Intervista di Jacopo Galimberti a Ilaria Bussoni

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Il suo contenuto è quello di qualunque altro lavoro di conoscenza: generiche facoltà linguistiche applicate a scrivere, correggere, tradurre, tagliare incollare ricucire, fare scelte, ipotesi, scenari; umane (e femminili) facoltà di relazione impegnate in una rete che si regge sugli affetti e sugli altri: desiderio, soddisfazione, riconoscimento, anche cura. Il contenuto del mio lavoro coincide con gli strumenti per realizzarlo. Il prodotto del mio lavoro sono dei libri, dunque merci, che si vendono con un prezzo. Ma il prodotto del mio lavoro sono a loro volta quelle stesse facoltà che sembrano precederlo e renderlo possibile. Non c’è da un lato una capacità e dall’altro una materia più o meno reattiva sulla quale la capacità si esercita. Non c’è una facoltà di relazione che sta prima della relazione stessa. Da qui un primato assoluto della prassi, del mezzo sul fine e l’impressione che il prodotto del lavoro (la merce-libro nel mio caso) sia quasi uno scarto, il residuo di un’attività impegnata in tutt’altra opera. La forma giuridica del mio lavoro è quella di molti altri: lavoro autonomo di terza generazione. In un altro periodo storico sarei stata «un padrone». A tratti probabilmente lo sono, come molti altri lavoratori a prescindere dal loro reddito e della loro precarietà.

Come ti sei avvicinato alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Alcune condizioni strutturali: una libreria cooperativa di una città di provincia; la pubblicazione del libro I sentimenti dell’aldiquà; il movimento di studenti della Pantera. E alcuni fatti personali: entravo nell’adolescenza a metà anni Ottanta e per me Bretton Woods si traduceva in un compagno di classe che alla lavagna faceva il calcolo quotidiano di quanto costavano i miei vestiti e quanto i suoi, cintura el charro, stivali campero, jeans americanino, giubbotto monclair, skuba, il suo totale era più dello stipendio di mia madre. Io avevo la felpa con sopra Charlie Brown che veniva dal mercato, tra l’altro mi piaceva anche. Alla lavagna ogni mattina facevo l’esperienza di un valore apodittico, spropositato rispetto alle misure per me in vigore fino a quel momento. Non solo non capivo il senso di quel valore, ma quel valore veniva usato per una gerarchia dei poteri che mi obbligava persino a cambiare quel che piaceva a me. Questo avveniva in una classe dove le femmine si chiamavano Sonia, Monia, Tania, Veruska, Katiuscia e i maschi Ivan e Yuri. Era chiaro che il partito comunista non mi serviva proprio a un bel niente. Quando, con il movimento della Pantera, ho iniziato a intravedere l’operaismo italiano e l’autonomia, grossomodo ho pensato: questi sono i cattivi. Ecco una tradizione non di cattivi maestri, di cattivi e basta. Che te ne facevi del Pci e della sua transizione piagnucolante per capire la violenza del Monclair?

 

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Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

C’è una locandina, credo degli IWW, sulla quale è raffigurata una donna che si rivolta nel letto. Sotto il lenzuolo è nuda e dice: «I didn’t go to work today… I don’t think I’ll go to work tomorrow». Chiunque può riconoscersi nel movimento della donna che si rigira per prolungare il piacere del sonno. È l’esperienza quotidiana di ciascuno, ma qui messa in relazione al lavoro. Anche l’immagine di una chiave inglese dentro una ruota dentata dice del rifiuto del lavoro, ovviamente. Ma il movimento di quella donna continua a tradurre un gesto di resistenza che vale anche per l’oggi, quando l’insubordinazione operaia e la fuga dal lavoro sembrano difficili da rappresentare nell’epoca della vita messa al lavoro. Anche nel film di Allan Sekula e Noël Burch, The Forgetten Space, la vita di due operaie cinesi si traduce nel loro desiderio di un reggiseno chiaro imbottito per l’estate: questo rappresenta la loro vita, non il loro lavoro.

