Valerio De Simone

Vi ricordate Il tempo delle mele (Claude Pinoteau, 1980), il film che lanciò una giovanissima Sophie Marceau alle prese con le problematiche dell’adolescenza? Ora dimenticatelo. La nuova opera di Céline Sciamma sceglie di raccontare sì una vicenda a tematica giovanile, ma cambiando completamente luogo e contesti. Non ci troveremo più nei bei quartieri centrali di Parigi, bensì nelle poverissime e multietniche banlieu. Protagonista è una ragazza nera, Marieme (interpretata dalla bravissima Karidija Tourè) che non eccelle negli studi e a casa ricopre, senza volerlo, il ruolo della madre accudendo le sue due sorelle più piccole poiché sua madre è impegnata a lavorare.

Nulla si sa del loro padre, ma il fratello maggiore si è assunto “il compito” di essere il dominus, comandando e sottomettendo le tre ragazze alle sue regole. Però il sessismo non è una realtà confinata esclusivamente alla casa di Marieme, ma è la legge non scritta che governa l’intera periferia. Unica fuga: unirsi a una banda di sole ragazze composta da Lady (Assa Sylla) la leader il cui vero nome è Sophie, Adiatou (Lyndsay Karamoh) e Fily (Mariétou Touré). Differentemente da Mi vida loca (Allison Anders, 1994) o da Foxfire (Annette-Haywood Carter, 1996), le ragazze sfogano la rabbia di una vita senza futuro che ha le radici nel machismo e nel razzismo in particolare dei negozianti, attraverso piccoli furti, risse con altre e atti di bullismo contro le compagne di scuola. Finalità: ottenere il rispetto e i soldi necessari a pagare una stanza di un lussuoso albergo. Proprio tra le mura della stanza dell’hotel riescono a dimenticare i problemi che le circondano, cantando e ballando, in una splendida sequenza, sulle note di Diamonds di Rihanna.

La crescita e la conseguente trasformazione dell’aspetto di Marieme sono il leitmotiv del film: inizialmente si contraddistingue per avere un look ancora pre-puberale, androgino quindi, dopo l’unione con le altre Filles, assume un aspetto più femminile e riceve il nome di battaglia di Vic, assegnatole da Lady, una vittoria che forse non ci sarà mai. Quando però il fratello scopre che Marieme ha una relazione “disonorevole” con il suo amico, le muove violenza fisica tanto da costringere la giovane a fuggire da casa. Troverà riparo nelle mani del malavitoso del quartiere che la utilizzerà come corriere della droga per feste di giovani ricchi bianchi.

La ragazza riesce infatti a varcare “i confini”, per dirla con le parole di Gloria Anzaldùa, che separano il suo mondo da quello dei suoi coetanei ricchi. Così assume una doppia “identità”: sul posto di lavoro è costretta a indossare una maschera iperfemminilizzata, con tanto di parrucca biondo platino, che le consente di camuffarsi nei salotti borghesi parigini. Fuori da questo universo, come a voler tradurre in immagini il suo duro cammino, assume un look di “maschilità femminile”, come direbbe Judith Halberstam, al limite del travestitismo tanto da arrivare a fasciarsi i seni.

Céline Sciamma, anche sceneggiatrice, realizza un’opera, che va oltre Naissance des pieuvres (2007) e Tomboy (2010), per mostrare un mondo ancora più cattivo e violento, dove le giovani ragazze non-bianche ricoprono il ruolo più basso nella società. Nessuno sembra interessato a ciò: né i genitori assenti o violenti, come nel caso di Lady, né i professori, che volontariamente non vengono inquadrati, ma la cui voce fuori campo sottolinea la totale lontananza dalle problematiche della protagonista. La forza di Diamante nero, supportato da una buona colonna sonora e da una eccellente fotografia, è quindi proprio quella di raccontare la storia di formazione di una ragazza senza filtri, e soprattutto senza alcun tipo morale o di redenzione, regalando al pubblico uno splendido ritratto di una giovane che sceglie la via più ostica e dura: ribellarsi all’ingiustizia.

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