Fabio Pedone

Il dualismo costitutivo della letteratura irlandese ha favorito in molti scrittori dell’isola un’attenzione estrema al linguaggio, una percezione acuta dell’alterità linguistica, proiettata ad esempio nel profilo particolare dell’Hiberno-English rispetto all’inglese standard parlato dai dominatori.

A fine giugno, in un articolo uscito sull’«Irish Times», il poeta nordirlandese Ciaran Carson ha affermato che chiedersi cosa si sarebbe scritto se si fosse avuta davanti un’altra situazione storica è semplicemente insensato. Il poeta può testimoniare non da fuori, da un punto di osservazione esterno agli eventi, ma solo in quanto coinvolto, toccato nella fibra stessa delle proprie parole. Intervistato dal «Guardian» qualche anno fa, Carson ha ricordato la sua infanzia vissuta in un ambiente nel quale la lingua faceva problema: in una Belfast dove una scelta del genere era molto rischiosa, suo padre cattolico aveva deciso di parlare con i figli unicamente in irlandese.

Alla fine degli anni Quaranta in tutta la città erano solo quattro le famiglie orientate su questa opzione politica; e il poeta ha descritto le sue rimuginazioni da piccolo prima di addormentarsi, altalenando fra due parole con lo stesso significato: se horse gli sembrava non tanto neutra, ma quasi esotica, invece in capall, ripetuta all’infinito, ritrovava per suggestione acustica il tamburellare degli zoccoli sulla strada. Una profonda coscienza del linguaggio, dei suoi riflessi e sfumature, delle pieghe più subdole del suo funzionamento lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Sapeva intimamente che usare due parole diverse per cavallo non era dire la stessa cosa.

L’inglese lo imparava giocando per strada con gli altri bambini, conservandone sempre un senso di umiliazione ma anche di vendetta: grazie alla lingua irlandese, lui e i suoi fratelli avevano il potere di non farsi capire dagli altri. E il mondo si configurava come un immenso magazzino di parole, come un intrico di pezzi di linguaggio che ci si trovava intorno naturalmente: ciottoli, viti, giunti e bulloni pronti per essere prelevati e rimontati. C’era la sensazione di essere posseduti, agiti dalla lingua, e non il contrario.

La lingua stessa, così come la scrittura, nei suoi elementi minimi, poteva materializzarsi trasformandosi in un oggetto, e Carson lo avrebbe dimostrato nella sua poesia più celebre, Belfast Confetti, del 1985. Preso nell’incertezza di fronte alla propria identità e al senso della propria storia nel quadro traumatico dei Troubles, proprio nel mezzo dell’«asterisco di un’esplosione sulla mappa» cittadina, il soggetto viene investito da «una raffica di punti interrogativi».

Nel primo Carson la città con le sue strade consuete è un labirinto in cui ci si perde, ma anche un ricordo da preservare come congelato nella mente, mentre tutto crolla e luoghi e punti di riferimento cambiano senza sosta. In poesie come Slate Street School e Turn Again, il poeta è un cartografo cauteloso e sempre all’erta, fra scissione e alterità: «When someone asks me where I live, I remember where I used to live»; «I will bury the dark city of Belfast forever under snow».

«My Irish is corrupted by the English tongue – / Emperor or Pharaoh in a Trojan horse», avrebbe poi scritto senza mezzi termini negli anni Novanta nei versi di Legions of the Dead. In un saggio intitolato significativamente The Other, Carson è stato chiarissimo su questo punto: «Scrivo in inglese, ma c’è il fantasma dell’irlandese sospeso alle sue spalle; e l’inglese stesso è pieno di presenze spettrali, di altri che hanno scritto prima di te, e di parole che ancora non conosci». I fantasmi non sono solo questione di visione, ma anche di orecchio. Ed è così che la scrittura, per Carson come per molti altri autori irlandesi, Joyce in testa, si delinea come traduzione fin dall’origine.

Carson ha declinato questa vocazione anche in imitazioni/ricreazioni di estrema energia e vitalità: l’ultimo libro che ha pubblicato si intitola From Elsewhere e raccoglie 81 testi poetici originali ispirati ad altrettante poesie di Jean Follain, in modo che ciascuno sia una “translation of the translation”. Non è la prima volta che si misura con il francese: ha già all’attivo una raccolta di traduzioni da Baudelaire, Rimbaud e Mallarmé (The Alexandrine Plan) mentre riscritture del Battello ebbro, di Corrispondenze e dell’Albatro sono integrate, insieme a passi delle Metamorfosi di Ovidio, nel corpo dell’unica sua raccolta edita anche in italiano, First Language (Prima lingua, uscita nel 2011 per Del Vecchio con cura e traduzione di Marco Federici Solari e Lorenzo Flabbi).

Si è notata la persistenza del ritmo della musica tradizionale irlandese e degli stilemi dell’oralità del seanachie (il cantastorie) nella poesia di Carson, impostata su versi lunghi che disegnano una narrazione di stati mentali con acuta coscienza formale e distacco ironico. In Prima lingua l’incertezza e l’ambiguità che attraversano l’esperienza della parola sono tematizzate a tutti i livelli: mentre «languiamo nella prigione dell’Inguaggiola», il fulcro della raccolta diventa il balbettio di Babele (babble/Babel), l’«indecipherababble» sottoposto a un continuo sforzo di decodifica che investe lo scambio metaforico riversandosi persino sul piano dell’articolazione fonetica, in una ridda di suoni in lotta per liberarsi.

In una poesia centrale, Contract, l’immagine della torre di Babele dipinta da Bruegel è fatta di «faraonici fonomattoncini» e si direbbe che la sua struttura ricordi tanto la doppia elica del DNA quanto la spirale discenditiva dei cerchi infernali. La lingua non è ancora venuta alla luce, è un conato esposto alla violenza: «all’ottavo mese una lingua non morsa fu azzittita con inceppate sillabe / di forcipe: balbi blocchi, ombelicali garbugli di labiali».

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