Paolo Fabbri

Si, è il caso di farne un caso. Scrivo dello (s)proposito di Umberto Eco sugli imbecilli che affollano a legioni i social media, propalando messaggi viscerali e virali indistinguibili dalle affermazioni dei Nobel. Una sarabanda di inesattezze e solecismi, verificabili e contenibili se pronunciate in ideali osterie, ma incontrollabili quando fioccano in reti virtuali. Il tutto a maggior danno della compagine sociale.

Facciamo salvi gli insulti triviali (“Alzheimer, neo-aristocrazia, ecc.“) e le offensive reverenze (“scherzava, Eco è buontempone”, ecc). Poiché gli insulti si possono meritare e si può scherzare seriamente, la discussione ha fatto presa nella comunicazione digitale e stampata. Su alfabeta2 Abruzzese, Bifo e Demichelis hanno manifestato opinioni e atteggiamenti diversi su alcuni temi cruciali: la tecnica – la rete; la medialità - l’infosfera e la grafosfera; le forme di vita - davanti e dietro lo schermo; i compiti degli intellettuali e persino all’insegnamento – il ruolo del liceo classico. Tutti d’accordo nel riconoscere al neoEco i suoi buoni precedenti, dalla valutazione dei fumetti all’opera aperta, dall’apprezzamento delle radio libere al riconoscimento della neo-televisione e che “la logica di pensiero di questo suo frammento è la stessa della sua opera omnia”. C’è dissenso invece sul suo ostinato limite: “la tracotante contrapposizione tra libro e linguaggi digitali o meglio tra libro e vita quotidiana. Tra il soggetto moderno e le forme di vita che ora ne costituiscono una mutazione senza precedenti” (Abruzzese).

E sul tentativo di giudicare la relazione immersiva ai social media alla stregua di “libro della verità”. Essi “sono modificatori dell’ambiente perché trasformano prima di tutto la nostra capacità di elaborazione e le modalità della comunicazione (…) Essi spostano i corpi, mettono in contatto soggetti” (Bifo). A questi tecno-entusiasti “sacerdoti/inquisitori globali della evangelizzazione tecno-capitalista occidentale che riescono a conquistare l’egemonia culturale”, Demichelis oppone che l’effetto-rete, è conformismo. “Le forme tecniche hanno , espropriato le forme sociali e umane che non controlliamo ma alle quali, dobbiamo integrarci”. In questo quadro cripto-luddita - che il veteroEco avrebbe chiamato apocalittico - il senso dello (s)proposito del neoEco è che i socialmedia farebbero “il gioco del capitale”, con la complicità di cattivi maestri rinnegati a danno del collettivo.

La tentazione è grande: applicare al neoEco la sua analisi sul carattere implosivo del nostro tempo revisionista. Stiamo dando indietro “a passo di gambero”, come spiega un suo saggio dedicato al “Crepuscolo d’inizio millennio”(2008). Torniamo all’antico e sarà del nuovo? Davanti a legioni di imbecilli renitenti al leggere, inquadriamo il fenomeno proliferante e rizomatico della rete dal punto di vista della stampa; restringiamo l’obbiettivo agli effetti filosofici di verità; confermiamo la missione degli intellettuali, maestri di verità della grafosfera belle époque. Homo homini lector. Un gesto peraltro giustificabile: di giornalisti scrupolosi - e attenti a mantenere il segreto sulle loro fonti ! – ce ne vogliono: ai milioni di informazioni top secret, pubblicati da Wikileaks l’ utente della rete accede attraverso la selezione orientata del periodista gatekeeper. Senza essere peraltro un imbecille (in)correggibile poiché la domanda di verità è a carico del richiedente e non all’offerta di chi terrebbe le redini del senso.