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Mettere l’accento su quella vita sussunta, disciplinata, subordinata ai dispositivi di estrazione del valore contemporaneo, continuare a sentire quel desiderio che ci muove dentro e fuori dal lavoro, dentro e fuori dalle soggezioni, dunque anche dalle posizioni soggettive che finiamo per incarnare, questo mi sembra essere l’incipit per parlare di rifiuto del lavoro oggi. Rifiuto di quel lavoro che mortifica il desiderio, del quale si trovano molte tracce anche nei lavori più gratificanti e prestigiosi. Rifiuto di un lavoro che subordina i mezzi ai fini, che perde i tratti del piacere di un atto. Rifiuto di un lavoro di merda, come diceva un altro slogan degli anni Settanta. Ci sono diverse strade che provano a riprendere questo «rifiuto». Una passa per la reintroduzione di un limite, di una separazione tra vita e lavoro. La vediamo all’opera negli uffici pubblici, tra gli impiegati di Stato o in alcune malfatte letture di stampo lacaniano. Un’altra passa per Carla Lonzi e la sua insistenza sull’«autenticità», concetto ovviamente problematico ma che mi sembra alluda esattamente a questa immanenza della prassi.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Guardando di cosa è fatto il mio lavoro, materialmente. Con quali gesti, quali discussioni, quali relazioni, quali affetti è tessuto? Cercando di fare un passo indietro rispetto a un «me» col quale sono costantemente alle prese, di volta in volta gratificato o frustrato dal successo o l’insuccesso, dal riconoscimento, dalla sua valorizzazione o svalorizzazione simbolica o salariale. Sottraendo la prassi, l’azione performativa tipica del lavoro contemporaneo, dalla visibilità di una scena o di un palco. Dunque spegnendo le luci della ribalta accese dai dispositivi di valorizzazione individuale del neoliberismo e sotto le quali avvengono la maggior parte delle performance dell’intelletto generale messo al lavoro oggi. Di tanto in tanto provo a immaginare che non c’è nessuna scena, nessuna luce e nessun pubblico pronto ad applaudire o a fischiare. Rimango da sola con la mia esecuzione e a chiedermi se mi piace. Spesso mi piace, anche senza applausi. Un po’ come accade alla protagonista di Europa 51 di Rossellini, la quale inorridita per il lavoro di fabbrica che «è una cosa mostruosa», inizia a seguire un filo di incontri, relazioni, affetti che è la traccia di un suo desiderio, per l’altro, per i molti, per una plebe gioiosa, per una non classe fatta di umori, affetti e linguaggio e relazioni, che finisce letteralmente per smaterializzarla, trascinandola fuori dal soggetto che era. Poi, mi rigiro il più a lungo possibile nel letto al mattino.

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2 Risposte a Sul rifiuto del lavoro

  1. Ernesto Sattaneo scrive:

    … Ci sarà … pure una … forma di dominio ( conflittuale …CERTAMENTE ) … IMPERIALE delle varegate elite domnanti A SCALA PLANETARIA, … ma ora … noi discendenti … a vario titolo … di Spartaco … dell’Associazione Internazionale de** Lavorat** delle moltitudini comunarde della primavera parigina del 1871 e poi …IWW 1917 in Russia e in Europa ….. 1968 ….1977 …DOBBIAMO DIVENTARE … COME LE CAVALLETTE … LE STELLE ….. PER CUI … DOVRANNO ARRENDERSI … NON SARà CERTO FACILE …TUTTAVIA …. INTANTO NON PERDIAMOCI DI VISTA

  2. […] se da un lato il “passeggiatore” compie un gesto di resistente volontà nei confronti della società del lavoro, dall’altro è colui che può lasciarsi andare alle esperienze di consumo più superficiali, sia […]

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