Piero Gilardi *

L’arte come bene comune sociale e generalizzato oggi non è più una utopia, come appariva negli anni ’60 e ’70, ai tempi del connubio arte-vita, che aveva segnato la nascita dell’Arte povera e della “scultura sociale” di Joseph Beuys nell’orizzonte dell’autocreazione dell’arte, come pratica di vita di tutti.

Le esperienze dell’arte partecipativa degli anni ’60 – gli happening di Allan Kaprov o del Movimento Fluxus – preludevano al radicale e ontologico cambiamento dell’arte che si è sviluppato nei decenni seguenti, fino ad oggi. Il significato dell’arte non sarebbe più stato nella produzione di opere, cioè di condensati ideologici calati nella forma estetica di “immarcescibili icone”, ma nell’espressione di relazioni, di interazioni umane a livello simbolico e di eventi collettivi, transculturali ed ecosistemici.

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Ecoagorà, courtesy Piero Gilardi.

La nuova arte relazionale, diffusa in tutti gli ambiti sociali esterni al contesto ufficiale, professionale ed esclusivo della cosiddetta arte contemporanea, si esprimeva nella creatività di un network endemico e molecolare di gruppi teatrali, musicali e pittorici, con tre fondamentali presupposti: primo, la liberazione delle energie interiori degli individui; secondo la pratica dell’espressione collettiva; terzo la consapevolezza della capacità dell’arte di cambiare la vita e il mondo, cioè di rappresentare l’energia soggettiva del progetto di trasformazione rivoluzionaria della società.

Le esperienze di questa creatività relazionale e collettiva si dipanavano usualmente in un percorso ciclico che partiva dal gioco liberatorio, sintetizzava sinergicamente un innovativo “rito sociale” e infine si concludeva nel gioco e nella “danza” collettiva, aperta alle moltitudini del sociale.

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Piero Gilardi, Ecoagora, Grow It Yourself, veduta della mostra, PAV 2015.

L’arte relazionale e la creatività collettiva degli anni ’70 hanno influenzato il pensiero filosofico e antropologico. Ad esempio l’aspetto liberatorio individuale ha inferito sulle elaborazioni della soggettività umana che sia per Foucault che per Guattari è imprescindibile dal rapporto con il sé; per essi la costruzione della soggettività deriva dalle relazioni di sapere e di potere della società, ma attraverso il rapporto autentico con il proprio sé è possibile emanciparsi da questi condizionamenti e praticare la “micropolitica” di una rivoluzione molecolare, assieme agli altri. Altre elaborazioni teoriche hanno approfondito le dinamiche della creatività relazionale, ad esempio quella di Hilmann sull’“arte plurale” o l’estetica relazionale di Nicolas Bourriaud, ma non hanno chiarito il problema della sua valenza politica rivoluzionaria universale.

Questo è invece l’aspetto che caratterizza i fermenti della odierna creatività collettiva e relazionale che stanno assumendo, nel contesto della crisi del capitalismo neoliberista e finanziario, un significato sul piano macropolitico. Questo avviene nell’alveo dei movimenti post-altermondialisti che operano in modo costituente per una alternativa complessiva al modello sociale dominante. Si tratta di movimenti per i “Beni comuni” che si realizzano attraverso le nuove forme della democrazia diretta – anche virtuali – e che crescono in tutto il mondo proponendo e praticando l’obiettivo di costituire una nuova società ecosostenibile ed equamente partecipata.

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Ecoagora, courtesy Piero Gilardi.

A mezzo secolo di distanza dalla rivoluzione culturale del ’68 possiamo verificare la maturazione della intuitiva ipotesi dell’autocreazione artistica nell’assunto odierno della co-creazione artistica diffusa e molecolare, in parallelo ai movimenti bio-politici ed ecopolitici.

Ciò che l’odierna creatività sociale produce non è un costrutto estetico anche se questa è la finalità verso cui il potere politico intende stornarla, ma la nuova soggettività relazionale e dialogante con l’alterità; “gioiosamente” impegnata a disegnare e sperimentare nuove modalità di cooperazione umana biocoerente. Per tutto questo oggi possiamo considerare l’arte, al pari delle risorse naturali e dei saperi umani, un “Bene comune”.

* Questo testo, finora inedito, è stato letto durante il seminario «Inventare Paesaggi Sociali», PAV, 4 ottobre 2013.

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