La cultura non è solo un’enciclopedia e non si vive di solo vero. Il veteroEco - che era semiologo ed ha pubblicato Jakobson – ci fece sapere che le funzioni del linguaggio non si limitano a quella referenziale, ma includono quella fatica che, tra voci e rumori , crea, mantiene e rinnova il contatto nei collettivi umani e non umani. (È stato persino ipotizzato che il linguaggio trovi la sua origine nel gossip). Della moda è improbabile decidere se sia falsa e della politica è arduo affermare che sia vera. Il modo indicativo, il solo su cui si possa pronunciare un giudizio di verità, è solo uno dei tanti modi della lingua: l’interrogativo, l’imperativo, l’ottativo ecc. che possono essere sono corretti o inappropriati ma non veri o falsi. Attraverso il medium della rete si manifestano e si costituiscono nuove forme di vita e giochi estetici e pragmatici di linguaggi e di segni, musica e immagini. Una diversa semiosfera, immersiva e partecipativa, per la formazione e comunicazione di collettivi impreveduti dotati di strategie, estesie e valori che vanno ben oltre ai patti feudali tra emittenti e riceventi, produttori, creatori e spettatori. Ne fanno parte anche i premi Nobel che, fuori dalla funzione referenziale delle loro competenze, possono tenere propositi da bar, come il chimico americano K. Mullis, che si pretendeva rapito dagli estraterrestri!

Un’osservazione etimologica infine sull’imbecille “socialmediatico”, fratello scemo di quel razionale ladro di Prometeo. Deriverebbe da “sine baculo”: l’ imbecille sarebbe sprovvisto della protesi multiuso del bastone. I frequentatori dei social, nel loro turbolento moto browniano, una protesi tecnicologica ce l’hanno. Accanto ai corpi densi della mediazione libresca, che mantenevano un contatto con antiche sacralità, usano i corpi effimeri delle nuove mediazioni. Non concordo con chi fa della rete il modello del nostro funzionamento mentale, ma è certo che si tratta di una protesi collettiva di grande plasticità di cui non conosciamo l’estensione – quindi i danni e vantaggi - e di cui l’esplorazione è in corso. Salti nel buio e nella luce. Le tecniche – pace agli Apocalittici e Integrati - sono determinanti, ma anche evolutive perché costantemente ridefinite dalla loro costitutiva componente etnica con i suoi miti e le sue affettività.

Davanti al costituirsi di forme inedite di vita, alla frammentazione dello spazio pubblico, al ridursi di quello privato è comprensibile trincerarsi non nella platonica caverna, ma nell’osteria del buon senso; tenendo presente che quest’ultimo è “la cosa meglio distribuita nel mondo poiché ciascuno pensa d'esserne così ben provvisto che anche coloro che più difficilmente si accontentano di ogni altra cosa non sogliono desiderarne più di quel che ne hanno” (Cartesio). Ma è lecito il dubbio che questo neoEco sia più vetero di quel veteroEco.

Notabene: Un’osservazione sui tre anni del Liceo Classico al cui apporto formativo tengono il neoEco e altri buoni maestri. I programmi ministeriali prevedono 21 ore settimanali di LatinoGreco, contro le 12 di italiano e nessuna di lingue straniere. Nessuna di Geografia o di altra umana scienza. Le 9 ore previste per l’insegnamento di storia della filosofia hanno sapore gentiliano: l’ultimo anno, che si conclude con Croce, prevede la conoscenza di Rosmini, Gioberti, Fiorentino, Ausonio Franchi, Galluppi, Varisco. Tra gli stranieri Blondel e tanto Boutroux, ma non Husserl, Cassirer o Wittgenstein.

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5 Risposte a Eco, vetero e neo

  1. Antonio Maiorano scrive:

    La nota finale contiene un’inesattezza. Il Liceo Classico cui fa riferimento l’autore è quello previsto dai programmi del 1952, rimasti in vigore (al netto delle sperimentazioni) fino al 2010, oggi sostituiti dalle nuove Indicazioni Nazionali gelminiane del 2010, che quest’anno hanno concluso il primo quinquennio (cfr. per una verifica rapida https://it.wikipedia.org/wiki/Liceo_classico)

  2. Emiglino Cicala scrive:

    Prima che lei continui a fiutare piste sbagliate le metto in guardia sulle sue affermazioni in questo mio intervento (se avrà la bontà di leggerlo): http://cobolpongide.blogspot.it/2015/07/il-vicolo-cieco-del-futuro-una-risposta.html

    • Massimo Alvito scrive:

