Massimo Bacigalupo

Da alcuni anni ho sulla scrivania il volume rilegato dei Collected Poems di Wallace Stevens, con sulla copertina la fotografia di quel massiccio (in tutti i sensi) poeta: braccia incrociate, camicia a righe, cravatta scura e gilet, capelli bianchi tagliati corti, faccia volta a sinistra verso la fonte della luce. Il ritratto fu realizzata dalla fotografa Sylvia Salmi nel 1948 e fu utilizzato nell’edizione originale di queste «poesie raccolte», curata dall’ottimo editore Alfred Knopf per il settantacinquesimo compleanno di Stevens. Infatti il volume, che ebbe il Premio Pulitzer, comprende le sei raccolte da lui pubblicate, sempre presso Knopf, dal 1923 (Harmonium) al 1950 (The Auroras of Autumn), con l’esclusione di qualche testo e l’aggiunta in fondo di una sezione di poesie nuove, sotto il titolo The Rock. È un volume ragguardevole, inesauribile se vogliamo, data la notoria complessità e linearità del percorso di Stevens. Alcune poesie sono di pochi versi, altre occupano decine di pagine. Di salito sono divise in strofe regolari, con un uso parco ma importante della rima. E ogni testo è un piccolo scrigno che non si finirebbe di investigare.

Dunque questo libro e questa immagine canonica e rassicurante dell’anziano ma benportante poeta-dirigente mi ha accompagnato per lungo tempo. Infatti, dopo aver curato fin dal 1986 varie traduzioni di Stevens, iniziando dalla sua ultima produzione (Il mondo come meditazione) e fornendo un’antologia complessiva in un «Millennio» Einaudi di XXXVIII+699 pagine (Harmonium. Poesie 1915-1955), uscito nel 1994, a cinquant’anni dunque dai Collected Poems, ho proposto alla redazione dei «Meridiani» Mondadori di completare l’opera curando un Meridiano di Tutte le poesie, che dovrebbe uscire entro l’estate del 2015, a sessant’anni dalla morte del poeta. Dissi a Renata Colorni, che cura da anni i «Meridiani», che così facendo ci saremmo fatti un monumento e guadagnato se non altro la gratitudine dei posteri... Sarà così?

In realtà il lavoro si è rivelato lungo e pesante, ma non ingrato. Si trattava per me di tradurre e annotare tutte le poesie non incluse nel «Millennio» Einaudi, circa una metà dell’insieme, e di rivedere le traduzioni fatte negli anni precedenti, soprattutto quelle del «Millennio», meno «rodate» di quelle del Mondo come meditazione, volume che essendo disponibile oggi in edizione paperback (Guanda) ho avuto occasione di riprendere in mano e rivedere e ho usato anche con i miei studenti genovesi di letteratura americana. D’altra parte è un peccato che il «Millennio» del 1994 non sarà presumibilmente più disponibile, e che tutto il lavoro che esso rappresenta resti accessibile solo ai non molti presumo appassionati che ne cercheranno una copia in biblioteca. Fra l’altro c’erano delle bellissime illustrazioni. Un’amica poeta, Elena Salibra, mi ha detto che è riuscita a pescare una copia in un qualche magazzino regionale dell’editore. Una caccia al tesoro...

Comunque nella nuova edizione tutto sarà rimesso in gioco, con fatica mi auguro fruttuosa. I «Meridiani» infatti sono una delle collane più attentamente curate in Italia. In questi giorni (novembre 2014) ho sotto gli occhi la prima bozza di tutte le traduzioni con l’originale a fronte, e vado correggendole tenendo conto delle osservazioni di Anna Ravano, a cui è stata affidata la revisione. Anna è una lettrice molto attenta, già responsabile in parte dei «Meridiani» di Sylvia Plath, Ted Hughes e del futuro «Meridiano» Seamus Heaney. Mi ha mandato dei file con suggerimenti e correzioni, di cui tengo sempre conto, comunque rivedendo, in taluni casi conservando la mia versione se mi pare giustificata.

Per esempio ieri rileggevo la bozza di Connoisseur of Chaos, una poesia impegnativa del 1938, già inclusa nel «Millennio» del 1994. Proprio in questo momento mi accorgo che nel titolo Connoisseur è al singolare, mentre a p. 369 della bozza (e nel vecchio Millennio) ho tradotto al plurale Conoscitori del caos; infatti ero sempre inconsciamente convinto che il titolo originale leggesse Connoisseurs. Anna non mi ha segnalato la discrepanza, immagino abbia pensato a una scelta voluta. E invece correggo subito perché il singolare è importante e anticipa con precisione la conclusione del poemetto:

The pensive man... He sees that eagle float
For which the intricate Alps are a single nest.

