiano. Dico ora, a scanso di equivoci, che l’antologia di Poggioli, benché piuttosto smilza, è eccellente e contiene alcuni testi capitali (oltre che ha il merito di essere stata la prima in Europa); solo che Poggioli cedeva ogni tanto a qualche forzatura perché voleva dare una cadenza ritmica, un tono poetico alla sua versione. Parecchi anni dopo l’antologia einaudiana sono comparsi quattro volumi del poeta americano: il già ricordato poema Note verso una suprema finzione, i saggi L’angelo necessario (Coliseum), e due raccolte di poesie. L’una curata da Massimo Bacigalupo (con un pregevole e utilissimo commento) è Il mondo come meditazione (titolo dell’editore italiano), comprendente le poesie scritte dal 1950 al 1955, anno in cui Stevens morì, e l’ha pubblicata Acquario-Guanda nel 1986. L’altra è Aurore d’autunno uscita ora da Garzanti a cura di Nadia Fusini, che riproduce interamente l’omonimo volume apparso negli Stati Uniti nel 1950. Sicché noi abbiamo in italiano, e col testo a fronte, le opere poetiche degli ultimi otto-nove anni, ossia del periodo in cui il vecchio Stevens, anziché perdere le energie, toccò nuovi apici di grandezza. Avendoli ora entrambi poco importa che siano usciti sfasati rispetto alla cronologia: i testi dei due libri vanno sicuramente letti come un discorso lirico continuo. Bacigalupo se n’è reso conto collocando in apertura del suo volume l’ultima poesia di Aurore. E l’insieme è davvero straordinario, sebbene non di rado assai arduo. Se non riuscite a sintonizzare bene, l’ascolto può essere tedioso. Aurore d’autunno non include un puntuale commento alle singole poesie, che non avrebbe guastato. Il lettore deve contentarsi di un’estesa e pregnante prefazione, che reca parecchie osservazioni acute ma poco soccorso per entrare nei tanti particolari oscuri dell’elucubrare poetante del vecchio Stevens. Descrivendo il rimuginare errabondo e incoerente, il tono piano e vibrato sui bassi di questo libro, Fusini dice con bella intuizione che Stevens ha inventato lo stile del suo umore autunnale, ricco e triste ma sereno: un umore postumo. Eppure, affermare che «qui si spegne una delle opposizioni fondamentali alla sua poesia, l’opposizione tra realtà e immaginazione» suona un po’ fuorviante. Se è vero che questo è uno strano «poema della terra», dove è totale l’accettazione del dramma e dell’indifferenza della natura, è anche vero che qui in effetti l’immaginario si scatena in un delirio di irrealtà, un delirio calmo, ragionante, stravolgente.

L’immanenza in cui si muove Stevens è mitologica, fantasmatica. «Il colore smemorato dell’autunno» è popolato di forme arcaiche, «giganti del senso». E il poeta è sempre più sicuro delle sue più radicate convinzioni: che l’irrealtà rende più acuta la realtà, che il linguaggio della poesia (la lingua della verità) non può decidere tra il dire le cose come sono e il riconoscersi «una natura che crea se stessa in ciò che dice». A me sembra che Stevens qui non abbia spento l’opposizione tra realtà e immaginazione, ma l’abbia piuttosto confusa e resa ancora più inafferrabile. Se la realtà è un teatro galleggiante tra le nuvole, nuvola esso stesso, anche se di roccia mista a nebbia, con montagne correnti come l’acqua, onda su onda, tra onde di luce. È nuvola trasformata in nuvola trasformata ancora, pigramente, come la stagione cambia di colore senza scopo, salvo lo spreco di sé nel cambiamento, e l’uomo delle aurore polari vede «il colore del ghiaccio e del fuoco e della solitudine», non può esserci pacificazione, la conclusione (il denouement dice Stevens) è rimandata. Non sarà piuttosto che il poeta, e qui è il sublime dell’impresa, vuole restituire quella opposizione all’innocenza? Stevens sembra identificarsi con l’infallibile genio vitale, il «congegno dello spettro delle sfere» che realizza i propri pensieri grandi e piccoli: Tra questi infelici egli pensa a tutto, ai fortunati e agli sventurati, come se vivesse tutte le vite, per conoscere, in cupi androni, non silenti paradisi, nello scontro di vento e di maltempo, in queste luci simili a una vampa di paglia estiva, nel taglio dell’inverno.

Con Aurore d’autunno comincia una irreparabile ricapitolazione. Qui c’è il serpente incorporeo, «pelle che lampeggia su bramate sparizioni», repellente e indeterminata forma maligna del destino «che s’ingozza avida d’informe». E c’è «l’angelo della realtà» che è un uomo della mente, e chi lo accoglie e lo guarda negli occhi «vede di nuovo la terra». C’è la memoria «che staziona alla nostra fine» ed è «un re come candela accanto al nostro letto». Qui c’è «il senso che eccede la metafora» e può rivelarsi in un istante. C’è «che il reale e l’irreale sono due in uno». La ricapitolazione di Stevens prosegue infaticabile nelle ultime poesie raccolte nel Mondo come meditazione. Mi limito a citare dal Soliloquio finale dell’amante interiore l’inizio e le terzine conclusive:

Accendi la prima luce della sera,
come in una stanza in cui riposiamo e, con poca ragione,
pensiamo il mondo immaginato è il bene supremo.

[…]

Entro il suo confine vitale, nella mente,
diciamo Dio e l’immaginazione sono tutt’uno…
quanto in alto l’altissima candela irraggia il buio.
Di questa luce stessa, della mente centrale,
facciamo un’abitazione nell’aria della sera,
tale che starvi insieme è sufficiente.

Questo poeta non è mai andato in pensione. A settantacinque anni era ancora uno dei vice-presidenti della grande compagnia di assicurazioni nella quale era entrato, procuratore legale, nel 1916. La roccia inalterabile del lavoro, il senso ordinario delle cose, e la coltivazione dell’immaginario richiedevano la stessa cura, e si salvavano insieme.

la Repubblica, 30 luglio 1992

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