Intervista di Jacopo Galimberti a Claire Fontaine

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Il mio è un lavoro strano perché non conosce pause e non conosce vacanze, è collettivo per nostra scelta ed è quello che si definisce un lavoro d’artista. Gli artisti lavorano mentre dormono, lavorano quando non fanno nulla, lavorano quando sono angosciati perché non hanno mostre o hanno mostre e non hanno opere da esporre, lavorano sempre, come le madri. Gran parte del lavoro d’artista non è artistica e gran parte della vita degli artisti è abitata dal desiderio politico di estirpare la bruttezza e la volgarità che sono degli agenti distruttori di ogni ambizione visiva e concettuale. È una vita pericolosa dal punto di vista economico e dal punto di vista emotivo, ma la maggior parte delle persone al di fuori dell’ambiente dell’arte non se ne accorge – a volte non lo vedono neanche le persone del nostro ambiente professionale.

Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Vivendo in Italia, venendo da una famiglia in cui il ‘68 è stato considerato come un momento fondatore e il ‘77 mai menzionato. Andando all’università e scoprendo le verità nascoste sul mio paese e su molti dei suoi abitanti.

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Claire Fontaine, Untitled (Sell your debt), 2012.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

Il lavoro – come era stato già predetto appunto da alcune analisi operaiste – ha ormai esondato il suo letto ristretto e sindacabile e ha invaso tutto, che si sia artisti o editori, manager o bottegai, disoccupati o precari si lavora sempre e si fa molto lavoro non remunerato. La nozione di rifiuto del lavoro quindi dovrebbe diventare rifiuto di una certa forma di vita, di un certo equilibrio tra la vita e quello che appare all’esterno come il lavoro vero e proprio. Questo tipo di azione è quello che noi definiamo lo sciopero umano, cioè il tentativo di disinnescare le dinamiche che ci fanno identificare soggettivamente col posto che occupiamo nella società “produttiva”; bisogna praticare la libertà e la condizione per farlo è rifiutare non solo il lavoro ma la soggettività che ne deriva, che lo rende accettabile anche quando è inaccettabile.

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Claire Fontaine, Untitled (White whale), 2015.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Lo sciopero umano è difficile da descrivere, è poco visibile, poco spettacolare. È fatto di piccoli e grandi gesti del quotidiano che si fanno tanto sul lavoro tanto nella vita, come mantenere una certa distanza da quello che gli altri possono credere che noi siamo, restare costantemente in dialogo con le parti di sé che sono complici della libertà, della gioia, di ciò che è vitale. Lo sciopero umano è mettersi dal lato della vita, ascoltare il lamento soffocato di ogni sforzo e di ogni organizzazione economica ed ecologica che non sono sostenibili, questo è già un lavoro immenso!

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