L’uomo pensoso... Vede librarsi quell’aquila
per cui le Alpi intricate sono un nido solo.

È costui il «conoscitore del caos» che come l’aquila trova l’unità nell’accettazione del molteplice. Però... Però la traduzione potrebbe essere migliorata? Se scrivessi, meno letteralmente ma altrettanto chiaramente: «Vede librarsi l’aquila»? E nel secondo verso «sono un nido solo» potrebbe essere reso meglio con «sono un unico nido», «sono un singolo nido»? Probabilmente mi era piaciuta l’assonanza sono-solo. Si tratta di chiudere, di dare un senso di finalità... Credo che lascerò l’ultimo verso come sta, ma metterò «l’aquila», che senza il dimostrativo (mero calco dell’inglese) isola di più e rende più emblematica l’immagine regale.

Ma citavo Conoscitore del caos (ecco il titolo giusto) per dare un esempio del dialogo con Anna Ravano. C’è un tipico verso epigrammatico nella terza sezione-strofa, tradotto come segue:

The squirming facts exceed the squamous mind.

I fatti sciamanti eccedono la mente squamosa.

Ravano mi ricorda in margine che «squirm = To wriggle or writhe» (strisciare, torcersi), si dice forse dei vermi; e corregge senz’altro: «I fatti sfuggenti». Ha ragione per quanto riguarda il senso letterale, ma sfuggenti mi sembra una parola troppo abusata, e poi si perde l’allitterazione squirming-squamous, a cui si deve la memorabilità del verso-apoftegma. Dunque penso che conserverò sciamanti, che include in qualche modo sfuggenti ma mantiene almeno in parte l’allitterazione. I fatti sfuggono perché si muovono e volgono con rapidità, come uno sciame o «le file di rosse formiche / ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano / a sommo di minuscole biche». Squirm ha a che fare con vermi e animali minuscoli, anche per questo sciamanti in fondo è una scelta giustificabile. Che cosa poi Stevens intenda per mente squamosa è un’altra faccenda.

Conoscitore del caos è una poesia celebre per il suo inizio sillogistico. Cito la traduzione da p. 369:

A. Un ordine violento è un disordine
B. Un grande disordine è un ordine.
È la stessa cosa. (Pagine di illustrazioni.)

E vedo che nella bozza il punto è stato messo fuori dalla parentesi: anche queste piccolezze contano e sciamano ed eccedono la mente squamosa (ieri infatti quando ho corretto non me n’ero accorto). (Preferisco all’americana il punto dentro la parentesi.) Per lo sviluppo di queste stravaganti affermazioni iniziali rimando il paziente lettore al seguito del testo, alle «illustrazioni». Intanto però avrà visto che la poesia di Stevens è assai particolare e originale, e include una continua riflessione e autorappresentazione, che però conduce al Paradiso Ritrovato (come lo chiamava Milton): l’aquila per cui le Alpi sono un nido solo.

Ora moltiplicate questi «fatti sciamanti» per mille e più pagine fra testo e note, e capirete che genere di impresa sia questo Meridiano di Tutte le poesie di Wallace Stevens. Disperante. La traduzione e il commento sono comunque degli strumenti, per cui la scelta felice e definitiva (impossibile) di una certa resa conta relativamente. Certo, non si vuole ingannare o deludere il lettore con una versione sciatta, ma si sa che il lavoro che gli si presenta è un tentativo, un’approssimazione che tuttavia si spera possa dargli modo di affrontare e godere questo grandioso e difficilissimo fra tutti i poeti del Novecento. Coraggiosa anche la redazione dei «Meridiani» a mettere in cantiere questo progetto gigantesco. Per fortuna ha le spalle robuste. Ci sarà poi un riscontro, un dialogo con i lettori su questo che dopo tutto è un classico acclamato del secolo scorso?

Leggere e tradurre Stevens rimane un’impresa esaltante e corroborante, ma egli è sempre stato un poeta per pochi, per «conoscitori del caos». Forse però questi sono più numerosi di quanto si pensi. Sono tutti i lettori forti, di poesia e tutto il resto. Perché poi per Stevens il «resto» è il mondo, è questo che gli preme far conoscere con gli strumenti unici e indispensabili da lui messi a punto. Vivere per diversi anni con il poeta-dirigente in giacca e cravatta sulla scrivania è stata per me un’esperienza confortante. I suoi testi di grande nitore e fulgore sono qualcosa a cui tornare con fiducia, anche se sempre alle nostre domande risponderanno con altre domande.

novembre 2014

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