      Finalmente! Ci voleva la sequenza Eco-Fabbri – ormai così rara – per stanare un senza-bastone? In effetti no, qui è diverso. Perché nelle legioni dei socialmediati si arruolano sempre più numerose le orde di chi, afflitto evidentemente dalla paura di non lasciare traccia di sé che valga nel futuro apocalittico del mondo comunque integrato dalla rete, affida alla memoria asintattica di quest’ultima la propria esistenza.
      Il (we)blogger in fondo è un po’ lo sfigato un po’ lo snob che apre, affianco all’osteria globale (che continua a frequentare), la sua mescita ad insegna personale, dove somministra spesso intrugli difficilmente ingeribili.
      I blogger, in generale, pretendono di fare della propria lettura del mondo un faro nella nebbia che lo avvolge, scambiando spesso quella per questo. Dalle loro stanzette imbottite, nell’overdose di face-to-face con i led bianchi del monitor, queste persone si trasformano in personaggi, a volte brillanti ma spesso patetici, afflitti comunque dalla Sindrome del Talent, che ce li rivela – loro malgrado – by-products della televisione sotto le cui antenne sono stati allevati (la profezia del Nativo Digitale è ancora a venire).
      Il blogger è così, nel migliore dei casi, un aspirante opinionista in prova, che riconfigura un frammento fondante del giornalismo tradizionale inserendo un il bandito implicito (“secondo me”) come metro di valutazione totalitario del mondo. Un mondo di cui ha raramente esperienza diretta, che osserva dalla finestrina accecante del suo browser.
      Questi blogger – che non sono la totalità, ovviamente, ma certamente sono numerosi – spesso credono che scrivere su non-importa-cosa e pubblicarlo in rete sia fatto sufficiente alla realizzazione del sogno di fama: un pubblico che mi segua.
      Pubblico ergo sum? Quanto di più distonico dalla supposta democraticità della rete sulla cui coda lunga nascono i blog, che prometteva il superamento delle egotiche soggettività nelle grandi distese collettive della condivisione. Il tutto per il bene di tutti. Siamo, di fatto, oggi, ai confini non del pericolo ma del ridicolo.
      Ora, eccone qui uno vero, finalmente! Devo dire che mi pare un caso ormai raro, anche questo. Perché è ormai risaputo che non basti l’intenzione (anche se necessaria) di esistere in rete perché questo avvenga. E non basta neanche trasformare quell’intenzione in un wordpress aperto 24/7. Bisogna che qualcuno non solo ti legga ma soprattutto parli di te. Gli sproloqui gratuiti o le sparate ignoranti – a meno di non essere un’autorità riconosciuta in merito – spariscono naturalmente, senza lasciare traccia nei tempi voracissimi della search economy.
      In quelle coorti, molti tra questi blogger sono i veri senza-bastone. L’unico arnese di cui dispongono non è neanche la lingua – quella dovuta, con cui tradurre le loro visioni in una scrittura che si faccia leggere: è il risentimento purghista di chi non ha (e si capisce perché, come nel caso del sig. Cicala) mai avuto il battesimo di una lettura e di un ascolto pubblico reale, vivendo allo sbando nelle scorrerie dei suoi post, nella speranza che qualcuno li legga.

      PS Magari, caro Cicala, si faccia rileggere da qualcuno con l’italiano in spalla, prima di pregare un sociolinguista a farlo: La lingua non è ancora un’opinione.

      • Emiglino Cicala scrive:

        Così tante righe per non muoversi dalla partenza (da Eco) neanche mezzo metro. Perché in fondo non ho mai creduto che Eco o Fabbri avessero bisogno di un avvocato difensore. In questo li ho giudicati meglio di quanto abbia fatto lei che in un milione di righe sfoggia una lealtà canina che, per quel che mi riguarda, manca completamente il punto. Credo che, davvero poco metaforiche, le osterie che continua a frequentare le offuschino la vista. Peccato per lei. Io penso.

  3. paolo fabbri scrive:

    Maiorano ha ragione. Il provvedimento Gelmini ha introdotto la lingua straniera nel tre anni del Liceo Classico, ma senza modificare l’impostazione generale a cui fanno riferimento via Abruzzese, Canfora, Eco e altri.

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