Fabio Pedone

Il ministro delle Finanze greco Euclid Tsakalotos, invitato a parlare in Irlanda al Sinn Fein Ard Fheis, ha cominciato il suo discorso scusandosi per l'accento troppo british, e aggiungendo di avere però un motivo per farsi perdonare più facilmente: «I’m married to a Celt» (sua moglie è scozzese). Risate e applausi, sia in platea che sul palco. Non è qualcosa di così strano in Irlanda, dove la lingua inglese è altra rispetto al volto che assume in Gran Bretagna.

Molti scrittori irlandesi hanno sentito questa ambivalenza, sfruttandola ampiamente, ma nessuno l’ha posta in opera con la spregiudicatezza e la potenza di James Joyce. In un passo celebre e forse ormai troppo citato del Portrait, Stephen Dedalus ha un diverbio con il suo Dean of Studies (che incarna l’autorità coloniale inglese) a proposito della parola anglo-irlandese tundish, usata dal ragazzo come sinonimo di funnel, imbuto. Si scatena in lui una grande inquietudine nei confronti di quell’inglese «così familiare e così straniero», che il giovane subisce dal suo insegnante e non riesce ad accettare: «La lingua nella quale ci esprimiamo appartiene a lui prima che a me».

Finnegans Wake, l’opera suprema di Joyce, è molte cose, e fra l’altro è anche la lontana ma perfetta conseguenza logica di quella pagina del primo romanzo del dublinese. È una vendetta contro la lingua del dominio inglese, vale a dire la sua sovversione secondo una linea di forza di matrice minoritaria. Ed è una vendetta portata a segno da un Irishman sradicato, che si è autoimposto l’esilio dalla sua isola ed è vissuto per quasi vent’anni a Trieste e a Zurigo, prima di trasferirsi con la famiglia a Parigi, dove con la pubblicazione di Ulysses nel 1922 avrebbe rivoluzionato il romanzo moderno. Joyce è il vero erede del suo conterraneo Jonathan Swift nell’attacco senza quartiere contro la tradizione del romanzo.

Le parodie, le canzonature, le irrisioni, le riscritture ironiche nell’ultima parte di Ulysses (con un episodio, The Oxen of the Sun, che è un riattraversamento spietato di sette secoli di stili di prosa inglese) sfociano naturalmente, sedici anni dopo, nelle intricate e prismatiche ambiguità verbali del Wake, scritto sotto la protezione di St. Peatrick (Patrizio, ma con la marca irlandese di peat torba e trick scherzo) e St. Calembaurnus (Colombano/calembour). Ne scaturisce una Bibbia di Babele, un libro pensato per il futuro, in cui ogni parola incorpora diverse sorprendenti allusioni, irradia sensi molteplici, e creando un fuoco pirotecnico di analogie inusitate reinventa una lingua libera, polifonica, plurivoca e plurisensa.

Joyce era perfettamente conscio del punto estremo a cui aveva portato la scrittura. «Je suis au bout de l’anglais», diceva per lettera agli amici o alla sua mecenate Harriet Shaw Weaver; «I have put the language to sleep». Conservando solo il fantasma della sintassi inglese, ma facendo esplodere il suo lessico tramite la contaminazione con innumeri lingue altre, Finnegans Wake è il tentativo più ambizioso di avvicinare la scrittura alla musica ed è composto prevalentemente per l’orecchio: è un babelbettio di voci plurime mal orecchiate e fraintese da una folla di ascoltatori («How? C'est mal prononsable, tartagliano, perfrances»). Pare evidente che Joyce lavorando al Wake abbia capovolto in forza generativa quell’incertezza acustica che da giovane avrà conosciuto bene: la condizione dell’esule confuso tra le lingue, sbalestrato in una città dove se ne parlano moltissime (come era la Trieste dei primi del Novecento), costretto a volte ad afferrare a orecchio stralci di discorso altrui, divinare un senso appena accennato o semplicemente a capire un’altra cosa.

E di percezioni approssimative, parafonie e qui pro quo sono fatte anche le parole del parlottio interiore del dormiveglia, sfondo del di-scorrere fluente di Finnegans Wake. Scrivere diventa allora per Joyce un antiabecedarian writing: la programmatica, irriverente e insolente sovversione di ogni ordine e linea di potere scritturale: perché «only is order othered». Quindi mutazione e alterazione (alterizzazione) sono il principio costitutivo di una lingua resa unenglish, straniera a se stessa, con atteggiamento allegramente eretico, e con la complicità di un intero universo di refusi, malapropismi, ambiguità e bisticci, i quali possono prendere forma di enigmi oracolari oppure di puns di una comicità irrefrenabile. Come ha notato Fritz Senn parlando delle dinamiche di «corrective unrest» attive nel libro, è l’errore ad essere inscritto nella sua prima parola, riverrun: e dunque la deriva fa parte del viaggio, dell’erranza del senso, l’oscuro scrutare nello specchio delle parole rende l’imprevisto necessario, e il caso fecondo.

Diceva già Anthony Burgess, rifacendosi alla pronuncia dublinese di Ulysses, che il titolo del romanzo andava accentato sulla prima sillaba, perché è ‘u’ (you) ad essere importante. Così nel Wake è capitale il ruolo collaborativo del lettore alla creazione/liberazione del senso («Tell us in franca langua»). È curioso pensare che Finnegans Wake possa essere il riflesso di un ideale utopico necessariamente mancato; è infatti facile immaginare che Joyce, se avesse potuto, avrebbe condensato tutto il dicibile in un’unica superparola omnicomprensiva e omnisignificante, con il peso specifico del primo atomo del Big Bang.

In diversi punti del libro Joyce porta apertamente in campo la sua vendetta eroica: «Are we speachin d’anglas landadge or are you sprakin sea Djoytsch?», scrive incistando il proprio cognome nella lingua che aveva imparato a Zurigo. Il senso sfugge e fugge, la lingua è «traduced into jinglish janglage for the nusances of dolphins born». Qui la locuzione ad usum Delphini si intreccia al riferimento profondamente Irish a Dolphin’s Barn, un sobborgo di Dublino. Mi sono divertito a darne una (di)versione italiana e subdolamente manzoniana: «Tradetto in buglia linguazza italiena ad nauso de’ finn natati ind’Arno».

Tagged with →  
Share →

Una Risposta a Joyce e Finnegans Wake: la vendetta contro la lingua inglese

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!