Francesca Gallo

Il Centro Studi Archivio della Comunicazione è entrato in una nuova fase di sviluppo, negli spazi magnifici della Abbazia di Valserena – forse quella dove Stendhal ambienta La certosa di Parma – a Paradigna, in mezzo alla campagna parmense che un tempo doveva essere la fonte di approvvigionamento della comunità monastica.

Oggi un’altra comunità si ritrova in quei luoghi e lo CSAC si nutre di ben altre energie. Fondato da Arturo Carlo Quintavalle all’inizio degli anni Settanta, per dare continuità alle prime mostre di arte contemporanea ospitate nel Palazzo della Pilotta alla fine del decennio precedente, con il tempo ha definito la propria fisionomia qualificandosi come una delle prime realtà italiane interessate alla fotografia, sia di ricerca che documentaria, e aprendo poi alla grafica pubblicitaria e al fumetto, al design e all’architettura, alla moda. Un progetto ambizioso e lungimirante, fondato su un’idea di cultura contemporanea capace di comprenderne tutte le diverse articolazioni, senza gerarchie di generi e prodotti, ma tenendo al centro l’immagine. Un approccio che, dalle premesse di Roland Barthes, per certi versi precorre quelli che oggi si identificano nei visual studies.

Negli anni, la funzione archivistica era diventata preponderante rispetto a quella espositiva e pertanto si potevano solo consultare documenti, foto o oggetti sapientemente conservati. Lo CSAC era diventato un luogo di accesso un po’ elitario, a dispetto dell’idea di cultura così aperta e inclusiva, da tenere assieme arte e comunicazione, appunto.

Luigi Ghirri, Infinito, 1974 (500x307)

Luigi Ghirri, Infinito, 1974.

Nel giro degli ultimi due anni, però, molte cose sono cambiate: il progetto di riqualificazione degli spazi, diretto da Carlo Quintelli, ha definito gli ambienti per la foresteria, la caffetteria, la didattica. Mentre sia la chiesa, sia la sala ipogea e quella delle colonne, sia i cortili sono destinati all’esposizione di opere d’arte contemporanea, secondo l’allestimento suggestivo e comunicativo insieme, diretto da Vanja Strukelj e Francesca Zanella (attuale neo presidente dello CSAC). La sfida di questa rinascita, infatti, è rendere in maniera interessante e chiara la natura dei materiali lì conservati, esplicitando il nesso – ad esempio – fra edifici realizzati, da un lato e maquettes e progetti donati dagli architetti, dall’altro; tra disegni per le collezioni di abiti, vestiti e riviste dell’alta moda; o, ancora, fra illustrazione da una parte e giornali satirici e fanzine dall’altra.

Il risultato è che, girovagando nei diversi ambienti, si ha una sensazione molto forte di stare circumnavigando un grande iceberg della cultura contemporanea, di cui una piccola parte è in mostra e il resto si trova in cassettiere, scaffalature, depositi vari all’interno del medesimo complesso. Questo patrimonio è non solo disponibile agli approfondimenti dello studioso, ma anche alla curiosità del profano, dato che i materiali saranno esposti a rotazione, non solo per motivi conservativi, ma anche per dare conto dell’estrema ricchezza e varietà delle collezioni.

La mission dello CSAC, infatti, sembra essere cresciuta all’ombra di un rinnovato umanesimo, in cui arti applicate, tecniche e arti maggiori sono intese non come campi separati, quanto piuttosto come vasi comunicanti, attraverso i quali la creatività passa grazie a figure spesso dall’identità sfaccettata, come ad esempio Mario Sironi o Enzo Mari. Se del primo si può ammirare un cartone e diversi disegni, nonché studiare bozzetti e documenti; del secondo si possono cogliere le fasi della progettazione dal disegno all’oggetto in serie o unico. Attualmente, infatti, la sala delle colonne è destinata all’esposizione di piccoli nuclei tematici – l’arte programmata o la pop italiana – in rapporto diretto con documenti ugualmente accessibili. Una soluzione semplice ed efficace che suggerisce percorsi di lettura e approfondimento da costruire attorno al singolo oggetto. Un modello museale quindi distante da quelli che puntano sul singolo pezzo, che assumono l’isolamento estetico come metafora del valore artistico.

Giulio Paolini, Early Dynastic, 1971, 9 colonne cm 121x29x29 + 9 colonne cm 61x16x16, PVC e legno, A002366S_764 (500x430)

Giulio Paolini, Early Dynastic, 1971.

Se in rete è possibile conoscere la natura dei fondi conservati, progressivamente si sta procedendo alla schedatura completa di donazioni come quelle di Ignazio Gardella e di Marcello Nizzoli, della Sepo e di Armando Testa per la grafica pubblicitaria, e di altre provenienti da Publifoto, Luigi Ghirri, Gabriele Basilico e Mario Cresci, ancora per esemplificare.

Tra le eccellenze, probabilmente la sezione dedicata alla fotografia e quella dell’alta moda (in mostra abbiamo il prêt à porter) rappresentano dei casi molto rari in Italia, paese in cui l’interesse per questi settori creativi si è radicato a fatica. Soprattutto per la moda, lo CSAC è uno dei pochi archivi pubblici, e pertanto di facile accesso, in una fase in cui gli interessi culturali e scientifici verso tale ambito sono molto consistenti. In generale, i materiali si prestano a letture plurime, volte sia al carotaggio monografico, sia alla lettura incrociata fra ambiti disciplinari limitrofi – favorite dalla compresenza di fondi diversificati – come l’allestimento teatrale, la moda e l’architettura; oppure le arti figurative, la satira, la pubblicità e la fotografia.

Un progetto coraggioso quello che ha guidato l’attuale rilancio, che si è subito articolato in attività didattiche rivolte a studenti delle scuole superiori, universitari e oltre, con master e rassegne cinematografiche, e che dall’autunno vedrà crescere la propria estroversione con convegni e seminari, forte di un territorio in cui i vari centri sono veramente i gangli di un medesimo sistema circolatorio.

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!